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sabato 5 ottobre 2019

Chiacchiere




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Di grande interesse storico letterario il ritrovamento fortuito di questa antica lirica del Lawrito, che si inserisce nel filone del pessimismo comico, di cui egli fu principale fautore.
Come è stato possibile ricostruire dalla cronologia dell’autore, questa apparentemente amara elegia nacque dalla constatazione dell’inanità della professione forense, fatta di vane seppur alate parole, inadatte a lasciare tracce.
L’autore realizza con rammarico come questo sia in realtà il proprio fil rouge esistenziale, se anche i suoi hobby sono di fantasia, come pure i suoi amori, puramente letterari, come testimoniato dal suo nutrito epistolario. Il Lawrito sembra dire, con il suo verseggiare flautato, la smetto con i post e le chat romantiche e le storie e vado nell’orto a sistemare le erbacce che ci hanno invaso poi aggiusto la finestra che si è rotta col vento e metto a posto la cantina?
Ma poi questi propositi sfumano e tutto si esalta nel finale, che richiama il Carpe Diem oraziano, o Lorenzo il Magnifico, o Felice Sciosciammocca, in cui egli si dice:
Ma che me ne fotto,
sta maschera indosso,
ed è la mia faccia,
levarla non posso.


sabato 28 settembre 2019

A matita

[...] Il regalo era un libro.
Lei lo sfogliò, si aspettava una dedica che non c’era, glielo disse.
“Non volevo scriverci sopra, so che ci tieni ad avere volumi immacolati!”, si giustificò lui.
“Facciamo così, allora, usa la matita, che nel caso cancello”, sorrise lei ironica, porgendogli il libro e un lapis.
Ci pensò sopra un attimo, iniziò a scrivere incerto, poi più deciso. Le restituì il libro, sulla terza pagina erano vergate quattro righe.

Il pensiero a matita
vide cadere una stella
nel cielo blu inchiostro
e desideró essere incancellabile.

Lo lesse, e un lieve rossore le carezzò le guance.
“A questo punto, se fosse un film, una sceneggiatura perfetta prevederebbe un bacio”, scherzò lui, magari non troppo, e aggiunse: “anzi, una sceneggiatura perfetta prevederebbe che lui le dicesse che se fosse un film, una sceneggiatura perfetta prevederebbe un bacio!”
Lei rispose che non era così. Che le storie migliori non sono prevedibili.
 “La sceneggiatura è ancora da migliorare, riscrivi il finale”, gli disse.
Lui, senza replicare, la baciò.
“A me va bene così, ma l’ho scritto a matita, cancellalo tu, se vuoi”.




(Nella foto, installazione dalla mostra Bulgari a Roma, Castel Sant’Angelo)

