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venerdì 6 dicembre 2019

Era da maggio

La incontro, mi sembra diversa, i capelli più lunghi, il viso più roseo, disteso. Le domando come stia, mi risponde “bene”. Continuo a guardarla.

-Mi porgono una banconota da cento euro. I cento euro sono di un verde ramarro. Questa invece è di un colore a metà fra il giallo paglierino e il verde chiaro; dico “è falsa”, la persona che me la sta dando si stupisce, “no, non credo, l’ho ritirata in banca”. 

Chiacchieriamo, ma non so cosa ci diciamo, continuo a osservare il suo viso, che ricordavo diverso, i capelli molto più corti. Saranno extension? Non sarebbero potuti crescere così in poco tempo, sembra ieri che ci siamo visti l’ultima volta.

-Cerco su internet se vi siano notizie di banconote contraffatte in maniera così grossolana, e mi appare l’articolo che informa dell’emissione dei nuovi cento euro, di un colore a metà fra il giallo paglierino e il verde chiaro. E’ di maggio. Dunque, da maggio io non vedevo cento euro?

La saluto, torno a casa, ma non smetto di pensarla. Le mando un messaggio. Stavi proprio bene, oggi, ma come hai fatto con i capelli, che l’altra volta sembravi la brunetta dei Ricchi e Poveri? “In sei mesi crescono”, mi risponde. Non la vedevo da maggio.

-Non è perché non ho guadagnato, mi dico. Ormai le transazioni sono tutte online, il contante è sempre più raro. Non ricordi che ti pagano sempre con bonifico, e fai la spesa con la carta di credito? Non è strano che tu non abbia visto i nuovi cento euro. Forse l’ultima volta era quando apristi le buste del matrimonio, qualcuno ci fu che mise cento euro. La maggior parte, visto che mi sposai proprio al cambio lira/euro, siccome si usava mettere centomila lire, fecero il cambio e misero cinquantacinque euro. E un convertitore.

Non è perché non c’è più nulla fra noi, mi dico. Ormai le amicizie, i rapporti, sono tutti online, gli incontri sono sempre più rari. Non è strano che tu non l’abbia vista. Forse l’ultima volta fu a un matrimonio, forse ci rivedremo a un altro matrimonio, quelli sono eventi dove si deve andare per forza di persona. Devi consegnare la busta, sarà l’occasione anche per vedere una banconota di un colore a metà fra il giallo paglierino e il verde chiaro. E per salutarla. Salutarle entrambi.

sabato 2 novembre 2019

L’eterno riposo.

