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domenica 24 settembre 2017

Gemelli unici

I.
Peppo uscì in piazza come ogni mattina. La giornata era livida, fredda. Una fine di settembre che di estate non aveva ormai più nulla. Si fermò davanti alla casa dei Bruno a sistemarsi gli auricolari e nel frattempo diede un’occhiata in giro. La solita desolazione. Tre-quattro vecchie mummie sulle panchine davanti al municipio. Un paio di tavolini del bar occupati da giocatori di scopa. Scelse una canzone della quale non conosceva il titolo e neppure il cantante, mise il volume a palla e si incamminò verso la fontana al centro della piazza. La siccità estiva aveva lasciato in eredità un rubinetto chiuso e una vasca vuota. Girò la manopola, aspettò che si dissolvessero ruggine e cloro, poi mise le mani a conca e si sciacquò con vigore la faccia, scuotendola rapidamente ed emettendo spruzzi come una foca che ha appena catturato un salmone. Si passò gli avambracci sul volto per asciugarlo alla meglio, mentre i bassi continuavano a pompare nei timpani annacquati, e si diresse, secondo il percorso quotidiano prestabilito, ai cessi pubblici, dai quali uscì poco dopo, visibilmente soddisfatto. La giornata poteva cominciare.
Un ragazzo lo chiamò dall’angolo della macelleria, ué Pè, vieni ccà, ma lui non se ne diede per inteso, probabilmente non lo sentì affatto o così volle far sembrare. Si appoggiò in piedi con le spalle al comune, una gamba dritta e l’altra piegata all’indietro contro il muro, e si mise ad armeggiare con il cellulare. Si era creato a fatica un profilo facebook: tutte quelle domande per l’iscrizione lo avevano messo quasi K.O., fino a quando aveva deciso di utilizzare una strategia buona per ogni occasione: rispondere sempre di no. Città di residenza: NO. Studi: NO. Preferenze sessuali: NO. Libri preferiti: NO. Solo alla domanda “musica preferita” si era un attimo ingrippato, perché in mezzo a quelle danze tribali che ascoltava incessantemente per far finta di non sentire, una canzone che gli piaceva c’era sul serio, ma non aveva mai capito come s’intitolasse: era roba inglese e lui quando alle medie c’era inglese aveva sempre risposto NO. Si salvò premendo il tasto “avanti”, e il profilo fu pronto. Mancava solo la fotografia. Foto sue non ne aveva, non era certo il caso di chiedere a qualcuno di scattargliene, e il concetto di selfie gli era del tutto ignoto, allora ne mise una del suo cavallo.
Mentre provava a visualizzare le notifiche con un pollice ipertrofico buono a cliccare contemporaneamente “invia”, “mi piace” e “arresta il sistema”, un cane gli si avvicinò, distratto, seguendo a muso chino sul terreno chissà quale traccia; quando si accorse che si trattava di Peppo trasalì, emise un guaito disperato e fuggì di corsa. Lo seguì con lo sguardo sparire dietro l’angolo della casa di Natalino, e annuì, fiero, sorridendo sotto i folti baffi. Come il selfie, gli erano ovviamente estranei anche i più elementari concetti di psicologia ed etologia animale; ma non dubitava affatto che essi potessero comunicare tra di loro e che la ragione per cui qualsiasi cane, non appena lo vedeva, fuggiva spaventato, andasse ricercata nel fatto che, in quella specie, si era “sparsa la voce”.
Come per i gemelli laziali Romolo e Remo, di cui la leggenda narra fossero allattati da una lupa, anche per i gemelli campani Peppo e Aniello esiste una mitologia fondativa basata su due bambini e un animale, in questo caso un canide. Secondo questa narrazione, i due, in vena di esperimenti, avevano deciso di trasformare un bastardino in cane bassotto, semplicemente accorciandogli le zampe con un’accetta. E’ impossibile trovare riscontri concreti, ma come per tutte le leggende, un fondo di verità doveva esserci, a giustificare non solo il diffondersi di questo aneddoto per il paese, ma anche il terrore puro manifestato, più volte, da quegli animali alla presenza di Peppo e del suo eterozigotico germano Aniello, ancora oggi che sono passati forse trent’anni e almeno tre generazioni di cani.
Una réfola fredda strisciò da dietro la strétta, un vecchio infilò le braccia nella giacca che fino ad allora teneva solo appoggiata sulle spalle. I due al tavolino davanti al bar rientrarono, quasi sospinti indietro dal vento. Peppo con uno sforzo intenso riuscì finalmente a premere il tasto delle notifiche, e i forti bicipiti guizzarono, a malapena coperti dalla maglietta sottile a maniche corte, indifferente a qualsiasi cambiamento climatico, anzi conferma evidente del riscaldamento globale. Non era un messaggio o un mi piace, solo un invito a Candy Crush Saga. Peppo si strusciò il pizzetto fra pollice e indice, indeciso se accettare. Poi tornò su strade consuete, sicure. Cercò un tasto che non c’era, e allora lo disse a voce alta, NO. I vecchi sulla panchina si girarono a guardarlo senza intenzione, quasi per un movimento riflesso, poi continuarono a lasciar scorrere in silenzio il loro conto alla rovescia.

