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sabato 27 dicembre 2014

Ghost lifer

Non vali nulla? E' il mondo giusto per te!

Uno dei drammi dei nostri tempi è l'assenza di meritocrazia. A tutti i livelli, persino nei sentimenti. Ho appena letto in un illuminante stato su facebook che "è scientificamente provato che i bei ragazzi stanno con le cesse". Cosa abbiano fatto queste ultime per meritarsi l'amore degli uomini più ambiti non si spiega se non con delle raccomandazioni. Non ci stupiremmo affatto se le cesse in questione fossero parenti di qualche politico! 

Non sai scrivere? Avrai un grande successo editoriale.

Conosco tante persone che scrivono da Dio, inventano storie affascinanti, non soffrono di congiuntivite, eppure le loro opere rimangono forzatamente nel cassetto perché sono dei perfetti sconosciuti, il loro nome non tira. Al loro posto, negli scaffali delle librerie e nelle classifiche di vendita, trovi volumi scritti da squallidi personaggi televisivi pubblicati dalle migliori case editrici nonostante quando parlino non sappiano neppure mettere in fila due parole senza intervallarle con un rutto. Però la gente li conosce e dunque quando vede il loro faccione in copertina (perché, in assenza di contenuti che possano attrarre, in copertina mettono proprio il loro faccione) ne compra i libri.

Nuove schiavitù e vecchi fantasmi.

Corollario di quanto sopra è lo sfruttamento. Del professionista ignorante che nonostante tutto riceve incarichi prestigiosi in virtù delle sue conoscenze, e per svolgerli si rivolge a collaboratori onesti e sottopagati, che lavorano nell'ombra e destinati ad un perenne oblio. O dello scrittore analfabeta che grazie alla sua improvvisa fama per qualche apparizione televisiva ad un reality ottiene un contratto per la pubblicazione della sua autobiografia e però non essendo in grado di scrivere altro che io naqqui e ogi sono tando canosciuto, si serve di un ghost writer, cioè di uno di quei bravi autori di cui parlavo in precedenza, penalizzati per non essere nessuno (per il mondo editoriale) e che in questo modo passano da nessuno in senso tecnico a Nessuno in senso Omerico: persone che compiono delle azioni significative ma per il gioco del fato (leggi: mercato) il loro nome non viene tramandato ma solo le loro gesta, attribuite ad altri dalla Doxa. Che non è la società di sondaggi, ma la Fama, che - perfetto esempio di adattamento ai tempi - invece di premiare chi lo merita torna sempre dove era già stata. I proverbi non sbagliano mai. I soldi vanno da chi ha altri soldi. Il cane morde lo stracciato. 
E la Fama è cosa diversa dalla Fame, una esclude l'altra.

Vivere? E' passato tanto tempo...

Certo, queste riflessioni sembrano fuori posto in questi giorni di festa. Ma non erano volute. Il tutto nasceva - come quasi tutti i miei post - da un gioco di parole pensato in una notte insonne, sul quale costruisco un articolo. Questa volta, parafrasando l'espressione ghost writer, mi era venuto in mente che in certe occasioni più che uno che scriva al posto tuo, occorrerebbe uno che vivesse al posto tuo.
Un ghost lifer, neologismo inesistente (lifer è più propriamente il condannato a vita).
Utile a salvarti dal colesterolo nei cenoni natalizi, a rispondere per te a quelle insensate catene di auguri fintissimi che ricevi su whats'app o tramite sms, in modo da lasciarti il tempo di rispondere personalmente a quei pochi, veri amici che ti hanno inviato auguri sinceri, quelli pensati apposta per te, che menzionano te e la tua famiglia per nome, che sanno cosa vuoi lasciarti indietro di questo anno passato e cosa desidereresti accadesse nel nuovo. 
E utile a scrivere questi insensati post natalizi sul tuo blog che nessuno legge e che ti facevano perdere un sacco di tempo per rispettare il proposito di scrivere sempre e comunque un post a settimana. Mentre tu col tempo guadagnato dal non avere scritto questo post te ne vai in giro a consolare le belle ragazze sole e disperate da quando è stato scientificamente provato che i bei ragazzi stanno tutti con le cesse. E' il tuo momento, Giovanni! 

sabato 13 dicembre 2014

L'assassino dei tempi morti

Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo. Sì, ma a che pro? Per scoprire la polvere che c'è sotto? Non è meglio continuare a mantenere lo status quo? E perché oggi mi vengono in mente tante domande, incluso questa? Forse perché ogni giorno che passa le nostre certezze svaniscono, quando i media ci rimbalzano continuamente notizie difficilmente comprensibili. Madri che uccidono i propri figli senza alcuna ragione (come se potesse mai essercene una) e continuano a negare di averlo fatto, violando di nuovo la memoria della carne della propria carne. Cantanti che muoiono su un palco chiedendo scusa, e persone che filmano la scena e inescusabili la pubblicano dovunque, incuranti del fatto che si nasce e si muore soli e che se è successo davanti ad una folla è stato soltanto un incidente non un evento da perpetuare ad libitum. Politici nuovi che fanno rimpiangere i vecchi, che già ci facevano rimpiangere quelli più vecchi ancora, con la paura che un giorno dovremo dire si stava peggio quando si stava meglio ed accettare ancora una volta di consegnarci armi e bagagli a chi ci porterà, come settantacinque anni fa, verso un baratro ancora più grave di quello economico, morale e sociale che già viviamo. Mondi di mezzo che noi che viviamo in mezzo al mondo ce n'eravamo accorti da decenni che il marcio non era soltanto in Danimarca, che se non dici minchia ma cazzo non vuol dire che non sei mafioso. E allora ti dici che c'è poco da rimboccarsi le maniche, che è davvero meglio che i progetti che avevi sul tavolo li torni a chiudere nel cassetto, che c'è poco da rammaricarsi, come facevi una volta, delle giornate prive di sogni e di ideali, in una parola del tempo sprecato, di quando pensavi sono vivo e perciò lo scrivo. Ormai faccio il contrario, lascio che il tempo scorra e mi illuda che non è soltanto una convenzione. Scrivo per sentirmi vivo anche se non serve a niente. Scappo dalla gente, fingo che sia composto di voci reali il coro che sento nella mia testa, quello che leggo a margine delle mie futili parole. E mi illudo ancora una volta che non sia colpa mia il vuoto che avverto. Anche se in alcuni momenti di lucidità, come questo, sono consapevole che per certi versi sono io stesso l'assassino dei miei tempi morti

domenica 30 novembre 2014

Amori a chilometri zero

Dopo una lunga ricerca (i documenti disponibili sono pochissimi) ho composto l'albero genealogico della mia famiglia a partire dalla seconda metà del 1700.
Un dato interessante salta all'occhio. In un centinaio e più di miei antenati in linea retta, in almeno sei generazioni, non c'è nessuno che sia originario di un paese diverso, tutti membri di famiglie del mio piccolo comune di appena mille anime. Eppure non è un centro isolato, anzi è contiguo a diversi altri di maggiori dimensioni, gli scambi commerciali avrebbero dovuto essere frequenti, e così le occasioni di intrecciare relazioni interpersonali.
Invece non è andata così, i miei avi si sono interessati sempre e solo alla vicina di casa.
Non mi risulta neppure, salvo rarissimi casi, che vi siano state nozze fra parenti (quantomeno fra parenti di rilievo giuridico). Le mie innegabili tare non posso addebitarle a questo.
Eppure i miei antenati non sono stati affatto pigri. Tanto per dire, fra di essi si annoverano garibaldini e briganti, gente che ha viaggiato più volte fra Italia ed America, lavoratori instancabili, carbonari, soldati, vedove che hanno tirato su da sole intere famiglie, donne che hanno sfidato i pregiudizi. Gente umile ma non rassegnata alla propria condizione, persone che hanno creduto in un ideale, disposte ad emigrare oltreoceano, a combattere battaglie senza compenso, ad unirsi ad una guerra mondiale finita con una vittoria di Pirro e ad un'altra persa in partenza.
Ma le donne e gli uomini della mia famiglia, nel loro intricato percorso, hanno voluto accanto a sé sempre e soltanto uomini e donne dello stesso paese, quelli che sai a chi appartengono, quelli che non ti sorprendono ma neppure ti deludono, quelli che non li riconosci col nome e cognome (che in un piccolo paese come il nostro spesso erano e ancora sono tutti uguali), ma col soprannome, per un vizio, un vezzo, un colore dei capelli, un modo di dire particolare.
Abbiamo sempre amato il nostro paese, se siamo stati costretti a lasciarlo è stato a malincuore, e quando abbiamo potuto siamo sempre ritornati. Perché c'era sempre qualcuno che ci aspettava.
Perché la nostra metà l'abbiamo scelta sempre fra chi viveva accanto a noi, in modo che nulla potesse convincerci ad abbandonare il luogo in cui siamo nati.
Così oggi mi affaccio dal mio balcone e vedo ancora una volta il panorama che vedeva il mio trisnonno. Il castello, il campanile, e il fiume che scorre proprio sotto casa mia e che conduce verso quel mare e quell'orizzonte che vedo in lontananza, nel quale il mio sguardo talvolta si perde, è vero, ma rimango saldo all'albero maestro, insensibile al canto delle sirene.
Perché il legame con le nostre radici è saldo e sincero.
E i nostri amori, da sempre, a chilometri zero.

domenica 16 novembre 2014

No, viaggiare

C’è un’estetica del viaggio. La scoperta di nuovi posti, il fascino che sprigiona la conoscenza di un luogo “altro” rispetto a quelli consuetamente frequentati.
Il mondo verticale di Manhattan, la biodiversità australiana, la lentezza nordafricana. Mete attrattive che probabilmente non vedrò mai, accontentandomi del mondo orizzontale di villette a due piani, gatti randagi e frenesia fine a se stessa.