sabato 14 settembre 2019

Il sette e mezzo



Il tavolino rotondo davanti al bar è troppo piccolo per quanti siamo a giocare, quella domenica mattina di luglio in piazza.
Pietro distribuisce le carte con gesti rapidi, a volte s’incollano sulla fòrmica arancione, bagnata dai bicchieri di fanta e coca cola.
Giochiamo a soldi o a caramelle?, chiede uno, e riceve uno scozzettone dal vicino. Abbiamo quattordici anni, si gioca a soldi, pivello.
Il primo a destra vede la carta e dice tiro cinquanta. Butta le cinquanta lire sul tavolo. Pietro gli dà la carta, scoperta. Un sette. Lui infastidito gira la sua, era un asso. Ha superato sette e mezzo e ha sballato. Pietro intasca la moneta.
Continua con il secondo, mentre da sotto l’arco passa una ragazza che va in chiesa.
E’ quella che mi piace. Quella che ogni volta vorrei fermare, e non ho mai il coraggio. Ha un vestitino a fiori, così mi pare. O forse solo perché quando la vedo mi sento un po’ poeta, e fiori fa rima con cuori.
Walter butta un fischio. Lei arrossisce, accelera il passo.
Mi passa davanti. Forse mi guarda, forse semplicemente m’illudo che sia così. Intanto m’incanto ad osservare le sue gambe affusolate, veloci.
Che fai, domanda Pietro.
E che ne so, penso, mi alzo e la seguo?
Lei sale i gradini della chiesa agile come se stesse ballando una rumba.
Mi sembra di sentirne persino il ritmo, ma dev’essere solo il mio cuore.
Troppa coca cola.
Che fai, domanda Pietro a voce più alta.
Parla delle carte.
Tiri un’altra carta o stai bene?
Ho un quattro. La peggiore.
Quella che se stai, facile che ti superino.
E se tiri, nove su dieci superi sette e mezzo e sballi.
In una goccia di Fanta una mosca si strofina felice le zampine anteriori.
Decido di stare.
Lui gira la sua, ha un cinque. Si prende le mie cinquanta lire.
Passano altre ragazze, Walter prende in giro tutte, e loro arrossiscono.
Lui ci sa fare.
Le carte continuano a girare, il sole arriva allo zenit, le ombre svaniscono.
Tocca di nuovo a me.
La messa è finita, la gente sciama verso le proprie case.
Anche quella ragazza.
Ha una borsa di tela bianca. Mentre scende di nuovo agile le scale, le rimbalza sui fianchi come una pallina magica. Mi sembra di sentirla da qui.
O forse è di nuovo il mio cuore, che rimbalza nel petto.
Troppe coppe del nonno.
Che fai, domanda Pietro.
La fermo, stavolta la fermo e ci parlo.
Si è alzato un filo di vento, e mentre lei avanza il suo profumo la precede.
Sa un po’ di pesca. O forse d’albicocca.
Sa d’estate.
Che fai, domanda Pietro a voce più alta.
Guardo la mia carta.
Ancora una volta un quattro.
Lui mi dice di sbrigarmi a decidere cosa fare.
Che ne so, gli rispondo, dovrei poter vedere il futuro.
Lei è seduta accanto a me, sul balcone, con un vestitino a fiori.
Forse non sono fiori.
Forse mi sembra così solo perché il vento mi porta il suo profumo.
E fiori fa rima con cuori.


mercoledì 29 maggio 2019

La sospensione

Singhiozzo della vita,
consonante nell'aiuola,
minaccia, in fondo ambita, 
per non far cazzate a scuola.
Lo zucchero nell'acqua 
(o era forse il sale?).
La medicina, magari non fa male.
L'interruzione, la prescrizione, 
il tempo corso invano.
Il palloncino, scontento nella mano.
Il gatto nella scatola, 
(chissà se c'è davvero?)
Il conto, vai a capo, 
tanto esce sempre zero.
E, soprattutto, quei giorni 
o quel minuto 
in cui t'illudi 
che non tutto sia perduto.

giovedì 21 marzo 2019

Aspetta primavera, Giovanni

Anche se lui era molto più grande di me, e io avevo neppure sedici anni, parlavamo di ragazze. Di quelle che mi piacevano, alcune così belle da sembrarmi irraggiungibili. Gli chiesi chi fossero, quando lui era ragazzo, le più belle del paese. Mi fece alcuni nomi. All’ora in cui ne parlavamo, potevano avere sui quarant’anni. Una di loro era ormai sfiorita, consumata dalla fatica - era una contadina - dalle gravidanze, dalle ristrettezze. Possibile?, gli chiesi. 
Ci incantavamo ad ammirarla, all’uscita dalla messa, mi rispose, aveva un viso da madonna e delle gambe da modella, sembrava camminare su un tappeto volante. 
Con chi stava? Con nessuno, sicuro era vergine quando si sposò. Ma poteva avere chiunque ai suoi piedi. 
Non era andata così. Era stata solo di uno, la bellezza preservata e però presto svanita. Chissà, mi domandai, se era comunque felice, in qualche modo, della vita che aveva scelto o di quel che la vita aveva scelto per lei.
Dopo suonammo un po’, io il piano lui la chitarra, canzoni degli anni ‘70, il pomeriggio passò così. Andando via incrociai proprio una di quelle ragazze che erano in cima a tutte le classifiche di noi ragazzi. Bella da togliere il fiato. Aveva - ancora lo ricordo - una gonnellina fucsia con pallini bianchi, sembrava una farfalla. Le gambe nude, il seno arrogante dei quindici anni, andava a passo svelto verso il ponte. Le dissi un ciao che sentii solo io, lei prese a correre. La seguii con lo sguardo, non si voltò.

