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sabato 26 ottobre 2013

Non è importante il viaggio ma il percorso

Certe volte è come un'urgenza. 
Ti sembra che scrivere sia necessario, in quel momento, in quel preciso istante in cui ti trovi e, anzi, non solo ti ci trovi, ne sei prigioniero di quell'attimo in cui l'unica via di fuga, l'unica soluzione è scrivere.
E' un messaggio in bottiglia, è l'ultima lettera del condannato, il testamento per diseredare quando hai solo un alito di vita, la dritta via, quando l'avevi smarrita.
Allora sbrighi di corsa tutte le faccende, lo fai anche piuttosto male, ma hai una scusa buona, un'ottima scusa, le telefonate possono aspettare, puoi fare a meno anche di starnutire, anzi, è meglio, più cose dentro ti tieni e più ne tiri fuori, poi si tratta solo di metterle in fila, un tasto dopo l'altro, una parola dopo l'altra, una frase dopo l'altra, affinché abbiano almeno un minimo senso compiuto, perché tu dopo possa leggerle e dire, ecco, era proprio quel che volevo dire.
Perché tante volte, è la verità, non sai affatto cosa diavolo volevi dire.
Più facile pensare che la ragione stava, piuttosto, in quella telefonata che non volevi fare, in quelle faccende da sbrigare, in quell'improvvida voglia di starnutire, che tu hai provato ad esorcizzare.
Era quella, dunque, l'urgenza? Sfuggire ad un presente che non riesci a sopportare.
Non lo so, potrei uscirmene con frasi fatte, spiegare tutto col bisogno ancestrale dell'uomo, unico animale che inventa delle storie, così, per il solo gusto di farlo, senza una valida ragione.
Come a dire che "non è importante il viaggio, ma il percorso".
Sciocca frase che ho letto, una volta, e mi è pure sembrata profonda, e solo dopo un bel po' ho realizzato che viaggio e percorso sono la stessa cosa.

venerdì 18 ottobre 2013

Controfiguracce

I.
 
Un film davvero forte?
Alcuni pensano all'iperrealismo (che sconfina un po' nel porno): attori che fanno sesso sul serio quando la scena prevede un rapporto a letto; attori che non usano controfigure; attori che interpretano dei pugili e se le danno di santa ragione.
Io invece sarei incuriosito da un film nel quale se, ad esempio, si sparano, lo fanno sul serio.
E' già successo, nel Corvo, e Brandon Lee ci ha lasciato la pelle, meglio di no.
Come ripiego, ma non troppo, mi piacciono le produzioni che non badano a spese.
Quelle che fanno esplodere camion, treni, aerei, solo per vedere l'effetto che fa, anche se con la storia non è necessariamente funzionale.
Ho sempre sofferto quando facevano precipitare le automobili, quelle belle, o quelle d'epoca (penso al Sorpasso) giù da una scogliera: lì non puoi recitare, la macchina la sfasci e basta.
Il massimo sarebbe, allora, quando la scena prevede che l'auto finisca nel burrone, che ci finiscano anche gli attori che si trovano nell'abitacolo.
Pensate a Thelma e Louise, in quello splendido volo nel canyon, nel finale del film.
Un vero seguace del metodo Stanislavski avrebbe preteso di rimanere a bordo.
Ma Geena Davis e Susan Sarandon non ne vollero sapere, minando la forza di quell'epilogo.
E così a volare nel burrone furono soltanto due sciocche controfigure, alle quali avevano promesso che la macchina sarebbe arrivata dall'altra parte intatta, e loro sane e salve.
 
Avvertenza: questo post l'ha scritto la mia controfigura.
 
II.
 
Parliamo di professioni.
Esiste una normativa che consente, a chi ha un reddito inferiore ad un minimo di legge, di potersi munire di un avvocato per difendersi in giudizio a spese dello Stato.
E' una legge che si è sempre prestata ad abusi, è capitato che addirittura adepti della criminalità organizzata (che, manco a dirlo, lavorano "in nero") avessero dei redditi dichiarati bassissimi o inesistenti ed hanno usufruito di questa agevolazione.
Io intendo proporre una modifica sostanziale.
Per accedere a questa agevolazione, non dovrà essere la parte ad avere un reddito basso, ma l'avvocato. Quest'ultimo, proprio perché indigente, potrà attrarre più clienti con la prospettiva di difenderli gratis, o meglio, a spese dello Stato. Un ammortizzatore sociale non da poco, per una categoria, come la mia, in disgrazia.
La riflessione nasce da racconti scambiatici oggi in udienza fra colleghi, ognuno dei quali ha diversi aneddoti di concorrenza sleale e penosa in tempi di crisi. Espongo solo il caso di quell'avvocato che, a differenza di quanto si fa normalmente, ha affermato di essere sempre in cerca di cause perse.
Al nostro stupore, ha fatto presente che quando difendi una causa vincente, la parte si aspetta subito un esito positivo, e le inevitabili lungaggini (che non dipendono dall'avvocato, ma dal sistema, ma il cliente non lo comprende), le vive come un'incapacità del difensore; questo, assommato alla consapevolezza di avere ragione, ne aumenta la frustrazione, e il più delle volte, scontento, non paga l'avvocato, o addirittura lo cambia, pur se incolpevole.
Invece, il cliente che sa di avere torto, non ha pretese, accetta di buon grado, anzi con gioia le lungaggini (che l'avvocato può spacciare per "merito" suo), perché gli procrastinano sine die la sconfitta, e inoltre, quando perde sa bene che non ci si poteva aspettare più di tanto ed è ben disposto verso il legale che ne ha condiviso l'agonia, e lo paga con maggiore accettazione.
Ecco dove siamo arrivati, in un paese che ha più avvocati che clienti.
 