C’è anche un’etica del viaggio. La positiva inquietudine che ci fa crescere, lo scambio di esperienze, il mettere in discussione il proprio piccolo mondo per poi tornarvi cambiati riuscendo ad arricchirlo con idee mutuate dal confronto con realtà diverse.

Io dei miei viaggi ricordo per lo più le stazioni.
L’etica e l’estetica dello stare nella sua più intima etimologia.
L’attesa, che non è ancora né meta e neppure percorso, ma in potenza lo è entrambi.
La macchina che si mette in moto. Il treno quando è ancora fermo eppure sembra muoversi, il senso ingannato dalla partenza dei vagoni del convoglio di fianco al finestrino; l’esatta metafora del mio viaggio ideale. Con la mente già predisposta, convinta, eppure, di fatto, ancora fermo.
Al sicuro. E con ancora la possibilità di non partire affatto.
Perché partire è un po’ morire.
Ma rimanere è morire del tutto, obietterà qualcuno.
La frase mi piace, spero sia mia, anche se non ne sono sicuro, visto che la penso diversamente. Ma non è un argomento definitivo, sono un avvocato, sono costituzionalmente portato a difendere anche tesi nelle quali non credo troppo.

Non lo nego, ci sono stati viaggi che mi son piaciuti.
Quei giorni che finiscono troppo presto, e nei quali ti trovi a fare il paragone impietoso fra il viaggio d’andata, denso di aspettative, e quello di ritorno, che non nasconde, ahinoi, sorprese: il solito noioso tran tran.
Ma è bastato, anche in quelle occasioni, rivedere le strade consuete, quelle in cui per sbagliare non hai più bisogno del navigatore, per sentire quel profumo nelle narici, che alcuni chiamano aria di casa mia.
Ma sarebbe una visione del tutto superficiale, perché il mio piacere di ritornare non è quello di rivedere i luoghi familiari ma più propriamente quello di riavere il mio punto di osservazione. Quello che puoi godere soltanto stando, non andando.

Non è una contraddizione con la mia visione tolemaica il fatto che io ami o abbia amato i buoni reportage di viaggio, dal Kilimangiaro di Hemingway all’Italia girata in bicicletta o in 500 nei libri di Paolo Rumiz.
Il libro è, infatti, solo un’appendice sensoriale del mio osservatorio, che mi consente di vivere mediatamente le emozioni narrate, ma in genere elaborandole soggettivamente, e trasformandole a loro volte – complici la mia fantasia e la mia scarsa memoria – in aneddoti che mi capita di raccontare come storie vissute da me.
E magari ne sono anche convinto.

Spesso nelle stazioni mi soffermo ad osservare i partenti e gli arrivanti, categorie che difficilmente si possono confondere, tanto trasfuse anche in esse i caratteri peculiari dell’attesa e dell’abbandono.
Molto più complesso è individuare quelli come me, coloro che stanno.
In inglese siamo quelli con un –ing nella desinenza, a volte siamo participi presenti, quando ancora la nostra natura di stanti dura da pochi istanti.
In quei momenti, mi scuserete il gioco di parole, siamo distanti.
Siamo appena arrivati o non siamo ancora partiti. Siamo in cerca di una scusa per non farlo o per giustificare quel che faremo. Ci limitiamo ad osservare.
E a chi ci notasse possiamo suscitare impressioni diverse.
Siamo quelli perplessi, che cercano informazioni e non sanno come ottenerle.
Siamo quelli stranieri, anche nel proprio paese.
Siamo quelli alieni alle sorprese.
Siamo come la Vergine sgomenta di fronte al mistero. Stabat mater.

E poi ci trasformiamo in gerundi. La potenza si muta in atto.
Allora siamo quelli che stanno stando.
Smettiamo la nostra comoda ignavia solo per ignavia.
Siamo quelli che leggono il cartellone delle partenze sperando in un congruo ritardo che ci possa far visitare con calma la libreria.
Che non hanno fame ma è comunque ora di pranzo.
Siamo come l’anziano San Giuseppe nella canzone di De Andrè, che prendono un’iniziativa solo perché stanchi di essere stanchi.

Ma c’è un’estetica anche nello stare.
Quante persone ho conosciute che pure loro stavano qualcosa.
E lo facevano da Dio, credetemi. Si sceglievano i posti migliori, quelli in prima fila.
Stavano su una terrazza panoramica a Ravello. Una volta ho bevuto un caffè con una che stava in un caffè vista mare, le svolazzano i capelli come su una cabriolet degli anni ’50 e non c’era un filo di vento.

E non manca neppure un’etica, nello stare.
Perché a stare da soli ci vuole una certa attenzione prima di abituarsi, perché non è facile, basta un attimo e ti trasformi in uno che va, o in uno che torna.
Quando poi stai da solo da parecchio tempo allora capita che non ci fai più neppure caso, può darsi che giri a vuoto, come in moto a luogo circoscritto, e intimamente ti sei convinto che quella sia la regola, non l’eccezione, che anche quelli che vedi camminare insieme abbracciati siano in realtà due che stanno da soli. Così quando ti capita di incontrare un’altra persona, una che magari davvero ci crede nel viaggio, che ti parla di altri nomi, altri luoghi, altre vite, tu lo credi soltanto un rappresentante, uno che ti mostra depliant che a loro volta mostrano soltanto palcoscenici, scenari di cartapesta. Perché ormai ti sei fatto una ragione che lo stare non è solo uno stato d’animo, ma un’esigenza condivisa, e che chi si affanna a spendere i propri risparmi per un’altra settimana di vacanza in posti esotici non è né più né meno che un drogato che vuole farsi il suo trip, e magari quel viaggio sarebbe ancora più comodo e banalmente rilassante rispetto a quello in macchina, in treno o in aereo; mezzi di trasporto faticosi e certamente assai meno efficaci di un’endovena.

L’ideale, lo so, è trovare una persona con la quale stare davvero insieme, non per caso.
Con la quale trascorrere un intero weekend a stare nei posti più belli del mondo.
A girare per i mercatini d’antiquariato delle città d’arte, confondendosi con la folla di Porta Portese a Roma o del Balùn a Torino, scherzando sulle manie di quei turisti che vanno e vanno in continuazione senza portare davvero indietro con sé nulla se non fotogrammi di un passato che non è mai stato presente, perché quelle foto non hanno nulla di vero, sono pose create per avere un ricordo.
Ma un ricordo falso che ricordo è?
Invece noi, che in quel momento stiamo insieme, avremo sempre un testimone che potrà affermare che ci siamo stati.
E le foto lo confermano, ma non le nostre.
Noi siamo quelli che stanno sullo sfondo delle vostre.
Quelli che mentre vi affannavate a fotografarvi, stavano semplicemente lì.
E sembravano felici.
Come se quello fosse l’album del loro viaggio di nozze.

domenica 9 novembre 2014

Coazione da Tiffany

Scendete dal letto sempre con lo stesso piede?
Nient'altro che scaramanzia. Superstizione.
Ma non dovrebbe aver ragione d'essere, stolido retaggio apotropaico.
Che porta alcuni scettici ad affermare che "la superstizione porta sfortuna" (Raymond Sullivan)

Scendete dal letto sempre con lo stesso piede, ma facendo almeno sette saltelli e ripetendoli per sette volte nel caso in cui sbagliate la sequenza?
Avete un disturbo ossessivo compulsivo. D.O.C.
E io di D.O.C. sono un caso doc. Consumo interruttori e lampadine a forza di accendere e spegnere luci non convinto di averlo fatto, suole di scarpe nel tentativo obbligato di ripercorrere sequenze predeterminate di percorsi lungo i bordi o gli incroci delle mattonelle. E mille altre piccole cose. Che non mi complicano la vita più di tanto, per fortuna (ma la fortuna esiste davvero?), semplicemente talvolta me la rallentano un po', e non è detto sia una male. Anzi, se il D.O.C. di giornata mi costringe a pestare una cacca, la cosa potrebbe anche portare inattesi sviluppi positivi, se dopo sono costretto ad entrare in casa di una persona che mi sta amabilmente sulle scatole.
Dai diamanti non nasce niente, ecc. ecc.
Poi c'è l'aneddoto non so più se vero o inventato che racconto da troppo tempo, delle due strade che portano entrambe allo stesso posto ma una ben più lunga e tortuosa ma che mi sento costretto per le ragioni di cui sopra a percorrere, e però mi salva la vita perché proprio in quel momento sull'altra si abbatte un albero dal ciglio della strada, e che mi avrebbe sicuramente investito.
E in quei casi come fai a disfarti più dei tuoi compagni di viaggio?
Perché è così che io li vedo. Simpatici attenti folletti (gli angeli custodi hanno compiti più importanti), che mi guidano a girare da destra e non da sinistra di una poltrona, a saltare l'ultimo scalino, a calpestare quel tombino e non quell'altro... Che ne so io delle linee di forza che in tal modo evito di infrangere, dell'equilibrio del mondo e del mio essere che in tal modo contribuisco a mantenere integro? Se me lo dicono loro che fanno parte del piccolo mondo sarà sicuramente giusto, una condotta da seguire senza alcun dubbio e senza troppi ripensamenti.
Perché, ripeto (ah ah ah!), sinora mi è sempre andata bene con questa coazione a ripetere gli stessi gesti.
Se fossero stati cattivi consiglieri, mi avrebbero spinto a compiere gesti inconsulti.
Tipo comprare costosi gioielli alle persone amate ad ogni ricorrenza, come fanno alcuni uomini di mia conoscenza o si aspetterebbero donne di mia conoscenza. 
Cose che per fortuna i miei spiritelli non mi fanno fare mai, o quasi mai. 
E quella volta che è capitato, è stato un unicum.
Nessuna coazione da Tiffany.

