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giovedì 25 ottobre 2018

No, grazie, il caffè mi rende nervoso

Ho sognato che una donna bellissima mi invitava a uscire a bere un caffè con lei.
E però c’è questo problema che io non bevo caffè.
Non prendo niente del tutto.
I baristi del mio paese mi odiano perché non vedendomi da loro credono che io sia cliente di un altro bar. Mentre io l’ultima volta che ci ho messo piede, in un bar, c’era ancora il cono palla.
Quelle rare volte che in tribunale sono stato costretto, dapprima ordinavo una cosa tristissima tipo succo a pera tiepido e ora prendo una marca da bollo.
Così neppure nei sogni stanotte mi lasciavo andare, e dunque mi affannavo a capire come rispondere all’invito di quella splendida donna.
Alla fine mi sono deciso ad accettare e prendere una bottiglietta d’acqua naturale temperatura ambiente.
Ma a quel punto lei si è svegliata.

lunedì 22 ottobre 2018

Quella porta


E sei di nuovo davanti a quella porta.
E’ un varco, certo: ma sarà una via d’entrata o d’uscita?
Tu non lo sai, ma forse neppure t’importa.
Ormai per te è un’abitudine.
Dopotutto, star lì, con le gambe penzoloni, la gonna ampia oramai trapassata dal tempo e dalle pietruzze e terra che l’hanno lacerata, accovacciata davanti al vecchio portone di legno tarmato, è divenuta un’abitudine.
Magari ti fa star bene, magari allevia il tuo dolore.
Senti di stargli più vicina, così. E chissà, un giorno potrà avvertirlo.
Ricordi bene, fin troppo bene, quei giorni luminosi in cui il portone era verniciato di recente, la tua gonna perfettamente alla moda, i capelli vaporosi e scuri, (rigorosamente annodati alla nuca) quasi quanto i suoi occhi.
E sai (come potresti non saperlo, d’altronde?) che il suo sorriso smagliante era rivolto a te, le mani si stringevano nervose attorno alla catenina che ti aveva donato, quel buffo delfino, che pareva esser simbolo della libertà, a sua detta.
Anche se a te importava poco o nulla, poteva essere tranquillamente un’aquila o una donnola, l’importante era colui che l’aveva tenuta tra le mani, prima di allacciartela attorno al collo.
E quella scena sembrava essersi avvoltolata attorno al tuo cuore, quasi a soffocarlo, poiché ogni volta ne avvertivi le pulsazioni, ma poi poggiando le dita tremanti sul petto sparivano, e ti mancava il fiato.
Sentivi di stare andando in frantumi, come un’inutile biglia di vetro, schiacciata, pestata, fino a cadere rovinosamente in mille pezzi, piccole schegge d’anima in cui ti specchiavi, distrutta e divisa.
Ma poi pensavi che tutto ciò aveva un che di inutile: dopotutto, chi non aveva subito delusioni, nella propria vita?
Non potevi parlarne con nessuno; e no, non certo per la solita stupida mancanza di fiducia, o chiusura, mestizia, no, no, affatto.
Il guaio era che nessuno dei tuoi amici aveva mai potuto vederlo.
Eppure lui c’era, eccome, eccome se c’era, sostava lì, tu ne eri certa, gentiluomo d’altri tempi, ridente e fuggitivo, una Silvia di Leopardi, o forse più rassomigliante all’Infinito, così incomprensibile eppure palpabile dal poeta stesso.
“Tu vedi i fantasmi.” Ti dicevano. Arricciavi il naso, poi ridevi. I fantasmi non esistono!
Però, alla sera, eri portata a ripensare a quelle parole.
Com’era possibile, per quale motivo si era sposato, aveva dei bambini, e in base a quale fenomeno il suo volto pareva essere solcato da rughe?
Forse allora era vero: doveva essere uno spettro. D’altronde, quegli abiti erano inusuali, nessuno li portava, per non parlare poi dei capelli!
“Ma io non posso aver amato uno spirito!” Ti rimbeccavi.
Ma lo avevi amato davvero? Ormai non ricordavi più: la memoria giocava brutti scherzi. Beh, dovevate amarvi, altrimenti non saresti mai rimasta su quello scalino, ogni singolo giorno, ogni istante!
Se è così, però, dov’erano i ricordi di lui?