Mi diceva mia madre quand’ero piccolo che le preghiere per i defunti alleviavano la loro condizione nell’aldilà.
E allora prima di dormire recitavo gli eterno riposo, ricordo che cominciai con mia nonna materna, finivo le preghiere con quella dedicata a lei, che morì quando avevo neppure cinque anni ma ancora mi ricordavo la sua voce delicata, cantare mentre mi teneva in braccio. Poi negli anni si aggiunsero le altre persone care che venivano a mancare. E la lista a un certo punto si faceva lunga e io mi addormentavo prima di finire, così gli ultimi defunti rimanevano quasi sempre privi di orazioni. Allora per non fare disparità di trattamento pensai di iniziare prima di mettermi a letto, certe sere stavo ancora vedendo la tv e già pensavo che non avrei dovuto addormentarmi, avevo una responsabilità. Ovviamente mi ricordavo dei nonni, zii e zie, ma a un certo punto iniziai a pensare che c’erano defunti dimenticati che avevano più bisogno di me rispetto a chi era morto da non molti anni e sicuro qualcuno altro se lo sarebbe ricordato nelle sue preghiere. Avevo a casa un albero genealogico e allora iniziai a dire l’eterno riposo a quadrisnonni antichissimi pensando che di sicuro erano decenni se non secoli che non ricevevano attenzioni e chissà come stavano tristi nell’aldilà, che si sa non c’è cosa più brutta che essere dimenticati. Col passare del tempo però la cosa mi prese la mano, e durante la giornata già mi dovevo portare avanti col lavoro altrimenti non avrei finito le preghiere di quel giorno per tutti i miei antenati. Biascicavo orazioni in tribunale e i colleghi pensavano stessi ripetendo articoli del codice, aspettavo in fila alla posta e coglievo l’occasione per ricordare la bis-bisnonna Santa Fede Laurito, morta di peste nel 1817, andavo a fare footing e mentre pensavano contassi i passi, io stavo rinfrescando l’anima del trisnonno Saverio Laurito, rapito dai briganti nel 1866. Insomma, la cosa non poteva continuare, ero sfinito, così una notte spensi semplicemente la luce e mi misi a dormire, perché l’unico riposo che mancava era proprio il mio.
Le dipendenze si vincono così. Il fumo non si riduce, si smette e basta. Quando hai voglia di scrivere a una persona pur sapendo che è sbagliato, non devi inviare una frase finto-brillante ogni tanto, devi cancellare il numero. I biscotti, lo sai che una volta aperto il pacco da otto li mangerai tutti, non c’è dubbio. 
Ancora oggi, dopo tanti anni, anche se non mi sento credente, talvolta mi torna la voglia degli eterni riposi, ma è un momento, poi mi faccio forza e supero la crisi. Lo faccio pensando che il ricordo in realtà serve a chi resta, non a chi se ne è andato. E anche senza preghiere, io me la ricordo ancora la voce di mia nonna che mi teneva in braccio e cantava, piano piano.

sabato 5 ottobre 2019

Chiacchiere




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Di grande interesse storico letterario il ritrovamento fortuito di questa antica lirica del Lawrito, che si inserisce nel filone del pessimismo comico, di cui egli fu principale fautore.
Come è stato possibile ricostruire dalla cronologia dell’autore, questa apparentemente amara elegia nacque dalla constatazione dell’inanità della professione forense, fatta di vane seppur alate parole, inadatte a lasciare tracce.
L’autore realizza con rammarico come questo sia in realtà il proprio fil rouge esistenziale, se anche i suoi hobby sono di fantasia, come pure i suoi amori, puramente letterari, come testimoniato dal suo nutrito epistolario. Il Lawrito sembra dire, con il suo verseggiare flautato, la smetto con i post e le chat romantiche e le storie e vado nell’orto a sistemare le erbacce che ci hanno invaso poi aggiusto la finestra che si è rotta col vento e metto a posto la cantina?
Ma poi questi propositi sfumano e tutto si esalta nel finale, che richiama il Carpe Diem oraziano, o Lorenzo il Magnifico, o Felice Sciosciammocca, in cui egli si dice:
Ma che me ne fotto,
sta maschera indosso,
ed è la mia faccia,
levarla non posso.


sabato 28 settembre 2019

A matita

[...] Il regalo era un libro.
Lei lo sfogliò, si aspettava una dedica che non c’era, glielo disse.
“Non volevo scriverci sopra, so che ci tieni ad avere volumi immacolati!”, si giustificò lui.
“Facciamo così, allora, usa la matita, che nel caso cancello”, sorrise lei ironica, porgendogli il libro e un lapis.
Ci pensò sopra un attimo, iniziò a scrivere incerto, poi più deciso. Le restituì il libro, sulla terza pagina erano vergate quattro righe.

Il pensiero a matita
vide cadere una stella
nel cielo blu inchiostro
e desideró essere incancellabile.

Lo lesse, e un lieve rossore le carezzò le guance.
“A questo punto, se fosse un film, una sceneggiatura perfetta prevederebbe un bacio”, scherzò lui, magari non troppo, e aggiunse: “anzi, una sceneggiatura perfetta prevederebbe che lui le dicesse che se fosse un film, una sceneggiatura perfetta prevederebbe un bacio!”
Lei rispose che non era così. Che le storie migliori non sono prevedibili.
 “La sceneggiatura è ancora da migliorare, riscrivi il finale”, gli disse.
Lui, senza replicare, la baciò.
“A me va bene così, ma l’ho scritto a matita, cancellalo tu, se vuoi”.