Saltello.
Saltello.
Click.

giovedì 30 ottobre 2014

Proust e la conserva di pomodoro.

Non è una novità. Ci aveva pensato il buon Proust nella Recherche, inzuppando nel te' e nell'immaginario collettivo di milioni di lettori le sue petit madeleine dotate del potere magico di sprigionare il ricordo di attimi già vissuti, già visti. Dejà vu.

Non è una novità, però ogni volta che accade questo piccolo miracolo si rimane colpiti dalla nitidezza della visione del passato che, come in una macchina del tempo, scaturisce da un gesto, un profumo, un oggetto, scrigni di antiche sinestesie che d'incanto ci riportano a quel tempo ormai perduto ma tanto ricercato.

Non è una novità, ma quel che mi è capitato credo abbia i connotati dell'eccezionalità.
Perché la mia occasionale petit madeleine ha svolto la sua funzione rievocatoria non solo per me ma anche per altri, da un punto di vista diametralmente opposto. E questo il buon Marcel non so proprio se l'avesse ipotizzato.

Ho ripreso la mia vecchia Fiat 500 del '69, per lunghi anni rimasta parcheggiata in garage, in realtà meritevole - con i suoi 350.000 km - di quel dignitoso pensionamento che a me, della sua stessa età, le riforme che si susseguono rendono sempre più utopistico. Così, per evitare questa ingiustificata disparità di trattamento ho pensato di farla tornare sulla breccia, forte dei suoi consumi ridotti e della sua capacità innata di trovare parcheggio dove non si sospetterebbe. Certo, la capote faceva acqua da tutte le parti, la ruggine si stava impadronendo della carrozzeria, il motore necessitava di un'aggiustatina, ma all'interno quel profumo, ragazzi, quel profumo... Quello buono di decine di viaggi Salerno - Milano e Salerno - Roma, con me incastrato nei mille pacchi e pacchettini con i quali i miei genitori la caricavano di ogni ben di Dio tutte le volte che, finite le vacanze, dal paese si ritornava in città. Quell'afrore di olio, vino, patate novelle, conserve, bottiglie di sugo di pomodoro, biscotti fatti in casa, e insieme di infanzia felice, di nonni, di bontà, di tanta vita davanti.

E poi, rimessa a nuovo, l'ho lanciata ancora una volta, dopo tanti anni, per le nostre piccole strade, dove all'inizio le persone che incrociavo a bordo delle loro non mi riconoscevano, abituati a vedermi in una macchina diversa, ma poi... poi è capitato che una persona dell'età di mio padre mi ha avvicinato raccontandomi la sua emozione nel rivedere in pista la gloriosa 500, la cui apparizione improvvisa l'aveva riportato ai felici momenti in cui, ormai quarant'anni fa, il suo caro amico Domenico tornava da Roma e il passaggio di quella macchinina simboleggiava qualche settimana di spensierate chiacchierate, partite a carte, passeggiate in montagna in cerca di funghi ma in fondo soltanto scuse per ritrovarsi e raccontarsi le loro vicende quotidiane di amici separati dall'emigrazione e dalle vicende della vita.
"Avvocà, che sciddico re còre, m'è parso ca tornava n'ata vota Minicuccio..."
No, ero soltanto io, ma l'emozione ce la siamo goduta insieme. Doppia.
Ed è stata l'occasione per giocare ancora una volta lo sport che mi riesce meglio: i tuffi nel passato.
Dai quali come al solito esco con gli occhi rossi.
Di pianto o di sugo, stavolta non importa.



lunedì 13 ottobre 2014

L'ultima ora

Ascoltare un notturno di Chopin t'induce alla meditazione.
Il fatto che fuori ci sia il sole e che sia un autunno ben più caldo dell'estate appena trascorsa può essere solo un dettaglio, in certi giorni in cui ti sorprendi a pensare che il tuo presente non sia altro che passato. Che tu, pur permanendo ancora su questo piano di esistenza, non sei in realtà un contemporaneo. Il mondo è andato avanti (e se avete mai letto la saga della Torre Nera di S. King potreste sapere che non è necessariamente un progresso, anzi) e tu non te ne sei accorto, hai creduto di essere ancora al passo, che il tuo essere brillante (sempre a detta del protagonista dei tuoi selfie) fosse segno di attualità e non soltanto il luccichio della cromatura di un'auto d'epoca tirata a lucido per una serata particolare, per una sfilata, e poi di nuovo parcheggiata in garage a crogiolarsi nelle illusioni delle curve delle donne di una volta e ora solo dei propri parafanghi.
Perché scioccamente ho sempre visto l'essere fuori tempo come una qualità, una particolarità, un segno distintivo, come l'essere parte di coloro i quali potevano affermare cantando "non è tempo per noi e forse non lo sarà mai", e non come un semplice anacronismo.
E allora mi nascondo dietro pensieri altri, fingo ancora una volta di essere in grado di dire la battuta tranchant, di essere simpatico, intelligente e non soltanto strano, quando chiedo ai miei amici se hanno presente quei giochi in cui intrecciando le mani in un certo modo puoi ingannare le percezioni neurosensoriali per cui ti sembra di muovere l'anulare è invece è il medio. E poi quando hanno capito, inizio a raccontare di come quella mattina mentre mangiavo un grissino ero andato a fare pipì.
E se qualcuno per caso la capisce e invece di andarsene si mette a ridere cresce il mio ego.
Ed evito di confondere almeno quello con un grissino.
E poi succede quella cosa che improvvisamente la ragazza che ti sembra attraente invece di dirti "ciao" come a un coetaneo ti saluta con un "buonasera" (ed è successo già diversi anni fa!), che poco ci manca si offra di aiutarti ad attraversare la strada.
E poi succede che passi davanti al tuo vecchio liceo, osservi le sbarre alle finestre della tua classe del ginnasio al piano terra, attraverso le quali il salumiere lì di fronte ci passava il panino alla ricreazione e quasi lo senti ancora il profumo di quel pane fragrante e di quella pancetta tagliata sottile e poi ti volti e quell'alimentari non c'è più, sostituito da un outlet, e mentre sei lì a rimuginare l'occhio ti fugge dentro a quell'aula e tutto è uguale e tutto irriconoscibile, come un film di serie b, quelli che il personaggio improvvisamente non conosce più nessuno e nessuno lo riconosce nonostante i luoghi siano gli stessi. Infatti non sono io quello in seconda fila, la ragazza con i capelli biondi al primo posto davanti alla cattedra si volta e sorride ma non è Maria, lei sarà in un altro multiverso, retta parallela che non incontrerò mai e forse è meglio così, perché sarebbe soltanto uno specchiarsi nelle rughe dell'altro. Ci saluteremmo da lontano, come faccio con quella ragazza ricambiando il sorriso, magari mi ha scambiato per il genitore di qualche suo compagno. Anche con lei rette parallele. Non ci incontriamo mai, al limite un saluto da lontano se la maledetta geometria almeno questo lo permette.
Mi allontano rapidamente e mi consolo pensando che in fondo forse la scuola la possiamo mitizzare soltanto quando sono passati decenni, mentre allora, come tutti credo, l'ora di lezione preferita era sempre l'ultima.
Ascolto un notturno di Chopin e m'illudo di essere anch'io attuale come lo è anche dopo due secoli quel meraviglioso compositore polacco. Ma mentre lui è assolutamente senza tempo, il mio è passato senza accorgermene. "Ed è tutto tempo sprecato", cantava l'autore di questo post ormai più di vent'anni fa, ventenne e già interamente calato nella sua parte di protagonista non del film ma soltanto dell'intervallo fra i due tempi. O meglio, come quello che esce nella pausa a comprare le patatine e trova un sacco di fila e quando rientra in sala il secondo tempo è già inoltrato e nonostante s'impegni da quel momento in poi non capisce una mazza.

venerdì 19 settembre 2014

Ah, felicità...