L’ho rivista oggi, per caso. Non mi ero mai soffermato su di lei, sul tempo passato. Mi ha salutato, stavolta, sembrava un po’ triste. 
Le ho sorriso. 
E di colpo mi è tornato in mente il discorso di quel pomeriggio di tanti anni fa, con il mio amico più grande, che non c’è più. 
L’ho osservata con lo stesso triste sgomento con cui avevo immaginato la bellezza sfiorita dell’altra ragazzina ammirata tanti anni prima dal mio amico.

Poi però mi sono detto che il tempo è solo una convenzione, che noi siamo sempre gli stessi, e quelle rughe ai lati della sua bocca un tempo carnosa e attraente sono sentieri magici lungo i quali i miei occhi - anch’essi così diversi eppure uguali nel ricordo - si son messi di nuovo ad inseguirla mentre correva verso il ponte, leggera come una farfalla, profumata come un fiore, irraggiungibile come un desiderio.

mercoledì 13 marzo 2019

50 special (e non parlo della Vespa)

Ci si abitua a tutto.
Alla solitudine, ma anche alla compagnia di persone speciali.
Di quelle normali, un po’ banali, lievemente ignoranti no. Perché sono rassicuranti, ti fanno sentire migliore, e in più hai sempre la speranza di una piccola sorpresa, che azzecchino un congiuntivo, comprino una panda nuova, mettano le patatine fritte sulla solita margherita. 
Invece quelle speciali, dopo l’esaltazione iniziale, diventano routine, ti annoiano a morte, e poi oltre a farti sentire inferiore, visto che si sono innamorate proprio di come apprezzavate il loro essere speciali, vogliono che glielo ricordiate continuamente.
Eduardo Di Filippo: cara, scusa che te scéto, ma t’aggia rice subito sta scena geniale c’aggio pensato!
Moglie: Che palle, ma duormi, ha da passa’ ‘a nuttata...
...
Madame Curie: Amore, ho inventato il radio!!!
Monsieur Curie: ok ma abbassa il volume, vorrei riposare.
...
Ligabue: Piccola stella senza cielo, ascolta, ho scritto una nuova canzone per te!!!
P.S.S.C.: uh mamma, sempre i soliti accordi...
...
Perché il livello perennemente elevato non fa più notizia, annoia e genera pure fastidio, a un certo punto. Basti pensare ai governi di un tempo, gente seria e preparata, un po’ grigia, soppiantata da buffoni chiaramente più ignoranti e inadeguati ma dai quali potersi attendere finalmente delle sorprese (negative, ma tant’è).
Del resto, in una relazione di coppia ci si ricorda le consuete banali erezioni o quell’unica defaillance?
Ci si ricorda la rosa regalata o le spine che ci hanno punto le dita?
La moglie di Einstein quando lui faceva le puzzette nel letto riusciva a non farci caso pensando che è tutto relativo?
L’impresa eccezionale è essere normale, cantava Lucio Dalla, un altro che non c’è mai riuscito, o andate a riascoltare Quattro stracci di Guccini, per capire il contrasto stridente fra le diverse visioni della vita. 
Per quanto mi riguarda, entrato da un paio di giorni nel mio secondo tempo (spero nessuno mi spoileri il finale) mi sono proposto per le scene che mi mancano, per renderle più attraenti, di essere il più normale possibile, ignorante il giusto, con idee rare, poco originali, come questo post, o come la donna seduta di fronte a me, nel treno, che legge un libro che trovo stupido, e però paradossalmente proprio per questo avrei tanta voglia di parlarle per chiederle cosa ci trova.
Perché, come in un quadro di Hopper, lo straordinario talento dell’artista non sta nel soggetto, banale e quotidiano, ma nell’aver deciso di rappresentarlo.