(Nella foto, installazione dalla mostra Bulgari a Roma, Castel Sant’Angelo)

sabato 14 settembre 2019

Il sette e mezzo



Il tavolino rotondo davanti al bar è troppo piccolo per quanti siamo a giocare, quella domenica mattina di luglio in piazza.
Pietro distribuisce le carte con gesti rapidi, a volte s’incollano sulla fòrmica arancione, bagnata dai bicchieri di fanta e coca cola.
Giochiamo a soldi o a caramelle?, chiede uno, e riceve uno scozzettone dal vicino. Abbiamo quattordici anni, si gioca a soldi, pivello.
Il primo a destra vede la carta e dice tiro cinquanta. Butta le cinquanta lire sul tavolo. Pietro gli dà la carta, scoperta. Un sette. Lui infastidito gira la sua, era un asso. Ha superato sette e mezzo e ha sballato. Pietro intasca la moneta.
Continua con il secondo, mentre da sotto l’arco passa una ragazza che va in chiesa.
E’ quella che mi piace. Quella che ogni volta vorrei fermare, e non ho mai il coraggio. Ha un vestitino a fiori, così mi pare. O forse solo perché quando la vedo mi sento un po’ poeta, e fiori fa rima con cuori.
Walter butta un fischio. Lei arrossisce, accelera il passo.
Mi passa davanti. Forse mi guarda, forse semplicemente m’illudo che sia così. Intanto m’incanto ad osservare le sue gambe affusolate, veloci.
Che fai, domanda Pietro.
E che ne so, penso, mi alzo e la seguo?
Lei sale i gradini della chiesa agile come se stesse ballando una rumba.
Mi sembra di sentirne persino il ritmo, ma dev’essere solo il mio cuore.
Troppa coca cola.
Che fai, domanda Pietro a voce più alta.
Parla delle carte.
Tiri un’altra carta o stai bene?
Ho un quattro. La peggiore.
Quella che se stai, facile che ti superino.
E se tiri, nove su dieci superi sette e mezzo e sballi.
In una goccia di Fanta una mosca si strofina felice le zampine anteriori.
Decido di stare.
Lui gira la sua, ha un cinque. Si prende le mie cinquanta lire.
Passano altre ragazze, Walter prende in giro tutte, e loro arrossiscono.
Lui ci sa fare.
Le carte continuano a girare, il sole arriva allo zenit, le ombre svaniscono.
Tocca di nuovo a me.
La messa è finita, la gente sciama verso le proprie case.
Anche quella ragazza.
Ha una borsa di tela bianca. Mentre scende di nuovo agile le scale, le rimbalza sui fianchi come una pallina magica. Mi sembra di sentirla da qui.
O forse è di nuovo il mio cuore, che rimbalza nel petto.
Troppe coppe del nonno.
Che fai, domanda Pietro.
La fermo, stavolta la fermo e ci parlo.
Si è alzato un filo di vento, e mentre lei avanza il suo profumo la precede.
Sa un po’ di pesca. O forse d’albicocca.
Sa d’estate.
Che fai, domanda Pietro a voce più alta.
Guardo la mia carta.
Ancora una volta un quattro.
Lui mi dice di sbrigarmi a decidere cosa fare.
Che ne so, gli rispondo, dovrei poter vedere il futuro.
Lei è seduta accanto a me, sul balcone, con un vestitino a fiori.
Forse non sono fiori.
Forse mi sembra così solo perché il vento mi porta il suo profumo.
E fiori fa rima con cuori.