Un buon metro della felicità e' quante cose ti son piaciute. Stasera ho voglia di un po' di felicità, e siccome qualcuno ha detto che i veri piaceri risiedono sempre nella memoria, mi va di ricordare il profumo delle figurine panini appena scartate, i miei primi accordi di chitarra acustica, le storie di topolino degli anni settanta, pezzi di vetro cantata in diecimila al concerto di de gregori nell'88 a Roma, pezzi di vetro cantata in due, solo in due, una notte di tanti anni fa fingendo indifferenza e montando desiderio, le corse sulle montagne russe dell'Edenlandia a Fuorigrotta col cuore in gola, il cannocchiale sul Gianicolo dal quale abbracciavi tutta Roma, le parole taumaturgiche di mia madre che mi teneva la mano accanto al letto, dormi che ti passa, l'accento siciliano di una ragazza conosciuta per caso, il sorriso all'entrata della chiesa e l'extrasistole di te che aspetti all'altare, quelle giornate al mare tutti insieme, ancora spensierati, quegli esami dall'esito negativo e un profondo sospiro di liberazione, l'orgoglio per una promozione, gli applausi scroscianti per una tua creazione e l'abbraccio in privato, di soddisfazione, una vittoria che non sapevi ancora peggiore di una sconfitta, la fierezza di una schiena sempre e comunque diritta, il ritorno di un amico che credevi perduto, un messaggio inatteso di chi non sentivi da tanto, una promessa che allora credevi mantenuta, il finire di una serata come avevi sognato, una caramella al miele, un gelato, un libro e un po' di te. Volutamente senza accento.


lunedì 15 settembre 2014

Confidate nelle imitazioni

Il camaleonte, dalla sua foglia, guarda contemporaneamente me e la libellula. Magie della visione stereoscopica. Uno schiocco di lingua è sufficiente per capire che mi ha dimenticato, la scelta del piacere immediato e sicuro è preferibile rispetto alla curiosità momentanea per un essere così diverso da sé.
Lo osservo mentre consuma il pasto. Una bocca con le ali. Altro che Eros e i suoi cuori che volavano via. Ora sono solo le nostre parole ad essere alate. Il camaleonte sta declamando che è la sua natura, la libellula ha concluso il percorso per consentire a lui di proseguire il suo.
Verde, come la foglia su cui è posato. Al verde, in questi tempi di crisi, siamo tutti. Se si posasse sul mio portafogli sarebbe ancora più smeraldino. Eppure continuiamo a fingere un tenore di vita che non potremmo permetterci, usando anche noi la mimesi. La biologia e la nostra capacità di adattamento ci hanno insegnato la strada. Scrivo e mi fingo scrittore e poeta per essere accettato dagli scrittori e dai poeti, finti per definizione: chi parla mai in versi nella vita reale? Solo gli animali usano i versi. E quale sarà quello del camaleonte? "Color colore, fuggo al dolore, diverso mi fingo e altrove mi spingo".
Le finzioni, le imitazioni, il pretendere di essere altro ("pretend to be"), per ridere, per far ridere, per spiazzare. Mi riescono male le imitazioni, faccio Berlusconi, ma lì son buoni tutti. Ma chi altro? Nessuno, credo. Così provo ad imitare le voci che nessuno ha mai sentito, Napoleone mi viene identico, conciono tal e quale a Cicerone. Il principe dell'oratoria. Parole piene di vuoto, parole che fingono di essere alte e sono solo altre, vane emissioni sonore delle corde vocali con la gabbia toracica a fare da cassa armonica, dammi un la per accordarci sulla stessa tonalità. Ma tu, invece, ti fai più in là, come il camaleonte cambi ancora colore per non avere più il mio. Ma qual era, poi? Un arcobaleno, metti il camaleonte su un arcobaleno e non sbaglierai. Io, come lui, per te ho tutti i colori senza esserli davvero. E continuo a scrivere, cercando di essere me stesso senza riuscirci mai davvero, parlo e sto zitto come un muto, sto zitto e parlo come un mimo, come Marcel Marceau, il più famoso che, estremo paradosso, ha scritto meravigliosi aforismi, ci ha insegnato che è bene tacere ogni tanto, parlare solo se si ha davvero qualcosa da dire; il suo incontro con Mel Brooks, l'unica parola "Non", "No"; un mimo parlante, l'ossimoro stridente che richiama quello del camaleonte, il fenomeno cangiante.
L'ho lanciato in aria, ed è diventato trasparente, invisibile, volevo riprenderlo ma era svanito, non l'ho più trovato, come te, come le nostre promesse che sono finite come tutte le parole degli amanti nell'acqua e nel vento. Oportet. E' così che va, così che bisogna fare. 
Ma io non mi arrendo, e continuo a scrivere. Perché una storia non è mai finita per sempre, c'è sempre un seguito e io lo inseguo. Il camaleonte non è davvero scomparso, sta semplicemente amando. E solo chi ha fantasia in supremo grado potrà immaginare e saper descrivere il colore di un camaleonte abbracciato ad un altro camaleonte.

sabato 6 settembre 2014

Ricreazione

Jean-Lambert Pickman era un mentalista belga attivo alla fine dell'800, famosissimo anche in Italia, i suoi spettacoli teatrali sulla trasmissione del pensiero attrassero eminenti studiosi dell'epoca fra cui Cesare Lombroso, il padre della criminologia, che ne certifico' la effettiva capacità di leggere nella mente degli altri, in particolari condizioni.
Dopo aver riletto un saggio in argomento dei professori Grimaldi e Fronda del 1896, ho voluto anch'io sperimentare la mia attitudine al mentalismo.
Ho detto a mia figlia di pensare intensamente un numero da uno a dieci mentre io le stringevo le mani e la guardavo negli occhi per indovinare.
L'esperimento è' riuscito dieci volte su dieci.
Poi le ho detto di disegnare qualcosa su un foglio, mentre io nell'altra stanza dovevo provare a intuire e disegnare a mia volta la stessa cosa.
Anche in questo caso il risultato e' stato positivo.
Infine le ho chiesto di darmi un comando mentale e io lo avrei eseguito alla lettera, e così è' stato.
Non può essere, starete pensando.
E ho indovinato anche questo.


Sapendo che si dorme a fatica, approfitto per predispormi a piacevoli viaggi onirici. Difatti, scelta Scarlett Johansson come partner siamo usciti a cena. Lei era splendida, disponibile, solo che io avevo un po' di colite e non ho mangiato quasi nulla. Poi, cercando intimità, lei pensava ad un vino d'atmosfera, ma sono astemio, acqua naturale. Infine, in albergo, mentre lei mi aspettava sul letto in un'elegante vestaglia di seta slacciata nei punti cruciali, armeggiavo con la scheda e non riuscivo a chiudere la porta della camera, la luce era saltata, ho provato a cercare la fessura illuminando con l'accendino ed è' partito l'antincendio. Scarlett e' uscita di corsa dalla camera e dal mio sogno. Sono il Freddy Kruger di me stesso, unico caso in cui negli incubi mi metto paura da solo.


Mi piacciono i fumetti, l'etimologia delle parole, i baiocchi del mulino bianco, le donne a cui piaccio, quelle che ridono con me e non di me, i Dire straits e i Supertramp, la pioggia col sole, le serate estive in campagna in cui si vedono lucciole e stelle, le caramelle, le bonarie prese in giro, gli amici di una volta, leggere dopo pranzo, il giro di sol, camminare fingendo di avere una meta, le persone timide e auto ironiche, chi crede poco in se stesso e molto negli altri, le storie a lieto fine in cui però muore qualcuno dei buoni, i panettoni con i canditi, i quadri di Corcos... E soprattutto la cosa che più mi da' piacere e' creare. Una canzone, una storia.
Una emozione che si ripete ogni volta, sempre uguale e sempre diversamente irresistibile, che non mi basta mai. Creare, ancora e ancora. Sentirsi Dio. Anzi, da Dio.
Come un orgasmo, non a caso da noi campani definito l'arricrìo, il ricrearsi, la ricreazione, il nuovo Eden. Che era il paradiso terrestre ma anche un cinema porno a Salerno ai tempi dell'università.
Che finale perfetto che ho creato, sono proprio soddisfatto.
M'aggio arricreato.