mercoledì 9 agosto 2017

Esercizi di stile

(sei variazioni sul tema “Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’ironia, e ancor di più l’autoironia”)


Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’ironia, e ancor di più l’autoironia (e pure un’altra caratteristica che ora mi sfugge). Siccome ne parlava con me, devo ritenere che lo facesse per sottolineare tali mie evidenti e affascinanti qualità. Tuttavia, non l’ho più sentita e non risponde ai messaggi. Peccato, proprio oggi che mi sentivo incredibilmente divertente e autoironico. (Aspè, mi sono ricordato. L’altra qualità era la modestia).

Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’ironia, e ancor di più l’autoironia. Mi è venuto in mente oggi che, dopo tanto tempo, mi sento divertente e autoironico. Tu che l’hai detto, toglimi subito il blocco su whatsapp, ti prego, che da domani sarò di nuovo la solita palla presuntuosa.

Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’autoironia. Solo che far ridere sulle macchine non è facile, e soprattutto con le donne, che non ne capiscono un cazzo.

Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’ironia, e ancor di più l’autoironia. Forse in me trovava tali qualità, e io non lo capii. Oppure voleva farmi capire che fra di noi non poteva andare, perché ero carente di quelle caratteristiche. Comunque, oggi l’ho incontrata che passeggiava con un uomo presuntuoso e del tutto incapace di fare una battuta divertente.
Autoironia della sorte.

Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’ironia, e ancor di più l’autoironia. Una delle poche che rideva mentre ero ancora vestito.

Una volta una donna mi confidò che la dote che apprezzava di più in un uomo era l’ironia, e ancor di più l’autoironia. Sono quegli attimi irripetibili in cui senti che i tuoi sforzi per sopperire alla scarsa prestanza fisica finalmente potranno dare i loro frutti. Feci una battuta brillantissima e le chiesi di uscire con me. Sta ancora ridendo.