mercoledì 29 maggio 2019

La sospensione

Singhiozzo della vita,
consonante nell'aiuola,
minaccia, in fondo ambita, 
per non far cazzate a scuola.
Lo zucchero nell'acqua 
(o era forse il sale?).
La medicina, magari non fa male.
L'interruzione, la prescrizione, 
il tempo corso invano.
Il palloncino, scontento nella mano.
Il gatto nella scatola, 
(chissà se c'è davvero?)
Il conto, vai a capo, 
tanto esce sempre zero.
E, soprattutto, quei giorni 
o quel minuto 
in cui t'illudi 
che non tutto sia perduto.

giovedì 21 marzo 2019

Aspetta primavera, Giovanni

Anche se lui era molto più grande di me, e io avevo neppure sedici anni, parlavamo di ragazze. Di quelle che mi piacevano, alcune così belle da sembrarmi irraggiungibili. Gli chiesi chi fossero, quando lui era ragazzo, le più belle del paese. Mi fece alcuni nomi. All’ora in cui ne parlavamo, potevano avere sui quarant’anni. Una di loro era ormai sfiorita, consumata dalla fatica - era una contadina - dalle gravidanze, dalle ristrettezze. Possibile?, gli chiesi. 
Ci incantavamo ad ammirarla, all’uscita dalla messa, mi rispose, aveva un viso da madonna e delle gambe da modella, sembrava camminare su un tappeto volante. 
Con chi stava? Con nessuno, sicuro era vergine quando si sposò. Ma poteva avere chiunque ai suoi piedi. 
Non era andata così. Era stata solo di uno, la bellezza preservata e però presto svanita. Chissà, mi domandai, se era comunque felice, in qualche modo, della vita che aveva scelto o di quel che la vita aveva scelto per lei.
Dopo suonammo un po’, io il piano lui la chitarra, canzoni degli anni ‘70, il pomeriggio passò così. Andando via incrociai proprio una di quelle ragazze che erano in cima a tutte le classifiche di noi ragazzi. Bella da togliere il fiato. Aveva - ancora lo ricordo - una gonnellina fucsia con pallini bianchi, sembrava una farfalla. Le gambe nude, il seno arrogante dei quindici anni, andava a passo svelto verso il ponte. Le dissi un ciao che sentii solo io, lei prese a correre. La seguii con lo sguardo, non si voltò.

L’ho rivista oggi, per caso. Non mi ero mai soffermato su di lei, sul tempo passato. Mi ha salutato, stavolta, sembrava un po’ triste. 
Le ho sorriso. 
E di colpo mi è tornato in mente il discorso di quel pomeriggio di tanti anni fa, con il mio amico più grande, che non c’è più. 
L’ho osservata con lo stesso triste sgomento con cui avevo immaginato la bellezza sfiorita dell’altra ragazzina ammirata tanti anni prima dal mio amico.

Poi però mi sono detto che il tempo è solo una convenzione, che noi siamo sempre gli stessi, e quelle rughe ai lati della sua bocca un tempo carnosa e attraente sono sentieri magici lungo i quali i miei occhi - anch’essi così diversi eppure uguali nel ricordo - si son messi di nuovo ad inseguirla mentre correva verso il ponte, leggera come una farfalla, profumata come un fiore, irraggiungibile come un desiderio.

mercoledì 13 marzo 2019

50 special (e non parlo della Vespa)