 Sbuffi, strizzi gli occhi, avvolgi i capelli tra le dita, e ti sforzi di rimembrare. Sovvengono immagini di dolore, il suo volto che non è più felice, ma rigato da lacrime. Sembra soffrire tanto, valuti. “Allora dev’essere la sua morte, quella che ricordo!” pensi. “Sì, è così; lui se n’è andato tempo fa, altrimenti come si spiega il vuoto nella mia mente, il fatto che non sia più qui con me?” Convieni, e annuisci compiaciuta.
Poi, però, l’uscio tarmato si spalanca, e ne esce un ragazzino con un sorrisetto beffardo, poco più giovane e basso di te. Fa una smorfia, poi ride e scappa via. Somiglia davvero tanto a lui.
Allora hai un lampo: quella casa è disabitata. E il bambino è il dispettoso nipotino di lui. Venuto per il suo funerale, assieme a tanti parenti, pronti a compiangere il defunto.
Sorridi: tu e gli altri lo dimenticate così spesso!
Finalmente riesci a capire come mai ti trovi lì, e perché la tua gonna sia sdrucita, le strade diverse e la porta fatiscente: sei venuta a riprenderlo.
Fai i salti di gioia, quasi vorresti urlare di felicità, ma poi ti ricordi che i fantasmi non parlano. Allora rotei gli occhi, fai spallucce, poi come al solito stringi a te la catenina, e il delfino. Avverti una pulsazione. Il tuo cuore? Ma il tuo cuore batte?
Sei stufa di tutte le domande retoriche ed esistenziali che la tua mente vuol porsi.
Saltelli a mezz’aria, ripercorrendo le vie che la tua mente pare non aver mai dimenticato.


Il cimitero è scuro, molto.
Hai sempre avuto un timore irrazionale dei morti, quasi potessero tornare a ghermirti. Ora sai che la Morte non fa altro che stringerti tra le sue braccia. Ed è molto, molto più permissiva della vita.
Ti vuol bene, lei.
Lascia che tu possa tornare da chi hai amato, per una degna accoglienza.
Cerchi di afferrare la maniglia, poi sbuffi, quando la tua mano, incorporea, le passa attraverso, come un fulmineo pensiero.
Allora lo vedi.
Tuba, bastone, sorriso e fossette.
Ti sei sempre sentita piccola, accanto a lui.
Stringi il tuo ciondolo, con nervosismo.
Lui sorride, alla vista di un gesto così risaputo.
Ti si avvicina, e ti sembra quasi di poter tornare a trattenere il fiato.
Poi intreccia le sue dita con le tue, in un groviglio di mani e un delfino, talmente fuori posto!
E incatenate gli sguardi, come tanti anni prima.
Allora scegliete di ricominciare.
In un mondo dove sarà possibile, dove non ci sarà una netta linea di separazione tra voi.
E siete sempre stati due caparbi, voi.
Saltate.
Sparite.
Ed è subito vita.

