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sabato 12 marzo 2016

Monetine

Passeggiando in Piazza Navona, a Roma, in una sera di marzo in cui il tempo batteva inesorabile il suo ritmo, mi capitò di sentire una melodia amica.
Un gruppo di musicisti, di quelli che trovi solo a Piazza Navona, trasandati ma geniali, stava eseguendo una magnifica versione acustica di Sultans of swing dei Dire Straits. Un brano al quale non solo i bravi chitarristi ma anche chi strimpella appena come me è molto legato, per via di quell’assolo infinito inserito da Mark Knofpler a due terzi del pezzo, splendido e irripetibile, eppure da tutti provato a rifare non appena si imbraccia una chitarra e si impara a suonare l’accordo in re minore al quinto tasto.
Perché è un riff magico, un giro irresistibile appoggiato su tre soli accordi, che ti cattura e vorresti non finisse mai, e chissà quanti come me, all’apparire del genio della lampada, si troverebbero indecisi fra desiderare l’immortalità o saper suonare alla perfezione l’assolo di Sultans of swing. Forse perché, in fondo, quando si usa l’espressione “suonare da Dio” c’è un fondo di verità, solo una divinità può creare, col semplice movimento delle dita su delle corde di metallo, un miracolo simile.
E quella sera, forse, il chitarrista di quel gruppo improvvisato doveva chiamarsi davvero Aladino, perché le sue mani, appoggiate al barré del quinto, facevano fluire limpida dalla chitarra la magia di quel brano senza alcuna imprecisione o intoppo, che sarei stato lì per ore ad ascoltarli.
Ma ero in compagnia di mia moglie e mia figlia, esiste anche un video sul mio cellulare che immortala per i posteri, insieme all’esecuzione perfetta della canzone, l’indifferenza totale delle mie donne, per altri versi così sensibili, a quell’incantesimo.
Così quando mi avvicinai, alla fine del brano, per lasciare un piccolissimo obolo nella cassettina dei musicisti per ringraziarli del dono che mi avevano fatto, non sospettavo neppure lontanamente l’errore che stavo commettendo.
Infatti, quel misero euro e cinquanta con cui avevo indegnamente ripagato il regalo di compleanno che mi aveva fatto quella band di strada, guarda caso erano gli unici soldi che avevamo con noi, e così facendo avevo privato mia moglie della possibilità di un caffè, provocando una reazione umorale che può comprendere soltanto chi abbia avuto accanto, alternativamente, un tossicodipendente all’ultimo stadio di astinenza o, appunto, una moglie che vuole prendere un caffè e tu non glielo offri in quell’istante.
Ora non voglio farla apparire come una persona incline al vizio o alle reazioni eccessive – anche perché potrebbe leggere questo scritto… - e dunque dirò che la colpa fu senza dubbio mia che, del tutto ignaro degli effetti della carenza di caffeina (giacché non prendo né droghe né caffè), mi azzardai a dire che, tutto sommato, avevamo almeno ascoltato una canzone eseguita deliziosamente.
L’assolo, da quel momento, mi disse, potevo considerarlo linea guida della mia futura vita amorosa.
Ma non finì neppure qui, niente affatto.
Perché proseguendo nella passeggiata verso Castel Sant’Angelo, mia figlia undicenne adocchiò un mendicante ai bordi del ponte. Un tizio senz’arte né parte, privo di particolari patologie quantomeno visibili, che chiedeva la carità in un punto strategico molto frequentato dai turisti, quindi certamente messo lì dal racket delle elemosine, altrimenti col cavolo che poteva occupare quell’incrocio.
Bisogna dire che anche in questo caso l’esecuzione lamentosa era pregevole, e, vero o finto che fosse il suo disagio, una moneta gliel’avrei pur data, anche su incitamento di mia figlia che infatti mi strattonava invitandomi a farlo, lei che è particolarmente sensibile a qualsiasi causa umanitaria.
Ma non avevo altri soldi, glielo dissi, gli ultimi li avevo dati ai musicisti.
Apriti cielo! Che persona malefica che ero, rifiutavo di aiutare un povero storpio (che secondo me in realtà corre tranquillamente i tremila siepi), e invece avevo dato volentieri del denaro a quei suonatori da strapazzo! Ed hai voglia a fornire tutte le giustificazioni possibili, quando una figlia ti mette il broncio, la vacanza può essere rovinata definitivamente. Le provai tutte, mi ridussi io stesso a mendicare la sua comprensione, ma, guarda un po’, a differenza del tizio sul ponte, io non la impietosii neppure un pochettino. Si girò sdegnata e si avviò verso l’albergo senza avere la minima idea di dove fosse, guidata da un navigatore interno che aveva come destinazione programmata quella di andare comunque il più lontano possibile dal padre. La indirizzai a fatica verso il percorso corretto, che però conduceva di nuovo attraverso Piazza Navona.
Passammo così ancora davanti a quegli alter ego dei Dire Straits, in quel momento stavano suonando alla grande un altro pezzo storico, ma appena mi volsi mia moglie sarcastica faceva il segno della tazzina del caffè e mia figlia con sguardo torvo tendeva la mano, così non rallentai neppure. O meglio, per un attimo pensai di farlo, ipotizzai di distrarli in qualche modo, riprendere il mio euro e cinquanta dalla cassettina e scappare via fra la folla. Ma quella sera compivo quarantasette primavere, anzi, era l’autunno quello che stava arrivando nella mia vita, e non potevo tradire proprio allora i ricordi della mia gioventù che l’ascolto di quella vecchia canzone mi aveva suscitato. Di quando sognavo che un giorno sarei stato davvero su un palco a suonare, novello Mark Knopfler, quell’assolo geniale, con la folla in visibilio ai miei piedi. Forse lo sognavano anche quegli stagionati musicisti, e la vita li aveva traditi nonostante il talento. O forse l’avevano scelto proprio loro di essere liberi, di suonare in una piazza, di regalare il loro talento ai passanti in cambio, quando andava bene, di qualche monetina o di un timido applauso. E dunque feci solo un lieve saluto al loro indirizzo e non rallentai il mio passo, addio, o meglio, alla prossima. Quando giuro che mi riempirò le tasche di spiccioli, e mentre mia moglie con quei soldi si inietterà caffeina endovena e mia figlia risolleverà i destini di tutti i derelitti, veri o finti, che vagano per Roma, mi siederò di fronte al chitarrista e, mimando con le dita gli accordi, ad occhi socchiusi, duetterò finalmente insieme a lui come un vero Sultano dello swing.

P.S. Scusatemi, Genny e Rosaria. Solo una piccola licenza poetica per colorire la storia. So bene che in realtà voi assecondate con dolcezza tutte le mie fisime. Soprattutto dopo aver bevuto il caffè, e quando non ci sono in giro mendicanti…