Ci si abitua a tutto.
Alla solitudine, ma anche alla compagnia di persone speciali.
Di quelle normali, un po’ banali, lievemente ignoranti no. Perché sono rassicuranti, ti fanno sentire migliore, e in più hai sempre la speranza di una piccola sorpresa, che azzecchino un congiuntivo, comprino una panda nuova, mettano le patatine fritte sulla solita margherita. 
Invece quelle speciali, dopo l’esaltazione iniziale, diventano routine, ti annoiano a morte, e poi oltre a farti sentire inferiore, visto che si sono innamorate proprio di come apprezzavate il loro essere speciali, vogliono che glielo ricordiate continuamente.
Eduardo Di Filippo: cara, scusa che te scéto, ma t’aggia rice subito sta scena geniale c’aggio pensato!
Moglie: Che palle, ma duormi, ha da passa’ ‘a nuttata...
...
Madame Curie: Amore, ho inventato il radio!!!
Monsieur Curie: ok ma abbassa il volume, vorrei riposare.
...
Ligabue: Piccola stella senza cielo, ascolta, ho scritto una nuova canzone per te!!!
P.S.S.C.: uh mamma, sempre i soliti accordi...
...
Perché il livello perennemente elevato non fa più notizia, annoia e genera pure fastidio, a un certo punto. Basti pensare ai governi di un tempo, gente seria e preparata, un po’ grigia, soppiantata da buffoni chiaramente più ignoranti e inadeguati ma dai quali potersi attendere finalmente delle sorprese (negative, ma tant’è).
Del resto, in una relazione di coppia ci si ricorda le consuete banali erezioni o quell’unica defaillance?
Ci si ricorda la rosa regalata o le spine che ci hanno punto le dita?
La moglie di Einstein quando lui faceva le puzzette nel letto riusciva a non farci caso pensando che è tutto relativo?
L’impresa eccezionale è essere normale, cantava Lucio Dalla, un altro che non c’è mai riuscito, o andate a riascoltare Quattro stracci di Guccini, per capire il contrasto stridente fra le diverse visioni della vita. 
Per quanto mi riguarda, entrato da un paio di giorni nel mio secondo tempo (spero nessuno mi spoileri il finale) mi sono proposto per le scene che mi mancano, per renderle più attraenti, di essere il più normale possibile, ignorante il giusto, con idee rare, poco originali, come questo post, o come la donna seduta di fronte a me, nel treno, che legge un libro che trovo stupido, e però paradossalmente proprio per questo avrei tanta voglia di parlarle per chiederle cosa ci trova.
Perché, come in un quadro di Hopper, lo straordinario talento dell’artista non sta nel soggetto, banale e quotidiano, ma nell’aver deciso di rappresentarlo.


sabato 16 febbraio 2019

Quando mi sento bene


Quando mi sento bene?
Non parlo di quelle cose che soddisfano i bisogni primari, e che in qualche modo piacciono (dovrebbero piacere) a tutti gli essere umani, tipo mangiare quando hai fame, andare in bagno quando occorre, fare l’amore se capita.
E neppure alle situazioni straordinarie, (tendenzialmente) irripetibili e di certo non quotidiane: un premio, la laurea, la nascita di un figlio.
Mi riferisco a quei frammenti della giornata (se sei fortunato), o meglio della vita, in cui ti dici, sì, in fondo ne vale la pena. Non credo di sentirmi bene spesso, anzi quasi mai.
Ho, più che altro, dei rifugi. Dove mi nascondo in attesa che passi.
La musica lo è sempre stato. Ascoltata e, meglio ancora, suonata.
Scrivere, questo funziona abbastanza. Più di parlare. Inventarsi un posto dove vorresti essere, un tempo, sceglierti la persona, e andare di fantasia. Se poi lo fai mentre senti musica, meglio ancora.
E’ che poi i racconti finiscono, come pure le canzoni, spesso la tregua non dura più di un’ora.
Ad alcuni piace il sole, ad altri la pioggia, o la nebbia. Non saprei esprimermi.
Di solito a me accade che se c’è il sole non so dove andare, e se mi va di uscire diluvia.
Un altro rifugio sarebbe camminare. Ma da solo mi sento un cretino, e in compagnia non è lo stesso.
Mi piace farlo dove non mi conosce nessuno. A Roma, una mattina che dovevo aspettare a lungo una persona, dalle parti di Piazza Bologna, arrivai così lontano che non sapevo tornare all’albergo. Però mi sentivo bene, all’andata.
Mi sento bene quando sono utile a qualcuno, ma è un atteggiamento egoista, perché poi odio l’irriconoscenza e dunque mi rendo conto che lo faccio principalmente perché in qualche modo ne ha bisogno la mia autostima.
Mi viene da pensare che, in fondo, degli altri non me ne importi nulla. O non più di quanto a loro importi di me.
Mi sento bene quando ho la coscienza a posto. Non quando ho fatto la scelta giusta, perché io non so mai se la scelta che faccio lo è. Anzi, tendo a pensare sia sempre sbagliata, eppure la faccio lo stesso. Importante è scegliere, al più presto, che sia un jeans, la direzione ad un bivio, una compagna. Salvo poi ritrovarsi da solo, in una destinazione che non era la tua, e col pantalone che non ti si abbottona.
Mi sento bene quando le cose funzionano. Per esempio ieri sera, ridendo alle mie stesse battute mentre provavamo un testo teatrale. Sto bene anche quando le cose si rompono e poi riesco a ripararle. Ma non mi succede spesso, da piccolo non mi hanno lasciato neppure sostituire una lampadina, figuratevi se sono capace di sistemare le cose. Sono più bravo a correggerle. Non perché ne sappia di più, semplicemente perché ho il dono (la maledizione) di riconoscere al volo gli errori. Non a caso uno dei romanzi che adoro si intitola Le correzioni. Ma chi corregge sempre si rende antipatico, si sa. Le persone, anche se a parole siamo tutti modesti, vogliono credere di essere infallibili.
E si sono fatte le dieci. L’ora è passata. E alla radio tutte canzoni di merda.
Il tempo sembra bello, quasi quasi sfato le mie credenze ed esco.
Vado a comprare un jeans.