domenica 30 luglio 2017

Tra-monti sul mare

Tornavo in bici ieri dalla scogliera, dov'ero arrivato per la consueta passeggiata prima di cena.
Lungo il percorso della pista ciclabile, fra chi faceva jogging e le coppiette mano nella mano, mi incuriosì un'anziana signora.
Avrà avuto almeno settantacinque anni, minuta, occhiali, capelli a caschetto tinti di biondo, un vestito molto semplice bianco a righine blu, la pelle chiara, credo tedesca o comunque nordica.
Stava in piedi vicino alla balaustra di legno che delimita la pista dalla duna, e osservava il mare spostandosi ora più a destra, ora a sinistra.
Giunto a poca distanza notai che aveva in mano un telefonino e stava scattando fotografie al panorama, col sole ormai al tramonto.
Lo faceva con puntiglio da collezionista, decisa a immortalare ogni sfumatura del cielo al crepuscolo.
Passai oltre, ma dopo una ventina di metri mi fermai. Mi era venuto in mente che quella scena rappresentava un estremo paradosso: una donna al tramonto della vita, appassionata di tramonti.
Pensai dovesse essere una condizione invidiabile, quella di chi apprezza la propria stagione. Magari amava anche passeggiare nei boschi in autunno, a raccogliere e catalogare le foglie ingiallite staccatesi dai rami.
Fu inevitabile comparare la sua visione delle cose alla mia. Io che, invece, sono del tutto incapace di godere di ogni piacere, perché ne avverto la precarietà, e che ho sempre percepito intensamente la caducità umana, percorrendo ogni fase della mia vita sentendomi in anticipo o in ritardo, provando incongruamente nostalgia dello stesso presente che stavo vivendo.
Distratto un attimo da questi pensieri, mi volsi e l'anziana signora non c'era più. La cercai invano con lo sguardo, mi spinsi persino con la bici lungo la pensilina che conduce alla spiaggia, sospettando avesse cercato un migliore punto di scatto al di là della duna, ma niente.
Il sole ormai era tramontato, facendo posto ad un lieve chiarore anodino e quasi caravaggesco, alla luce del quale ripresi il cammino verso casa, indeciso su come interpretare quella visione. Un consiglio di ottimismo? Un presagio di serenità futura? O piuttosto la conferma che quella serenità è e resterà per me solo un fugace spettro?
Non guardai più indietro, trovai molto letterario non indagare oltre. Quella signora, come il gatto di Schrödinger, sarebbe rimasta per sempre nella mia mente, concreta e al tempo stesso diafana, come un sogno troppo vivido lascia le sue stimmate ancora a lungo dopo il risveglio.

Comunque ci torno anche stasera, la giornata è tersa, ci sarà un tramonto da favola, di quelli che vorresti non finissero mai. Di quelli che non puoi fare a meno di fotografare.

sabato 17 giugno 2017

L'età è un giro di boa (constrictor)

Sono passato di moda.
Come le toppe ai gomiti.
Al lavoro mi dicono "avvocato" e non più collega. Mi illudo per autorevolezza, ma è solo per anzianità.
Scrivo delle cose che una volta destavano entusiasmo, ora suscitano noia. Sono il Venditti della letteratura amatoriale.
E l'ultimo aggettivo, poi, mi ricorda il subitaneo passaggio da maturo seduttore a vecchio cialtrone.
Sono passato di moda, così, senza accorgermene, archiviato come una finita stagione, armadiato come una vecchia collezione.
Forse nei miei primi 47 anni avevo creato troppe aspettative, si sa che l'haute couture a un certo punto stanca, invece roba come Zara vende sempre bene.
Aurea mediocritas, la via era quella: prendere la sufficienza senza sforzo, dire banalità che condividono un po' tutti, uniformarsi alla massa, poi ogni tanto sparare una cazzata un po' più grossa e sorprendere tutti, chi se l'aspettava da quello lì? Uh ma che genio!!
Invece ti fai il culo una vita a provare ad essere brillante, e dopo un po' non fai più notizia, non ti resta che farti esplodere da qualche parte, ma anche quello, ormai, sta diventando routine.
Niente, occorre armarsi di santa pazienza e aspettare, come con quella credenza di mia nonna. Che prima a mia moglie faceva schifo che era uno stile sorpassato e me la fece scendere in cantina e oggi me l'ha fatta risalire che dice che è shabby chic.
Mi siederò, temporaneamente invisibile, su una panchina, con le mie toppe ai gomiti, aspettando di diventare vintage.
E allora non ce ne sarà per nessuno.