“Complimenti, Laurito, è davvero un bel testo. Non sapevo facessi pensieri così profondi!” La tua professoressa ti squadra sorniona, tu ricambi l’occhiata, truce, e rispondi che hai sempre amato i paradossi, anche i più assurdi. Sei tu stessa un paradosso, commenti.
“Se questo può servirti a scrivere così, allora osanniamo il Gatto di Schroqualcosa!” Commenta la tua vicina di banco, con aria da saccente. Le assesti una gomitata.
“Ma dimmi, dove trovi l’ispirazione?” Domanda l’insegnante, con aria di voler carpire uno dei segreti più oscuri della Nazione.
“Scavo dentro di me: tipo becchino. Come nel mio racconto, no?” Ti squadrano basita. Alzi gli occhi al cielo.
 Fai sempre così, dopotutto. Qualche battuta stupida, che quelle belle vengono sempre e solo quando sei a casa da sola, e allora sbuffi, addenti un altro boccone di quel gustoso cornetto, sapendo che tu e la vita sociale siete due poli opposti, e allora che ti resta se non un po’ di ironia?
Okay, dopo quella (chiamala…) battuta, hai paura della valutazione della prof.
Inizi a stritolare convulsamente la tua collana con il pendente a delfino.
“Se mi prometti di evitare il tuo solito sarcasmo, meriti 10.”
Ricacci il fiato, scalci contro la tua amica per l’emozione (povera lei! Quella che sa sempre da chi ti ispiri, l’amica geniale, copiata spudoratamente dalla Ferrante) e allenti la presa dalla caten…
Un attimo. Come mai si trova al tuo collo? La indossava la protagonista del tuo racconto, non certo tu. Ma quali poteri di immedesimazione, ti dici.
Automaticamente lanci uno sguardo alla porta: lo vedi.
Allora scuoti la testa, e sotto il suo sguardo ricominci a scrivere la storia di te.
Amor in mortem. E sì, l’unica cosa certa in questo testo è che adoro i paradossi.
FINE.

Rosaria Eleonora Laurito (cioè mia figlia...)



martedì 2 ottobre 2018

L'ho scritto per te.


“L’ho scritto per te”, le disse, mentre le porgeva un foglio ripiegato in quattro.
Lei sembrò imbarazzata, “cos’è?”, gli chiese mentre tendeva entrambe le mani, come se quel sottile velo di cellulosa dovesse pesare ben più di un paio di grammi. Eppure era così che lo sentiva.
“E’ un breve racconto, mi piacerebbe lo leggessi, mi dicessi che ne pensi”.
“Ah, ma lo sai che io ho un problema con le cose scritte per me”, si schermì lei, guardandolo con occhi timidi. Aveva una curiosa macchia nera in entrambe le iridi color del miele, lui si concentrò su quella, e non rispose.
Quando tornò a casa dopo il lavoro era stanchissima. Poggiò il telefono e l’agenda accanto al comodino, si tolse i vestiti e le scarpe in pochi movimenti e scappò a farsi una doccia. Dopo essersi sciacquata rimase ancora a lungo sotto il getto di acqua calda, fissando il disegno di una piastrella. In realtà non pensava a nulla, godeva semplicemente di quel tepore come di una tregua.
Tornata in camera, indossò una sottoveste leggera e si guardò allo specchio. Fece qualche moina ondeggiando con le mani sui fianchi, poi piegata in avanti con i palmi sulle ginocchia, e le labbra a cuore. La sfiorò l’idea di farsi un selfie, poi si disse che era un po’ cretina ad averci pensato, e come si trovava si lasciò cadere di schiena sul letto.
“Stasera non mi va neppure di cenare”, considerò sporgendosi verso il comodino per accendere l’abat jour. Gli occhi le andarono all’agenda, dalla quale sporgeva un foglio ripiegato. “Il racconto! Come ha detto? Che lo ha scritto per me… Che matto!” Sorrideva. “Dovrei leggerlo sul serio, perché poi vorrà sapere. Ma lo sa che io faccio solo quello che mi va, così diventa un compito! E se magari c’è scritto, che so, ti amo perdutamente?”
Supina, alzò le braccia nel cono di luce della lampada, creando con le mani ombre cinesi sulla parete. Era un cane, quello? No, forse un coniglio, anche se le orecchie sembrano corna. Rise. Non gliene fregava nulla di quel racconto, eppure ora doveva leggerlo. Anche un’altra volta lui le aveva fatto leggere qualcosa, le era piaciuto, ma quel racconto non parlava di lei, ora invece aveva fatto quella premessa, l’ho scritto per te, e lei, dapprima spaventata, ora ci era cascata dentro, alla curiosità.
Ma non le piaceva affatto fare ciò che gli altri si aspettavano facesse. Trovò un compromesso. Decise di darci un’occhiata veloce, di leggere solo una frase. Sfilò il foglio dall’agenda, lo lanciò in aria e attese che le cadesse sulla faccia. Dopo due o tre tentativi, le si posò sul viso grazioso come una farfalla su un fiore. Guardò verso la metà del foglio. Ti amo perdutamente. C’era scritto davvero! Addirittura in grassetto. Fece due buchi con le dita all’altezza degli occhi, e indossò il foglio come una maschera. Poi lo appallottolò , tentò di fare canestro nel cestino, non ci riuscì. Fece una boccaccia allo specchio e spense la luce. 
“Mi ama perdutamente. Che matto che è”. 