venerdì 8 febbraio 2019

Sembra che dorme


Non erano passate neppure due ore, quando riaprì gli occhi.
Quelli delle pompe funebre lo avevano appena sistemato nella bara ed erano affaccendati ad appendere le insegne sacre, a posizionare i candelabri, per cui nessuno badava a lui.
Capì di essere nella camera da letto, riconobbe il lampadario sul soffitto. Il bordo della cassa gli impediva però la visuale completa della stanza. Provò a sollevarsi ma il collo gli si era irrigidito, e non ci riuscì. Voci familiari provenivano dalle sue spalle, probabilmente dalla cucina. Qualcuno piangeva.
Sentì dei passi avvicinarsi e, istintivamente, riabbassò le palpebre.
“Sembra che dorme”. Una voce di donna che non riconobbe. Poi una carezza sulla guancia. Un tocco lieve, caldo. La mano rimase lì per qualche secondo, eppure sufficiente per farlo riassopire.
Quando riaprì gli occhi la seconda volta non sentì voci definite, solo un brusio indistinto, come di una radio.
La stanza doveva essere piena di persone.
Pensò, come d’uso, fossero tutte sedute attorno al feretro. Più vicini i familiari, più in là coloro che passavano a fare visita e si fermavano qualche minuto per una preghiera di circostanza.
Neanche stavolta si accorsero che era sveglio. Provò a parlare; niente. Le mascelle erano serrate, la lingua immobile. Non riuscì neppure ad emettere suoni, lo sterno era irrigidito, il diaframma bloccato.
Lo sforzo gli costò molta fatica. Tornò a dormire.
Al risveglio non sentiva più voci, solo uno stridìo.
Per soffitto stavolta aveva un cielo buio. Il lampadario doveva essere spento. Poi il rumore, quello delle corde nella carrucola, cessò.
Lo avevano calato nella fossa.
Gli sembrò di sentir piovere, sul tetto.
Era un suono che lo rilassava da sempre.
La terra che cadeva sul coperchio della bara lo accompagnò ancora una volta nell’oblio.
Questa volta, sognò.
Di essere morto e di non essersene accorto.
La mattina dopo, si alzò come sempre alle sette, fece colazione con un cornetto senza latte e uova, si vestì e andò in ufficio, dove rimase per dieci ore.
La sera, tornato a casa, mangiò un brodino, guardò una partita senza tifare per nessuna delle due squadre e si mise a letto.
Non erano passate neppure due ore, quando riaprì gli occhi.