giovedì 2 febbraio 2017

Ridere, ridere, ridere ancora

Avrò avuto neppure vent'anni e mi ero impegolato in un amore sbagliato in partenza con una ragazza che già sapevo mi avrebbe fatto stare molto male. Nessuno dei miei amici ne sapeva nulla. Una sera d'estate mi lasciò e, insomma, con quello sprezzo romantico della vita, emblema dei poeti di cui mi nutrivo allora, decisi di farla finita.
Non sto a raccontare i tentativi, davvero poco credibili.
Fatto sta che per fortuna fallirono, ma non ero certo che, come stavo messo, non ci avrei riprovato. Così pensai che parlandone con qualcuno avrei esorcizzato la cosa. Non avrei detto della ragazza, me ne vergognavo, ma dei miei pensieri suicidi sì. Il giorno dopo, durante una delle consuete lunghe passeggiate pomeridiane con un mio amico per andare a fumare di nascosto da sguardi indiscreti nel bosco di Torrusio, verso Montemagliano, decisi di confidargli il mio insano gesto. Eravamo seduti l'uno accanto all'altro su un masso ricoperto di muschio, fra gli alberi. Mi avvicinai ancora di più e, preso il coraggio a due mani, gli sussurrai: non posso dirti perché, ma ieri notte ho tentato il suicidio.
Lui mi guardò compassionevole.
"Capisco che è difficile èsse ghèi, però re t'accìri proprio non ne vale 'a pena. Non te preoccupà, te stao vicino io".
Nel dire questo però si allontanò platealmente.
Io lo osservai stupito, non sapevo se dicesse sul serio. Ma lui scoppiò a ridere, e inevitabilmente lo feci anch'io. Poi mi mise una mano sulla spalla.
"È stato ppe' cchedda, no?"
Io annuii. "L'avevi capito?".
"Pensa a 'sta buono. Fra vint'anni nge pienzi e tte fai 'na risata".

Sono passati ben più di vent'anni.
Stanotte, come mi capita talvolta in periodi di stress, ho sognato di volare dal balcone.
Senza ali. A piombo.
E mi è tornato in mente quell'episodio, e ho riso.
Una benedizione.

Non ho più parlato con quella ragazza, e anche con quell'amico, all'epoca per me molto importante, ci siamo incontrati sempre più di rado, il lavoro e le circostanze della vita ci hanno diviso.
Ma quando ripenso alle risate che ci siamo fatti, vorrei tanto essere ancora seduto insieme a lui su quel masso, in un giorno di estate, per dirgli che aveva proprio ragione.
Sempre meglio pensa' a sta buoni, anche quando stai male.
Lasciarsi sempre il tempo per un altro sorriso.

sabato 28 gennaio 2017

Train de vie

Durante i lunghi viaggi in treno adoro osservare le persone. Si crea quell'intimità un po' voyeuristica che ti permette di guardare gli altri fregandotene del pudore. E allora ti perdi a immaginare le storie che stanno dietro, accanto, di fianco alla coppia calabrese sessantenne, la moglie dittatrice e il marito succube, alto un metro e qualche pollice, strutturato per treni ottocenteschi con il vano portabagagli ad un'altezza consona alle stature medie dell'epoca, e del tutto inadeguato a riporre, senza una scaletta, il proprio giaccone in alto nel ripiano che per lui deve essere come la cima dell'Empire State building. E poi c'è la coppia così esteticamente male assortita di lei bellezza olivastra e lui albino dai capelli lunghi e la vista geneticamente corta che si sparano selfie, e io mi chiedo curioso quale filtro usino e se magari le loro foto siano in bianco e e nero o magari in negativo. E la signora che si è addormentata mangiando il panino ed è rimasta così, con il gomito flesso e ad ogni sussulto del vagone sui binari dissemina briciole sul suo maglione rosso. E poi c'è la ragazza bionda di fronte a me, che legge fotocopie rilegate di un manuale di sceneggiatura cinematografica, ma ogni pochi paragrafi si guarda nello smartphone, si sistema i capelli, forse lo usa come specchio o magari anche lei, con i selfie, documenta i segmenti di questo viaggio, consapevole che non è il tempo a trascorrere ma siamo noi a cambiare, chissà quanto impercettibilmente, in ragione dello sguardo che gli altri posano su di noi. Al quale ci adeguiamo, a volte, cercando di essere non tanto quel che non siamo, bensì proprio quelli che siamo, convinti a torto o a ragione che possa essere, quella consapevole, la nostra versione migliore. Il signore di mezza età è andato in bagno (speriamo la carta igienica sia in basso), la ragazza di fronte a me continua a passarsi le dita fra i capelli, nel finestrino scorre una nuova stazione. Non è ancora la mia, e nuovi passeggeri stanno salendo a bordo. Il viaggio nelle loro vite può continuare.