III.
Oggi pomeriggio, dopo pranzo, pensavo a quali sono le cose che amo di più fare nella vita.
Ho stilato una classifica, vi dico i primi dieci.
1) Stare seduto sul balcone, in primavera ed autunno, nelle giornate di sole piacevole ed inatteso, a leggere un buon libro;
2) Grattarmi le orecchie col cotton-fioc
3) Fare sesso con chi dico io quando dico io
4) Girare in macchina al tramonto senza una meta e cantare appresso al cd
5) Biscotti
6) Che le persone ridano parecchio alle mie battute, specie se donne (le persone)
7) Champions league, vittorie in rimonta delle squadre italiane
8) I commenti ai miei post quando dicono che fanno ridere o sono intelligenti
9) Fumetti
10) Suonare canzoni acustiche e fare i cori.
 
Queste sono le prime dieci. La ragione per cui grattarsi le orecchie non è al primo posto è perché la classifica  l'ho scritta stando seduto sul balcone, in primavera ed autunno, nelle giornate di sole piacevole ed inatteso, a leggere un buon libro (nella specie, per la precisione, "Il momento è delicato" di Ammaniti; La ragione per la quale il sesso (con chi dico io e quando dico io) è al terzo sta nelle parentesi. La ragione per cui i biscotti sono al 5° è perché ho avuto il virus intestinale. O viceversa.
La ragione dei commenti all'8°, è perché scrivo post  come questi e dunque neppure puoi attenderti chissà che e allora è meglio volare bassi.


domenica 13 ottobre 2013

La casa delle zanzare

La prima notte che provammo a dormirci, la trascorremmo con una pantofola in mano, cecchini di zanzare. In quell'appartamento non viveva nessuno da anni, ma era ancora arredato, ricolmo di oggetti polverosi, libri, vestiti, scatoli e scatoloni dei proprietari che, trasferitisi altrove, avevano lasciato lì la loro roba, ricettacolo di acari e, appunto, di zanzare da troppo tempo a dieta.
Ne contammo ben cinquantasette prima di finire stremati, arresi, addormentati, in balìa delle altre, che videro premiata la loro pertinacia.
Ed infatti al mattino dopo ci vergognammo di andare all'università, tanto eravamo martoriati in viso e su mani e braccia da decine e decine di punture.
Ho ripensato ieri alla "casa delle zanzare", chiacchierando con un'amica di Salerno e dei tempi andati.
Ci vivemmo per un anno, io e il mio amico Francesco, nel lontano 1992.
Ma non furono solo zanzare, anche ricordi divertenti, alcuni indimenticabili.
Le spaghettate notturne, il nascondino, gli amici e le chitarre, l'immancabile cornetto all'alba da Chez Lucien, sotto casa.
Ma la cosa più importante, fu quel che la casa mi insegnò, con i suoi tesori nascosti.
Trascorsi gran parte di quel tempo in compagnia di annate intere di vecchi Linus, la famosa rivista a fumetti diretta dal grande Oreste del Buono; conobbi il lessico famigliare di Natalia Ginzburg e l'ironia bonaria di P.G. Woodehouse, i gialli matematici di Agata Christie e le passioni sfrenate di Charles Bukowski...
Poi l'anno passò, la casa, in via Parmenide a Salerno, era mal collegata con l'università, e allora ci trasferimmo più vicini, a Lancusi, e la storia continuò ancora per un po' con altre case, persone, tesori, pacate vittorie e scintillanti sconfitte.
Ieri mi è tornata in mente, dopo più di vent'anni, la casa delle zanzare.
In una vita ogni giorno, ahinoi, più lunga, gli anni trascorsi, un tempo difronte a noi, grandi e grossi, in lontananza ormai appaiono briciole. Ma siccome in queste, tutto sommato, c'era un bel po' del mio sangue, non volevo ancora dimenticarmene.

domenica 6 ottobre 2013

PPP

No, Pierpaolo, non è mancanza di rispetto.
Non è neppure vergogna.
Non ho alcun timore a confessare di avere amato i tuoi "ragazzi di vita".
Non voglio aderire alle ipocrite censure che accompagnarono Accattone.
Vorrei anzi passeggiare orgoglioso in Piazza di Spagna abbracciato alla divina Magnani, indimenticabile Mamma Roma, regina puttana delle borgate.
Non c'è bisogno di nascondere le lettere di Gramsci, i tempi, dicono, sono cambiati.
E l'omofobia, quella, andrebbe presa a calci come amavi fare tu col pallone, capitano di mille squadre di ragazzi perduti, macchinisti, comparse, barboni, ultimi degli ultimi.
Non è mancanza di rispetto, dunque, ma certo, non è neppure un omaggio il fatto che io stia leggendo questo saggio su Pasolini mentre faccio la cacca.
E' che mi trovo bene, più concentrato, e in più ottimizzo il tempo.
Del resto, dolce Pierpaolo, sei in buona compagnia, tranquillo.
Solo nell'ultima settimana ci sono passati Verdone, i fratelli Marx e Donna Moderna.