giovedì 4 settembre 2014

Il pesciolino che voleva volare

C’era una volta un pesciolino che voleva imparare a volare.
Peccato che la sua casa non fosse un comodo nido su un albero da cui spiccare facilmente il volo, ma un profondo specchio d’acqua lacustre.
Egli era molto ma molto curioso, e il piccolo habitat subacqueo in cui trascorreva le noiose giornate, a malapena illuminate dai pallidi raggi del sole che filtravano sotto la superficie e le lunghe e buie notti insonni (sappiamo bene che i pesci non dormono mai!), non bastavano a soddisfare la sua brama di conoscere il mondo.
Non gli era sufficiente neppure il monotono panorama che talvolta osservava da sotto il pelo dell’acqua, un fitto bosco che circondava il lago e quasi oscurava anche la vista del cielo.
Il padre provava a rincuorarlo spiegandogli che si trattava soltanto di desideri passeggeri frutto della tipica irruenza giovanile, ma che col passare del tempo avrebbe apprezzato il luogo in cui la natura aveva destinato la loro specie, ed anzi lo aveva più volte avvisato di non affacciarsi sul pelo dell’acqua perché poteva essere molto pericoloso. Ma il pesciolino non si dava pace. E non gli fu certo di giovamento l’incontro con un salmone che, tornato nelle acque del lago dopo aver risalito per lunghi chilometri la corrente, gli raccontò della vastità degli oceani, dello spettacolo della terra in tutte le sue manifestazioni, dei colori, dei profumi, dei suoni, delle albe e dei tramonti, delle infinite specie animali e vegetali che aveva incontrato nel suo lungo cammino.
Lo pregò di portarlo con sé nel suo prossimo viaggio, ma il salmone spiegò che non tutti potevano allontanarsi dal luogo di nascita e il pesciolino non era fra quelle fortunate specie.
Così, ancora più triste e sconfortato, il pesciolino si diresse verso la riva per rimanere da solo per un po’ a smaltire la delusione. Si fermò sotto un piccolo pontile.
D’un tratto sentì dei rumori. Passi umani. Riconobbe le voci, simili a quelle che talvolta aveva sentito provenire dalle barchette che solcavano l’acqua del lago. Non però cupe come quelle dei pescatori, ma dal suono squillante e cristallino. Probabilmente, pensò, si tratta di cuccioli umani e, curioso come al solito, si predispose ad ascoltarli.
Non hai proprio idea di cosa ho sognato stanotte!” disse uno di loro.
Ce l’ho eccome, avrai immaginato di segnare un gol nella finale dei mondiali!”
Ma no, ancora più bello! Ho sognato di saper volare e non puoi credere quanto sia stato emozionante! Avevo lunghe ali bianche ed ho planato su mari e monti, fiumi e laghi, paesi e città, fino a sfiorare il sole!”
Il pesciolino era assolutamente rapito da quel racconto, sembrava che quel sogno avesse reso reali tutte le sue fantasie. Tornò velocissimamente a casa per provare quello che aveva descritto il bambino: doveva assolutamente sognare anch’egli di volare. Era l’unico modo per poter finalmente soddisfare la sua curiosità di vedere tutto dall’alto. Peccato però, come già abbiamo ricordato, che i pesci non dormano mai e perciò non possano sognare!
A nulla, dunque, valsero tutti i suoi sforzi. Non servì infilare la testa nella sabbia come un pesce-struzzo né contare i pesci-pecora fino allo sfinimento o assumere tisane di camomillalghe, niente da fare, i suoi occhietti privi di palpebre rimanevano sempre apertissimi sul quel piccolo fondale buio,  e non c’era modo di poter provare neppure in sogno l’ebbrezza del volo.
La tristezza diventò sempre più profonda e da quegli occhi incapaci di dormire sgorgarono tante piccole e vane lacrime che si confusero con le gocce d’acqua del lago.
“E’ la nostra natura”, gli ripetevano i genitori quando lui tornava sull’argomento, “i pesci non volano, ma anche nuotare, in fondo, è come volare. Noi lo facciamo in un mare d’acqua e gli uccelli in un mare d’aria, ed è bene per entrambi rimanere ciascuno nel proprio regno”.
“Sì, però gli uccelli possono vedere il mondo grande e lucente, mentre noi siamo prigionieri di questo lago piccolo e buio”.
“Ricorda, figliolo, le mie parole”, disse il padre, “anche il luogo più bello del mondo può diventare una prigione se non si accetta la propria natura, e anche in un mondo piccolo e buio si può vivere un’esistenza felice se ci si accontenta di quello che ci ha dato il Creatore”.
Ma il pesciolino si era già allontanato. Quelle del padre gli sembravano soltanto vuote frasi di circostanza che nascondevano la realtà: i pesci non possono volare e così non vedranno mai nulla di bello.
Perso in quei pensieri era risalito distrattamente oltre il pelo dell’acqua dimenticandosi degli avvertimenti dei genitori, quando d’improvviso un’ombra lo ghermì e lo strappò dalla protezione del lago. Si ritrovò in un attimo nel becco di un gabbiano che dopo la pesca fruttuosa puntava dritto verso il sole.
Il pesciolino vide lo specchio d’acqua diventare sempre più piccolo, fino a sembrare un puntino d’argento perso nel verde. Durante il volo riuscì finalmente ad ammirare monti, vallate, case dai tetti rossi e bambini che giocavano nei cortili, campanili svettanti e comignoli fumanti e incontrò altri stormi di uccelli che nuotavano in quel mare d’aria come gli avevano detto i genitori. Si sentì finalmente libero, padrone del mondo.
Provò a parlare per esprimere la sua gioia, ma l’aria non era il veicolo giusto per trasportare il suono delle emozioni di un pesciolino fuor d’acqua. Allora si limitò a pensare.
 “Non sono mai stato più felice di così”.
E fu il suo ultimo pensiero. Il gabbiano sollevò il collo con un rapido movimento e lo inghiottì. Se ci fosse stato il tempo, se avesse compreso la situazione, avrebbe ricordato i genitori, i loro consigli, le ultime parole affettuose. Magari rammaricandosi di non aver dato loro ascolto. Oppure chissà, avrebbe semplicemente creduto di essere riuscito a sognare, come il bambino sul pontile in quel  giorno recente eppure ormai lontanissimo.

E’ la nostra natura”, si disse il gabbiano. Che a sua volta, da quando era nato non aveva avuto altro desiderio che tuffarsi fra le onde.

giovedì 28 agosto 2014

Ritratto di persona tradita

Ho scritto e cancellato questo pezzo un'infinità di volte. Nato stanotte in uno scioccante elenco di facce che mi tornavano in mente, ognuna un ricordo di un dolore da descrivere, il compagno bullo, l'amico perduto, la donna giusta dimostratasi sbagliata, quelli che eravamo dalla stessa parte e poi l'hanno lasciata per fare i propri interessi. Non mancava nessuno, volevo parlare di tutti loro, come una nemesi, un esorcismo. Ma poi con la luce del giorno ha prevalso il buon senso, così mi sono scattato un selfie. La mia faccia consumata nascosta dal palmo della mano aperta. Il mio centesimo post. Ritratto di una persona tra-dita.


lunedì 25 agosto 2014

Attraverso lo spicchio

Anna era una bambina bellissima cresciuta a pane e proverbi. Viveva con sua nonna, che ne aveva uno per ogni circostanza. Da grande quei paletti avevano delimitato la sua vita.
Una vita mediocre. Perché non aveva mai potuto fare il passo più lungo della gamba.
Una vita ad accontentarsi, meglio un uovo oggi.
Una vita in direzione obbligata, mai lasciare la via vecchia. E così via.
E si era ritrovata a trentacinque anni, con un lavoro insoddisfacente e sottopagato di infermiera, che però non osava lasciare e un uomo più grande di vent’anni cui era stata destinata quando lei ne aveva appena quattordici e il cui massimo slancio di affetto era stato non aver ancora riattaccato la fibbia alla cintura quando si era rotta a furia di colpirla.
Era in camera da letto. Una stanza completamente disadorna. Dall’armadio semiaperto s’intravedevano i pochi vestiti banali e dimessi. E nel letto, già immerso nel sonno, il fagotto informe del marito ronfante.
Lei si stava pettinando come al solito davanti allo specchio i lunghi capelli che di giorno portava raccolti, ma l’immagine che le rimandava il cristallo le sembrò un po’… strana. Niente di particolarmente sconvolgente, più una cosa tipo “scova le sette piccole differenze”. Una piega volitiva delle labbra, lo sguardo più intenso e deciso, il sorriso, così raro, che faceva capolino. E poi una consapevolezza nuova. Sul ripiano della credenza, il cestino della frutta, otto mele golden. Quei pomi di cui il marito era così ghiotto tanto da volerne sempre addentare una anche prima di andare a dormire. 
"Una mela al giorno leva il medico di torno".
Come d’incanto, quei frutti dorati sembrarono animarsi. Apparvero occhietti e boccucce e poi presero a fluttuare per la stanza e ad inseguirla e lei fuggì, temendo volessero morderla. Ma quelle labbra non nascondevano denti aguzzi, solo sorrisi. 
Si disposero ad orbitare intorno a lei, come satelliti, e la invitarono a seguirla… nello specchio!
Vi si lasciò condurre. E in quel mondo rovesciato la sua stessa camera da letto era tinteggiata con colori soffici e avvolgenti e ospitava arredi eleganti ed abiti alla moda. Le sfuggì un gridolino di sorpresa e gioia, ma subito si portò le mani alla bocca, preoccupata di svegliare il marito, sapeva bene quanto poteva essere pericoloso! E difatti il fagotto iniziò a muoversi, e tese una mano verso di lei, come a volerla afferrare. Lei provò a ritrarsi terrorizzata ma non fece in tempo, e in un attimo fu fra le sue braccia.
Braccia forti e delicate, che l’accarezzarono e la coccolarono e la strinsero, fino a farle dimenticare ogni dolore passato.

Quando si svegliò, faticò a comprendere se era stato davvero solo un sogno.
Probabilmente sì, nella realtà la frutta non insegue le persone. Ma quanto era stato vivido! E che emozioni forti aveva provato, una sensazione nuova ed inaspettata che difficilmente le si sarebbe ripresentata nella sua stanca e triste quotidianità di botte e fatica.
Lo specchio era ancora lì. E pure il cestino con le mele di cui il marito era ghiotto.
Si ricordò di Alice. “Quasi quasi ci provo. In fondo, se andasse male non potrà che essere una nuova delusione, e a quelle ci sono abituata. Ma se ci fosse una sola possibilità di inseguire ancora quel sogno…”
E si tuffò. Con un’iniezione di tetracloruro di carbonio.
Attraverso lo spicchio.

martedì 5 agosto 2014

La banalità del mare

Zahid se ne frega. Con la sua veste di lino bianco che protegge dal sole la pelle ambrata volteggia fra gli ombrelloni come un pulcinella di mare. Indifferente alla nostra indifferenza.
Si siede quando ne ha voglia e se è in vena ti racconta la sua storia.
Che non è fatta come noi presunti benestanti pensiamo di fughe dalla fame e da paesi sconfitti.
Zahid è un insegnante elementare al quale conviene arrotondare lo stipendio con quest'attività da vu cumprà in Italia. "Non sono un disperato", mi dice. E gli leggo negli occhi il pensiero che i disperati siamo noi. Che quando fingiamo di non avere soldi per non comprare magari una volta era uno scherzo ma ora la verità non è poi così lontana.
Negli ultimi anni è aumentata la forbice fra i poveri e i ricchi. Chi ha di più ha sempre di più, e chi ha di meno non ha più quasi niente. Ma noi della zona grigia, in Italia, nel sud dell'Europa e nei paesi del nordafrica e del medio oriente, ci stiamo avvicinando, ci stiamo compattando.
Loro che dribblano gli ombrelloni e noi che ci siamo sotto, con la testa nella sabbia come gli struzzi, non siamo più così diversi. Inutile cercare la fuga alle loro spalle, non li insegue nessuno.
Le storie che ci raccontano non accomunano più il loro presente al nostro passato di emigranti.
Sono storie quotidiane di un presente faticoso al di qua e al di là del mediterraneo.
Non osserviamoli con stupore, con pietà o addirittura con disprezzo.
Sono persone come noi, sono il nostro specchio, non il ritratto di Dorian Gray.

