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lunedì 7 gennaio 2019

Il tempo giusto, quello sbagliato.


Seduto sui gradini di casa sua, all’ombra del piccolo pergolato, aspettavo che Walter si decidesse ad uscire. Mi aveva dato appuntamento per le quattro per giocare a pallone, ma come al solito con lui non potevi essere certo di niente. Avevo bussato ripetutamente, finché dall’interno, con quella sua voce un po’ roca, mi aveva detto di attendere. “Ma cosa devo attendere?”, gli avevo gridato attraverso il legno spesso della porta. Dopo una lunga pausa, aveva risposto, semplicemente: “Non è ancora il momento”. Poi più nulla.
E io allora, sbuffando, ma neanche troppo, mi ero messo a giochicchiare con dei sassolini. Li lanciavo per aria e mi divertivo a riacciuffarli al volo. L’ultimo lo avevo tirato così in alto che lo sguardo, per seguirlo, si era librato fin sul terrazzo sconnesso della grande casa dall’altro lato del vicolo, al di sopra dell’orto.
In quell’abitazione erano successe cose strane, mi aveva detto una volta il mio amico. Quanto strane non potevo saperlo ancora. E lui, lo sapete com’era fatto, dettagli non ne dava. Così noi potevamo fantasticare senza limiti, attratti da ciò che avrebbe dovuto respingerci. In fondo avevamo solo quattordici anni, allora, cosa potevamo saperne di quando l’orrore diventa reale?
Tesi la mano aperta per agguantare il sassolino, che aveva quasi concluso la sua parabola discendente. Nel frattempo lo sguardo era sempre rivolto in direzione di quella casa. Davanti alla porta apparve una bambina. Mi guardò. Le sue iridi di un verde indefinito brillavano come quelle di un gatto. La pietra mi sfuggì dal palmo.

“Chi sei?”, mi domandò, ma aveva già incrinato il cristallo dei miei pensieri.
“Sono Lorenzo. Tu… abiti lì?”.
“Nooo. Questa è la casa di mio nonno”.

Aveva una veste bianca con una cintura sottile in vita. I capelli castani legati ai lati della testa in due codini, Fece due passi in avanti e si appoggiò coi gomiti sulla vecchia balaustra, che mi sembrò oscillare. Istintivamente protesi i palmi, come a volerla spingerla indietro, al sicuro. Lei sorrise.

“Quanti anni hai?”, domandai.
Una mano aperta, e nell’altra solo due dita chiuse.
“Sei venuta a trovare il nonno?”.
Oscillò più volte velocemente la testolina dall’alto verso il basso. In quel momento si aprì la porta alle mie spalle. Mi girai verso il mio amico sulla soglia.

“Con chi parlavi, Lorè?”
“Con quella bambina”, indicai, voltandomi. Ma non c’era più nessuno.
“Non ti ho già detto che quella casa è strana?”

Ma la bambina non era una mia fantasia. Aprii il cancello cigolante dell’orto e mi arrampicai di corsa lungo le scale di pietra. Il terrazzo era vuoto, illuminato dal sole cocente di quel luglio dell’83. Ciuffi di parietaria sporgevano disordinati fra le mattonelle sconnesse come peli dalle orecchie di un vecchio. Un grosso formicaio brulicava proprio sotto i miei piedi, e prima che me ne accorgessi diversi insetti avevano preso a salirmi sulle caviglie. Diedi un grido. Walter mi raggiunse subito. Mi trovò seduto sul davanzale della casa, sudato, le gambe in mano, che provavo a scacciarle con ribrezzo.
“Pensavo che avevi visto il fantasma”
“Ma quale fantasma? So’ 'ste formiche maledette”. Ma il tono che aveva usato mi aveva precipitato di colpo in un freddo dicembre.
“Vieni”. Mi prese per un braccio e io lo lasciai fare, ma solo perché era il mio migliore amico. Spinse la porta, io pregai fosse chiusa. Non lo era. Entrammo in una camera in penombra, l’unica luce proveniva dalla stanza in fondo, in cui la prima e le altre si immettevano come un imbuto.
Percorremmo rapidamente, quasi abbracciati, quella sorta di budello, impauriti e nello stesso tempo come a volerci togliere subito il pensiero, via il dente via il dolore. Fino all’ultima stanza.
Lei era appoggiata, quasi distesa, su una panca di legno. Rivolse silente verso di noi le piccole mani, macchiate di rosso.
“Che t’è successo?”. 
Mi precipitai da lei, la sollevai delicatamente, le guardai le dita.
“E’ il sangue di nonno”, disse, con un filo di voce.
Mi guardai intorno, preoccupato, aspettandomi di vedere il vecchio accasciato da qualche parte, ferito. Ma la stanza era vuota. Walter nel frattempo si era avvicinato alla parete di fronte, con le dita sfiorava degli schizzi color ruggine sui brandelli della vecchia carta da parati. La bambina mi mise le braccia al collo e mi strinse forte. Stava piangendo.

