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martedì 11 giugno 2013

America America

Questo è il mio destino. In America mi chiamano Italiano, qui in Italia Americano.
(Antonio Margariti, America America, ed. Galzerano)
 
 
E di colpo mi accorsi che il mio paese non era più mio.
Ricordo ancora il mio stupore quando, dall'Uruguay, rientrò Antonio re Zaccheo.
Che, mi disse mio padre, era emigrato all'inizio degli anni '50, e fino alla metà dei '90 non era più tornato al paese. Mi domandavo come doveva sembrargli, a lui che che come tanti altri, era scappato decenni prima dal tardo medioevo cilentano per cercare fortuna nelle americhe. E che la fortuna non gli aveva arriso, tanto che per oltre quarant'anni non si era potuto neppure permettere l'acquisto del biglietto per un viaggio nella sua terra d'origine, e solo ora che era ormai anziano e malato, i parenti rimasti qui avevano fatto una colletta per rivederlo.
Provavo ad immaginare il paese degli anni '50, per come me l'avevano raccontato i miei genitori, i miei nonni. Un piccolo borgo di case rurali, abbarbicato intorno al castello ed alla chiesa, ancora privo di luce elettrica e acqua corrente nella maggior parte delle case, con le fogne che scorrevano a cielo aperto lungo la via principale, con la scuola elementare ospitata in case private, con il municipio itinerante, con l'unica bettola dove si poteva bere vino e acquistare pochi generi di conforto.
Le donne con ancora indosso il costume tradizionale, trasportare sulla testa le bombole piene d'acqua potabile presa all'unica fontana nella piazza. Gli animali, maiali, galline, conigli, a condividere le abitazioni con i proprietari. Le strade ricoperte di sterco. E le porte aperte, d'estate e d'inverno.
Antonio re Zaccheo, appena tornato, non era certamente arrivato nell'Eldorado, ma non restava traccia evidente, quarant'anni più tardi, di quell'arretratezza economica e morale. Le macchine di buona cilindrata al posto degli asini, le case con i confort moderni al posto dei tugurii in cui una stanza veniva condivisa da decine di persone, in quel Cilento che io, pur non avendolo vissuto, ho sempre immaginato simile alla descrizione della Lucania da parte di Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli. Antonio lo conobbi giocando a carte nel bar, usava ancora quel dialetto stretto che molti qui avevano già difficoltà a comprendere, inframmezzato da qualche fonema similispanico. Mi disse che molti dall'America latina avevano sempre accantonato l'idea di tornare, perché pensavano il paese fosse ancora quello che ricordavano e dal quale erano fuggiti, ma la realtà, mi confidò, era che si vergognavano di dimostrare che quella fuga non aveva dato buoni frutti, che chi era rimasto stava molto meglio di loro, che lì si erano semplicemente arrabbattati in mille mestieri, senza mettere da parte un soldo, riuscendo solo, con difficoltà a sopravvivere. Lo sentii più volte dire che, però, ormai, non si sentiva più a casa qui, non conosceva quasi nessuno, salvo i pochi coetanei ancora vivi, e del paese come lo ricordava non era rimasto più nulla. Dopo qualche tempo i parenti fecero una nuova colletta e lo rispedirono in Uruguay, dove morì alcuni anni più tardi, sapemmo per caso.
 
Ho pensato ad Antonio ieri sera, quando per caso mi sono imbattuto su Facebook - su Facebook! - nelle fotografie di una festa che si è svolta nella piazza del mio paese. Che dista cento metri da casa mia, e della quale non sapevo nulla.
Non conoscevo i volti della maggior parte dei ragazzi, non sapevo cosa si festeggiasse (ho saputo, poi, la promozione della locale squadra di calcio), e non mi ero accorto ancora che quei ragazzi non ero più io, che le feste non le organizzavo più io, che i giorni e le notti del mio paese non erano più miei, che il mio paese non è più mio.
Faceva fresco, e sono uscito per strada, inquieto.
I miei amici non ci sono più davanti al bar dove giocavamo a carte, sostituiti da altri che inquadro soltanto per le somiglianze con i loro padri e madri; nei vicoli dove giocavamo con le biglie fra le buche del selciato, c'è asfalto uniforme. Il pallone si gioca solo sul campo sportivo e non nel cortile della scuola, dove passavamo le nostre giornate, mentre ora c'è un parcheggio. E sotto l'arco, dove fermavamo le ragazze che uscivano dalla chiesa, non c'è più la sala giochi e il juke box con le canzoni dei Marillion che avevo fatto mettere io, non ci sono le panche dove sedevamo a prendere il fresco, a mangiare il gelato, a scambiarci sorrisi e baci e progetti buoni solo a fare mattino.
I giovani mi salutano, mi rispettano perchè sanno chi sono, cosa ho fatto, a chi appartengo, ma non sono più uno di loro. Il tempo è passato, e senza rendermene conto, parafrasando Antonio Margariti nell'immortale America America, sono diventato uno straniero nel mio paese.

mercoledì 5 giugno 2013

Tempi duri

Ho finalmente recuperato l'album dei Tempi Duri, per chi non lo sapesse una band che aveva come cantante Cristiano De Andrè, e che faceva delle canzoni inedite che suonavano come pseudo-cover dei Dire Straits (da lì il nome della band, che, appunto, ne era una libera traduzione in italiano).
Niente, solo per dire che negli anni 80 e fino alla prima metà dei 90, le belle canzoni, quelle che ti emozionavano davvero, si sprecavano, anche una piccola band come questa era capace di sfornare dei gioiellini, una per tutte Gabbia, poi contenuta anche nel primo album da solista di Cristiano.
Mentre ora sfido chiunque a citarmi una canzone davvero, davvero bella da dieci anni a questa parte. Ce ne sono alcune che emergono dal piattume generale, ma solo perché intorno c'è quel piattume. In senso assoluto, non sento capolavori in giro. Non sarà che, davvero, tutte le combinazioni possibili per le sette note si sono davvero esaurite? Infatti, quando sento le varie Emma, Chiara, Alessandra, Loredana ecc., non riesco a distinguerle, mi sembra sempre lo stesso brano. Idem per Mengoni, Carta, Scanu, diverse declinazioni per lo stesso fenotipo, voce da castrato settecentesco, e voglia dell'ascoltatore di autocastrarsi pur di non sentirli più.