Il titolo del post cita in maniera che potrebbe sembrare irriverente e me ne scuso l'immortale saggio di Hannah Arendt (La banalità del male) sul processo ai gerarchi nazisti dalle cui deposizioni non emergevano profili di chissà quali serial killer ma di persone dalle vite ordinarie, in cui il male era diventato parte integrante del quotidiano accanto alle letture, la pappa ai bambini e le feste di compleanno. 

sabato 5 luglio 2014

Capitolo prima

Dicono che il tempo lavi via le ferite. Non so se dicano precisamente così, non sono mai stato buono con le citazioni e ci sarebbe da ridere visto che faccio l’avvocato e le citazioni sono il mio pane quotidiano. Perché a pensarci bene sarebbe più appropriato dire che il tempo guarisce le ferite, quelle che puoi lavare via sono solo le macchie. Comunque, il senso è quello: devi aspettare e i bordi di quello squarcio profondo e scarlatto smetteranno di attirarti, voluttuosi come due labbra carnose, verso il ricordo del baratro in cui eri sprofondato. In quel buio denso dove alla fine era diventato più comodo sdraiarti che affannarti per risalire. Un giorno, dicono, aprirai semplicemente gli occhi e quelle pareti levigate che si stagliavano verso l’alto senza il minimo appiglio avranno fatto posto ad uno spazio aperto e libero nel quale provare a ripartire. Verso dove però non te lo dicono, i saputi. Senza capire che il problema sta tutto lì. Perché quando io, Walter e Federico avevamo mosso i primi passi incerti in quello sconfinato orizzonte per poco non eravamo inciampati di nuovo.
L’anno era il 1989, che sarà ricordato per eventi epocali, primo fra tutti la tanto attesa caduta del muro che divideva le due germanie. Ma noi tre – la banda dei quattro ci chiamava ancora qualcuno e non vi stupite che il numero non corrispondesse, ci son stati esempi ben più illustri, da Dumas al nostro insegnante di karate che ci faceva allineare in coppie di tre – appena diciottenni ce ne ricorderemo soprattutto per l’incredibile avventura che ci trovammo a vivere in quell’estate, una delle più calde e afose da secoli, a quanto dicono. Ma non state troppo a credere a quel che si dice in giro, spesso si tratta solo di frasi fatte, pettegolezzi e voglia di stupire.
Comunque caldo ne faceva davvero. Infatti Federico, il nostro buon Freddie, esperto di meccanica, stufo di arrostirsi le chiappe su quei sedili di vera plastica aveva pensato bene di installare sulla sua 127 Special dal motore truccato un impianto di aria condizionata smontato da un camion allo scasso di Babbalàno sulla statale. E il suo compito lo svolgeva fin troppo bene, potente com’era. Così violentavamo le strade assolate del paese come un asteroide di ghiaccio che impatta nell’atmosfera, le lamiere abbrustolite del cofano motore scricchiolavano, i vetri coperti di brina sembravano lì lì per frantumarsi e finire in mille pezzi come le nostre tonsille stremate dai ripetuti sbalzi di temperatura.
Fu così che una mattina di quel luglio rovente, causa la visuale ridottissima, per un pelo non investimmo una ragazza che si era sporta dal ciglio della strada per chiedere un passaggio. Non la vedemmo affatto, sentimmo solo la parolaccia urlata nella nostra direzione quando eravamo ormai passati e allora Freddie, notoriamente intollerante alla cattiva educazione degli altri, inchiodò e innestò una rapida retromarcia. Disse a Walter con voce resa roca dal gelo di aprire il finestrino per vedere chi cazzo di stronzo di merda si fosse permesso di mandarci così inopinatamente a quel paese.
Bastarono pochi centimetri e già quegli occhi lucenti e intriganti si erano infilati dalla fessura nei nostri cuori. E quando il vetro congelato, fra scricchiolii e crepe, fu finalmente aperto del tutto, il viso perfetto di Lara si era già a buon diritto impossessato di noi, subito dimentichi della parolaccia, dell’incidente sfiorato, delle stalattiti che cadevano dal tettuccio come spade sulle nostre teste a causa dell’ingresso repentino dell’afa.
Se ne stava lì a guardarci uno ad uno con un sorriso carico di promesse. I seni guizzanti a mala pena contenuti da una minuscola maglietta con il logo degli Stones – e un logo sembrava pure la lingua penzolante di stupore di Freddie, novello Jagger - le mani intrecciate sul bordo della portiera, inscritta nel rettangolo del finestrino, sullo sfondo le colline coperte di ulivi, ineffabile Gioconda cilentana.
“Per poco non mi tiravate sotto”, ammiccò, “ma se mi date un passaggio forse vi perdono”.

Era il 1989 e fu quel finestrino disceso a fatica il nostro personale crollo del Muro.

lunedì 30 giugno 2014

Corso Europa

Corso Europa. Detta così sembra uno di quei vialoni nelle zone di nuova espansione, dal quartiere ZEN di Palermo alle Vele di Scampia. Niente di tutto questo, Corso Europa è la via stretta e tortuosa che attraversa il centro storico del mio paese. Fino alla fine degli anni '60 si chiamava Via S. Onofrio, poi l'amministrazione comunale volle dare un tocco di modernità cancellando tutti i toponimi storici e affibbiando a casaccio nuovi nomi alle strade. Per dire, abbiamo una via intitolata a Cesare Battisti, patriota dell'irredentismo di Trento, proprio il personaggio ideale da essere omaggiato a Cannalonga, provincia di Salerno, Cilento interno!
Corso Europa è la via in cui quarantacinque anni fa sono nato, al numero 18, e dove tornavo ogni estate per le vacanze, a casa di mio nonno; composta di due lunghe file irregolari di antiche abitazioni a due piani che si fronteggiano per tutta la lunghezza della strada, a partire alla Piazza principale (ora, romanamente, Piazza del Popolo, in origine Piazza Mogrovejo dal nome dei feudatari locali), fino alla parte alta del paese, il cosiddetto "Paese a Monte". Giocavo sempre sulla strada, con gli altri bambini. Macchine ne passavano raramente, più spesso asini, maiali e greggi, mentre galline razzolavano allegramente nei fili d'erba che crescevano fra i sanpietrini sconnessi.
Davanti ad ogni porta, rigorosamente aperta dall'alba al tramonto, c'era un "posto", un gradino su cui le donne di casa sedevano, intente a cucire, rammendare, filare, "sgragnolare" fagioli o granturco, e soprattutto a chiacchierare fra di loro e a scambiare una parola con ogni passante.
Accanto a casa di mio nonno c'era un barbiere, Francesco, che mi fece il mio primo taglio accorciandomi le basette fino al cranio visto che ogni volta una era sempre più corta e doveva accorciare anche l'altra, ma gli veniva corta anche questa, e così via fino quasi alla sommità del capo.
E poi la bottega (la "potéa") di Tzi 'Nduccio, che ogni mattina preparava la squisita rosetta con mortadella e provolone e non aveva mai il resto giusto e ti dava in cambio gomme o caramelle.
Di fronte alla nostra porta c'era Antoniella Re Balandràno, viveva da sola, aveva cresciuto una figlia da ragazza madre e l'aveva sistemata a prezzo di grandi sacrifici. Stravedeva per me, e fino a pochi anni fa quando passavo di là mi ricordava sempre che bravo bambino che ero...
Zia Antoniella re Tzi Monaco, Tzi Francisco e Tza Maria Carmelia re Balandràno, Don Giovanni Pizzolante, il direttore dell'Ufficio Postale che stava a pochi metri, già ultrasettantenne e però accudito dalla mamma novantenne come un bambino, la sentivo chiamarlo e chiedere cosa voleva per pranzo, di riguardarsi, di non fare tardi...
Potrei parlarne per ore, ma non servirebbe che ad accrescere la malinconia insorta ieri al funerale di Tzi Minicuccio re 'o Barone, uno degli ultimi ad aver lasciato, quasi novantenne, la via della mia infanzia. Non c'è più il barbiere, né la potéa o l'ufficio postale, non ci sono più i miei nonni, non c'è Antoniella o Tzi Francisco, le case del centro storico sono quasi tutte disabitate, per strada non giocano più i bambini, stanno tutti chiusi in casa con lo smartphone e la vita vera non sanno neppure cosa sia, non hanno mai visto un asino, non ne hanno mai sentito il raglio.
 
Potrei raccontare mille storie di quella via, delle persone che ci vivevano, magari lo farò, se ne avrò la forza. Ma saranno racconti di seconda mano, perché stanno finendo coloro che hanno vissuto l'essenza delle cose, della socialità, di quel che veramente importa. Rimangono soltanto brandelli di ricordi, che si aggirano nella mente come stanchi fantasmi, chiedendo pace per non soffrire ancora e per non farci soffrire più, ma che ogni tanto mi donano un barlume di oblio. Perché sanno bene che io non voglio affatto andare in Europa lungo un sedicente Corso, ma amo ancora e amerò sempre perdermi nelle strettoie di Via Sant'Onofrio, fra sorrisi, lacrime per tempi e persone ormai scomparsi e le indimenticabili caramelle di resto.
 