sabato 16 febbraio 2019

Quando mi sento bene


Quando mi sento bene?
Non parlo di quelle cose che soddisfano i bisogni primari, e che in qualche modo piacciono (dovrebbero piacere) a tutti gli essere umani, tipo mangiare quando hai fame, andare in bagno quando occorre, fare l’amore se capita.
E neppure alle situazioni straordinarie, (tendenzialmente) irripetibili e di certo non quotidiane: un premio, la laurea, la nascita di un figlio.
Mi riferisco a quei frammenti della giornata (se sei fortunato), o meglio della vita, in cui ti dici, sì, in fondo ne vale la pena. Non credo di sentirmi bene spesso, anzi quasi mai.
Ho, più che altro, dei rifugi. Dove mi nascondo in attesa che passi.
La musica lo è sempre stato. Ascoltata e, meglio ancora, suonata.
Scrivere, questo funziona abbastanza. Più di parlare. Inventarsi un posto dove vorresti essere, un tempo, sceglierti la persona, e andare di fantasia. Se poi lo fai mentre senti musica, meglio ancora.
E’ che poi i racconti finiscono, come pure le canzoni, spesso la tregua non dura più di un’ora.
Ad alcuni piace il sole, ad altri la pioggia, o la nebbia. Non saprei esprimermi.
Di solito a me accade che se c’è il sole non so dove andare, e se mi va di uscire diluvia.
Un altro rifugio sarebbe camminare. Ma da solo mi sento un cretino, e in compagnia non è lo stesso.
Mi piace farlo dove non mi conosce nessuno. A Roma, una mattina che dovevo aspettare a lungo una persona, dalle parti di Piazza Bologna, arrivai così lontano che non sapevo tornare all’albergo. Però mi sentivo bene, all’andata.
Mi sento bene quando sono utile a qualcuno, ma è un atteggiamento egoista, perché poi odio l’irriconoscenza e dunque mi rendo conto che lo faccio principalmente perché in qualche modo ne ha bisogno la mia autostima.
Mi viene da pensare che, in fondo, degli altri non me ne importi nulla. O non più di quanto a loro importi di me.
Mi sento bene quando ho la coscienza a posto. Non quando ho fatto la scelta giusta, perché io non so mai se la scelta che faccio lo è. Anzi, tendo a pensare sia sempre sbagliata, eppure la faccio lo stesso. Importante è scegliere, al più presto, che sia un jeans, la direzione ad un bivio, una compagna. Salvo poi ritrovarsi da solo, in una destinazione che non era la tua, e col pantalone che non ti si abbottona.
Mi sento bene quando le cose funzionano. Per esempio ieri sera, ridendo alle mie stesse battute mentre provavamo un testo teatrale. Sto bene anche quando le cose si rompono e poi riesco a ripararle. Ma non mi succede spesso, da piccolo non mi hanno lasciato neppure sostituire una lampadina, figuratevi se sono capace di sistemare le cose. Sono più bravo a correggerle. Non perché ne sappia di più, semplicemente perché ho il dono (la maledizione) di riconoscere al volo gli errori. Non a caso uno dei romanzi che adoro si intitola Le correzioni. Ma chi corregge sempre si rende antipatico, si sa. Le persone, anche se a parole siamo tutti modesti, vogliono credere di essere infallibili.
E si sono fatte le dieci. L’ora è passata. E alla radio tutte canzoni di merda.
Il tempo sembra bello, quasi quasi sfato le mie credenze ed esco.
Vado a comprare un jeans.