“Aveva ragione la mia amica”, mi sussurrò all’orecchio.
“Quale amica?”, chiesi.
“Maria Grazia. Mi ha detto che aveva sentito dire che sul muro c’era ancora il sangue di nonno. Io non lo sapevo, e sono venuta a vedere. E… ce n’è tanto, dappertutto.” Mi mostro di nuovo le mani, tremante. Ma non ce n’era bisogno, il sangue era, ormai, anche sulle mie.
“Non è sangue. E’ vernice rossa”. Walter sembrava quasi deluso. Fece una carezza sulla testa alla bimba, che al suo tocco si tranquillizzò. 
Una voce di donna, dall’esterno, chiamò: “Angela! Dove ti sei cacciata?”. La piccola si divincolò dall’abbraccio e corse fuori. Uscimmo anche noi.
Fuori c’era ancora il sole alto, il caldo mi sembrò una benedizione.

“Che era successo in questa casa?”, domandai a Walter, ma non mi rispose, si limitò a scuotere la testa. Saltammo il formicaio e ci sedemmo ai piedi della scala. 
“Ci abitava un falegname”, disse il mio amico. “E’ morto tanti anni fa. Dice mamma che era un artista. Dipingeva i mobili con colori bellissimi”. 
Pensai che in casa ci fosse ancora qualche secchio di vernice, e la bambina vi si fosse macchiata. Stavo per domandare come fosse morto, ma Walter, quasi mi avesse letto nel pensiero, fece cenno di tacere. Presi di nuovo dei sassolini, volevo lanciarli in aria, ma pesavano come macigni. Ci ricordammo della partita, e che Federico e Pietro erano sicuramente già arrivati al campetto. 
Chiuso il cancello scendemmo lungo il vicolo. La bambina era dall’altra parte della strada, sull’aia, vicino alla fontana. Salita su un gradino di pietra per arrivare al rubinetto, si lavava le mani. Quando passammo se le asciugò sul vestito e soffiando sui palmi lanciò un bacio a ciascuno. Facemmo finta di afferrarlo e ce lo appoggiammo sul cuore.

Avrei dovuto ricordarmi di questa storia, quando successe quel che successe a noi quattro, ma allora eravamo ragazzini, il tempo una linea retta che procedeva in un’unica direzione. Non c’era modo di voltarsi indietro. Non c’erano foto da guardare. Le avrei riviste solo dopo tanti anni, quelle di Angela, quando avevamo capito tutto ed era ormai inutile.
Sempre quella canzone. Il tempo giusto, quello sbagliato. E quello sprecato.
Già ci avevamo messo una pietra sopra.

3 commenti:

  1. Io ci combatto ancora coi tempi giusti e quelli sbagliati. E' una condanna la nostra, una penitenza eterna, perché eterno è anche il volo della farfalla, mentre si libra.
    Mi sembra si chiami vita.

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    1. E se il momento giusto fosse proprio quello sbagliato? Creare una tensione, una crisi, distruggere per ricostruire. La vita ci cambia, anche il bruco diventa farfalla. E sebbene viva un solo giorno, potrebbe essere proprio quello buono 😉

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    2. Quello della farfalla è quello buono per forza... a noi invece è concesso di ripeterci nella nostra stoltezza.. ;)

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