 

lunedì 9 giugno 2014

Il contrario di tutto

Avverto una fitta ripetuta al lato del collo, penso ad un'arteria che si sta occludendo.
L'età è giusta - giusta? - per un infarto. Lo stress, la sedentarietà.
Chiamo un amico medico il quale mi tranquillizza, in un certo senso.
"Le arterie non fanno male, purtroppo. Se così fosse, potremmo prevenire molti problemi".

La lezione qual è? Quella del vecchio proverbio.
Can che abbaia non morde.
Abbiate paura soprattutto dei nemici silenziosi.
Quelli che tramano nell'ombra.
Il ladro che ti entra di soppiatto nella stanza mentre dormi.
Il vicino che appena esci, pure di notte, ti frega il posto auto.
Il cancro che ti corrode le viscere con una metastasi che scopri quando è inutile.

Ci sono persone delle quali ti ricordi soltanto quando muoiono.
Il tuo vecchio professore.
Quel cantante famoso ai tempi belli della tua gioventù.
Il calciatore del quale un tempo sognavi di ripetere le gesta.
La loro morte è l'occasione per ricordarti che sei ancora vivo.
E che una parte di te è morta per sempre.

Vivo in un piccolo paese, quando vado al cimitero conosco tutti.
Diciamo che ormai ne conosco più lì che per strada.
E certe volte, guardando le foto sulle lapidi, mi sorprendo ad essermi dimenticato che quella persona era passata a miglior vita. Perché magari non la vedevo più da tempo, e così per me, sostanzialmente era come se fosse morta da tempo, senza che avessi mentalmente registrato il suo trapasso.
Sono morti e però per me sono vivi ma come fossero morti.
Vivi morenti. Zombie al contrario.

Ci sono organi che se ti va bene ci passi la vita senza accorgerti di avere.
La colecisti. Il pancreas. Le ghiandole di Bartolini.
Il fegato. Alzi la bottiglia chi si è mai accorto di avere il fegato!
Che poi avere il fegato, in molti frangenti, sarebbe servito.
A cambiare davvero vita.
A vivere ogni giorno come fosse il primo.
Che è cosa ben diversa dal vivere come fosse l'ultimo secondo le frasi fatte.
Il carpe diem Oraziano è una stronzata.
Se sai che è il tuo ultimo giorno non penso proprio che te lo godi.
Il primo, vuoi mettere! Pensi di averne tanti altri, qualche sciocchezza te la potrai ben permettere, il tempo per recuperare c'è!

Invece io faccio sempre come lo struzzo.
Nascondo la testa nella rabbia, fino alla fine.

P.S. Questo post come il portiere incerto.
Che non sa proprio dove andare a parare.












venerdì 23 maggio 2014

Così è se mi pare.

Mi piace mettere paletti. Mi sembra che le cose così organizzate riescano meglio.

Non tradisco. Come ho scritto nel post precedente. E mi fa stare bene questa certezza.
Perché non devo riflettere se sia una scelta mia o degli altri.

Non esco se non per lavoro. Che diluvi o ci sia il sole preferisco trascorrere il mio tempo libero nelle cose che mi piacciono, la maggior parte delle quali contempla che io sia solo a casa con i miei hobby. Uno dei quali è leggere, e proprio ieri in un romanzo ho trovato questa frase: il grado di solitudine di una persona si vede dal come sa gestire senza problemi il proprio tempo nelle giornate di pioggia.

Non suono più in pubblico dopo i quarant'anni. Però a quarantacinque mi sto concedendo delle deroghe, per ragioni particolari, perché lo faccio con un amico che non frequentavo da anni, perché è un'occasione particolare. E mi dico che è l'eccezione che conferma la regola.

Esempi ce ne sarebbero molti altri, a parole. Scrivendoli, mi rendo conto che nessuno di questi paletti è conficcato così saldamente. Fossi in un horror, il vampiro starebbe per aprire gli occhi e mordermi.

Perché come al solito è tutta questione di prospettiva.
Come stamattina, che dopo lo shampoo ho notato con piacere che ci sono sempre meno capelli nella vasca, che prima mi lamentavo che me ne cadevano un sacco, invece oggi soltanto qualcuno. Ma nel momento stesso in cui lo pensavo ed ero davanti allo specchio, mi rendevo conto della vera ragione.

giovedì 15 maggio 2014

Tradire e fare

Chi non ha mai tradito scagli la prima pietra. Magari sulle corna del proprio compagno.
Perché c'è poco da fare, la fedeltà è soltanto un contratto sociale la cui percentuale di rispetto può essere assimilata a quanti pagano il canone rai. Ovvero una sparuta minoranza.
Che spesso, peraltro, pur pagando per un solo televisore ha più apparecchi in più case.
E torniamo al punto di partenza, all'ubiquità dei rapporti, alla pluralità dei piedi e delle scarpe, agli armadi/ossario ormai saturi di scheletri.
Eppure bisognerebbe pensarci bene, molto bene, prima di tradire.
Tornerebbe utile la riflessione di Groucho Marx, "non accetterei mai di far parte di un club che mi volesse come socio". La persona che scegli come amante dovrebbe darti di più di quel che hai.
Ma quella che accetta di stare con te, pur sapendo che hai già un compagno o una compagna, non è certo una brava persona, anzi, una rovinafamiglie! E allora è proprio quella giusta per te?
E quella che pur essendo molto attratta da te non accetta perché non lo trova moralmente giusto, è una persona migliore, sarebbe quella ideale! Però non vuole. Allora tu la corteggi, insisti, vorresti convincerla, ti inventi le più romantiche capriole fino a conquistarla, e allora lei, sfinita, cede.
E rientra immediatamente nella categoria precedente!
Insomma è un circolo vizioso, che a un certo punto la devi smettere e basta.
Ti siedi sul balcone, con un buon libro e un ottimo punto di osservazione.
Qualcosa succederà, anche se tradire e fare...

Nel frattempo, avvinto dalla trama intricata del romanzo e da questi contorti pensieri, non ti sei accorto che si è fatto piuttosto tardi, e tua moglie non è ancora rincasata...

venerdì 2 maggio 2014

L'insonnia della ragione

Non so quanti di voi abbiano mai visto un cervello.
Non la rappresentazione classica, il disegnino che ricorda una sorta di nuvoletta.
La massa cerebrale è una sorta di spugna sanguinolenta. Un blob indistinguibile.
Eppure c'è gente che in quell'ameba riesce comodamente a organizzare i propri pensieri, a razionalizzarli, a stiparli in compartimenti stagni, ben catalogati, da tirare fuori solo quando occorre.
Gente piena di debiti che se ne frega altamente e continua a spendere e spandere, si compra la macchina cabrio, si spara le lampade, ha due amanti.
Gente con condanne penali a carico che sorride a trentadue denti dai manifesti elettorali.
Io invece non ho debiti, non ho condanne, non ho mai comprato a rate e mai preso neppure una multa eppure non ho la macchina figa, sono pallido, e mi faccio i selfie.
Perché il mio cervello è esattamente una massa informe.
Difatti mescola continuamente pubblico, privato, lavoro, famiglia, salute e non stacca mai.
Neppure la notte. Come un matrimonio.
Un amico di una certa età diede una volta una interessante ed apparentemente ottimistica visione del rapporto coniugale. "Una volta sposati", mi disse, "hai una persona sempre accanto a te. Non sarai mai più solo. Quando viaggi, quando ridi, quando soffri. Sempre insieme a te".
"Pure la notte", aggiunse, dopo una studiata pausa, e un'alzata di sopracciglia ampiamente rivelatrice di come a un certo punto la coppia diventasse una persecuzione.
E così i miei pensieri. Sempre con me.
Ti svegli, nel cuore della notte, per una qualsiasi banale ragione?
Subito non sei più solo. Affollano il tuo letto clienti ansiosi, giudici perniciosi, scadenze, vertenze, ricette, bollette, insomma tutte cose che, in ogni caso, potrebbero attendere almeno domattina.
Invece no. Ne ho parlato pure con uno psicologo. Mi ha detto che ho la sindrome del Messia.
Mi faccio carico, con la mia sofferenza, dei problemi degli altri.
Invece quelli che se la spassano sono i nuovi Barabba. Fanno quel cavolo che vogliono tutta la vita senza problemi e al momento giusto, con l'amicizia giusta, se la cavano sempre.
Mi rassegnerò, allora, a non dormire, visto che ho una missione da compiere.
Però almeno Gesù, dopo essere stato crocifisso per i peccati dell'umanità, s'era fatto tre giorni di sonno nel sepolcro prima di risorgere.



lunedì 14 aprile 2014

Giudizio universale. In particolare.

A tutti piacerebbe partecipare al proprio funerale.
In maniera cosciente, intendo; che come salma è altamente probabile che ci capiti davvero.
Ma poter vedere di persona (magari come un fantasma fra la folla) le lacrime, di molti o di pochi, misura del proprio passaggio sulla terra, è occasione che ci è negata. Anche se dubiterei della significatività delle lacrime degli altri verso di me, visto che dubito delle mie verso gli altri. Il funerale è occasione anche mondana, difficile capire dalla partecipazione i sentimenti veri verso l'estinto, magari era solo voglia di esserci per esserci.
E poi ognuno ha un modo diverso di rendere omaggio, non necessariamente con la presenza.
Peppino De Filippo non partecipò al funerale di Totò, immenso partner artistico e buon amico.
E Leo Ortolani - creatore di Rat-man - evidenziò l'irriconoscenza di quegli amici che noi siamo andati al loro funerale e poi loro non vengono al nostro.
Conoscere quello che significhiamo veramente per gli altri...
La lettura del pensiero? Come in quel film, What women want, con Mel Gibson.
Ma anche qui, riflettendo su quel che noi stessi spesso diciamo ad alta voce o nella nostra mente degli altri, d'impulso, per battuta, senza crederlo veramente, ci farebbe davvero piacere sentire quel che pensano gli altri, così, senza il filtro della buona educazione o della riservatezza? No, sarebbe probabilmente una ferita esiziale al nostro ego, e nemmeno in questo caso ci darebbe la reale cognizione di ciò che gli altri vedono in noi. Pirandello ci scrisse un romanzo, Così e se vi pare - o meglio ci scrisse, dichiarandolo o meno, gran parte delle proprie opere - sulla incolmabile differenza fra come ci vediamo e come ci vedono.
Eppure, al netto di esperienze extracorporee, poteri paranormali ed espedienti letterari, mi intrigava davvero poter avere una visione "altra" di me. Possibilmente migliore di quella che ho io, che anche per quanto mi riguarda, fra il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, tendo a vederlo mezzo rotto.
Così ho sfruttato le mie conoscenze di avvocato e ho fatto intercettare i miei telefoni, in modo che non sfugga neppure una parola; poi ho anche incaricato un investigatore privato che mi segua in tutti gli spostamenti, preparando un bel dossier fotografico.
Poi questo blog, in cui mettere per iscritto ogni pensiero strampalato che possa contribuire ad avere una visione a 360° di chi è davvero Giovanni Laurito.
Quando tutto il materiale sarà raccolto, toccherà poi esaminarlo con attenzione per avere un responso altamente obiettivo, per poter dare un giudizio serio e non di parte su come lavoro, su quello che dico e scrivo, su come mi rapporto con gli altri, su come sembro e come sono.
Certo, se a valutare dovrò essere sempre io, qualche escamotage occorrerà trovarlo.
Come quel personaggio del romanzo di Ammaniti, Come dio comanda, tanto sfigato con le donne che arrivava a congelare la proprio mano fino a perdere completamente sensibilità, per potersi masturbare immaginando che lo stesse facendo una ragazza che gli piaceva.
Io potrei mettere direttamente la testa nel secchiello del ghiaccio, insieme ad una bottiglia di champagne. E non avrei fatto male a farlo prima di scrivere questo post senza capo né coda.
E non è escluso che sia successo, dopo aver stappato lo champagne. Perché questo sono io.
Uno che parte per non arrivare (perciò viaggia in treno). Uno che crede più nel percorso che nella meta. Uno che non lascia mai correre, e che si segna tutto al dito (medio). Uno che scrive queste cose perché anche i commenti (e i non commenti!) nei blog sono la spia di quel che si è davvero.

giovedì 27 marzo 2014

Elogio della razzìa

Leggevo sulla seconda di copertina dell'ultimo Dylan Dog che l'attuale curatore, Roberto Recchioni, da ragazzo, per conquistare le donne, faceva il figo recitando poesie di Tiziano Sclavi ("la Ballata della Morte") pubblicate all'epoca sui primi albi a fumetti dell'Indagatore dell'Incubo.
Lo capisco bene, del resto io ho Groucho nell'avatar e spesso ho sfruttato spudoratamente le sue battute per fare il simpatico, ottenendo spesso, per la verità, con le donne, risultati pari ai suoi. Chi avesse mai letto Dylan sa quali.
Ma credo sia un vizio generalizzato, chi è che non ha mai citato più o meno inconsapevolmente Oscar Wilde quando la tensione pur insostenibile era piacevolmente adrenalinica ("questa suspense è insopportabile, speriamo che duri"), o Groucho Marx, quello vero, quando qualcuno invitava proprio noi poveri sfigati a far parte di un club che si presumeva invece esclusivo, e per tale ragione era proprio il caso di rifiutare, l'esclusività non era in realtà tale ("non accetterei mai di far parte di un club che mi accettasse fra i suoi soci"), o Riccardo Fogli, quando aveva tanta, ma tanta voglia di lei (canzone principe citata nei testo degli sms di un particolare ceto di corteggiatori, spesso la risposta potrebbe suonare Pooh, ma non il gruppo).
Molte frasi sono così sedimentate nella nostra cultura da essere ormai in una sorta di "cloud" dal quale ognuno può attingere all'occorrenza senza ormai neppure rendersi conto che non sono farina del suo sacco. E così accade, di converso, anche a chi si accinge a comporre qualcosa, che sia un testo o una musica, dove inevitabilmente si vanno a ripescare dal proprio inconscio armonie già create da altri, e rielaborate credendole atto di pure invenzione e non semplice rinnovazione.
Ho intitolato un mio romanzo "Una pietra sopra", poi ho scoperto che era già un titolo usato da Calvino. Non so se vantarmi di aver avuto lo stesso pensiero di quel grande scrittore, o invece ammettere che senza rendermene conto avevo fatto mio un titolo magari visto di sfuggita. Chi può dirlo? Ormai quanto più ci sforza di essere originali, tanto più si è invisi, meglio, molto meglio, confondersi nella massa, dire tutti le stesse cose, perseguire l'errore, ribaltare il vecchio detto e uniformarsi all' "imparando si sbaglia". Bella questa, ma l'avrò detta davvero io per primo? Se avete notizia che si tratti di un plagio, fatemelo sapere, sono curioso di sapere con chi, oltre alla buonanima di Calvino, divido le sinapsi.
Del resto, come si fa a sapere con certezza se una determinata frase è stata già detta, se una musica è stata già composta, e così via? Le combinazioni matematiche, seppur numerosissime, non sono infinite. Sicuramente se si chiudessero cento scimmie in una stanzetta con altrettante macchine da scrivere, a battere all'infinito sui tasti, oltre ad esserci una puzza terribile a un certo punto qualcuna avrebbe composto i sonetti di Shakespeare.
Ottimo questo esempio, peccato mi suggeriscano sia già stato proposto.
Eppure io dovrei essere un esperto di citazioni, col mestiere che faccio.

lunedì 17 marzo 2014

Nella buona e nella cattiva morte


Per primi se ne accorsero negli ospedali. Dopo quindici giorni che non moriva più nessuno, mentre la media quotidiana fino ad allora era di diversi pazienti deceduti, sorsero i primi sospetti. Perché non è che i degenti migliorassero, anzi le situazioni ormai senza speranza si erano moltiplicate tanto che non c'era neppure più posto nei reparti di terapia intensiva e i malati terminali venivano riportati nelle corsie in attesa del trapasso. Che però dall'inizio di marzo non avveniva più per nessuno. 
Non ci vedeva chiaro neppure la polizia. Dopo impressionanti incidenti stradali dalle lamiere contorte venivano estratte persone a brandelli, in fin di vita. Ma, appunto, in vita, quando la dinamica del sinistro, la violenza degli impatti, avrebbero fatto presagire la conseguenza purtroppo più logica.
Il tempo passava, i casi di "vite sospette" si moltiplicavano e la notizia divenne di dominio pubblico. Alla prima comprensibile euforia si sostituì però, mese dopo mese, un'amara consapevolezza. Era vero, per una qualche ragione non si moriva più. Però non si smetteva di soffrire. E più il male progrediva più il dolore aumentava. I casi di guarigione furono davvero minimi, mentre cresceva giorno dopo giorno la schiera di coloro che se erano ancora vivi era soltanto perché i tempi chissà perché erano cambiati, ma di fatto non erano molto diversi dai morti, salvo che per la circostanza che rimanevano ancora flebili segnali vitali. 

Due anni dopo, i costi sociali erano divenuti insostenibili, sia per lo Stato che per le famiglie.
Quasi in ogni casa vi erano una o più persone diversamente vive, cioè che in normali condizioni sarebbero già decedute. Negli ospedali si decise anche di staccare i macchinari per la maggior parte dei pazienti e solo quelli le cui famiglie erano particolarmente agiate potevano permettersi di mantenerli ancora alimentati artificialmente. Perché è vero che pure se veniva "tolta la spina" il malato non moriva lo stesso, tuttavia le sofferenze si moltiplicavano e pure gli antidolorifici erano diventati merce rara e solo al mercato nero, a costi elevatissimi, ci si poteva procurare dosi di morfina per provare ad alleviare ancora, per quanto possibile, lo strazio degli infermi. 

La chiesa si adoperò per quanto fu possibile, ma ad un certo punto fu evidente anche a loro che miracoli non se ne potevano fare. Fin quando fu chiaro anche alle autorità - a molte persone di buon senso era stato chiaro fin da subito - che era meglio consentire di mettere fine a questo strazio nell'unico modo possibile. Ma chi ci aveva provato, mosso da compassione per i propri cari, era stato addirittura processato per omicidio, quindi si attuava il classico ipocrita principio del "si fa ma non si dice", col corollario che porre fine alle sofferenze indicibili di un essere umano piuttosto che apparire appunto un grande gesto di umanità, veniva ufficialmente vissuto come un crimine.

 Ma l'opinione pubblica ormai unanime ebbe un ruolo fondamentale nel convincere anche i governanti dell'ineluttabilità della scelta e, quindi, finalmente, si ebbe anche in Italia una legge  per consentire l'eutanasia e di colpo questo incredibile fenomeno, così come era iniziato, cessò. E così almeno in questo racconto si tornò a vivere e morire come era giusto, secondo quanto era scritto nel destino di ciascuno, senza inutili accanimenti, ipocrisie e pregiudizi.