giovedì 13 settembre 2018

Il suono del silenzio

Attendo una sentenza importante che non arriva, e la cliente, in ansia, mi chiede di interpretare il silenzio dei magistrati: "sarà che intendono darci ragione e però hanno bisogno di più tempo per motivare?" "Ma il caso era facile, bastava poco, se stanno impiegando di più è forse perché, in realtà, ci daranno torto?". 
Mi barcameno, non so cosa rispondere, se non che faccio l'avvocato, non il veggente.

Io odio il silenzio.
Ho sempre studiato, prima, e poi lavorato, ascoltando musica.
Non mi piace stare a tavola con persone che pensano solo a mangiare e non a conversare.
In auto, con quelle persone che te le dimentichi sul sedile posteriore.
In treno, con quelle che dormono per tutto il viaggio, pur sapendo che io non dormo mai.

Peggio ancora, il silenzio ad una domanda, ad una proposta.
Silenzio-assenso. Silenzio-rifiuto- Silenzio-rigetto. 
Mi tornano in mente le formule studiate all'esame di diritto amministrativo, le manifestazioni del cosiddetto "silenzio significativo". Per me, invece, non è mai significativo, come si fa ad interpretare univocamente il silenzio?

"Il mio romanzo non è piaciuto". "No, lo sta leggendo con attenzione".
"Non ha risposto a quel messaggio con cui flirtavo un po'. 
Non le piaccio". "Le piaccio ma pensa che io la stia prendendo in giro".
"Che aspetta a dirmi se è arrivato? Sarà successo qualcosa?" "No, magari non c'è linea".

Il suono del silenzio, the sound of silence, cantava qualcuno tanti anni fa. 
Salve, oscurità, mia vecchia amica, sono venuto a parlare ancora un po' con te. 
Bisogna parlare, per non sentirsi soli, per scacciare il buio.
Chi tace acconsente a che l'altro vada in paranoia.

La smetto, ma quante cose ci sarebbero ancora da dire sul silenzio.
Se leggerete questo ossimoro, rispondetemi subito, però.
Vi dirò pure l'esito di quella sentenza.



sabato 4 agosto 2018

Il dio delle formiche


Sulla terrazza della casa al mare, osservo il percorso di una formica. Pare sappia davvero cosa fare, lei, anche quando vaga in tondo. Cerca cibo, forse, o amore, chissà. Magari la traccia di un compagno, un segno di appartenenza.
È qui, a pochi centimetri da me, per un attimo penso di schiacciarla, sentirmi Dio. Un dio potente con i deboli. Un dio vigliacco.
Decido di lasciarla andare. Chissà se lei farebbe lo stesso con me, così operosa, vedendomi invece inerte, incapace di godere di un solo istante della mia vita.
Si avvia lungo la striscia di una mattonella, un destino segnato, un percorso sicuro. Avevo sei anni quando decisi di non calpestare più quelle strisce, ero proprio qui ad Ascea. Un doc, si chiama così, disturbo ossessivo compulsivo. Allepoca pensavo invece fosse solo un gioco, un modo di decodificare la vita.
Si è alzato un po di vento, forse non vale la pena andare in spiaggia. Inizio a scrivere. Se davvero non sapessi godere dei momenti, non ci terrei così tanto a cristallizzarli in racconti. È che adoro sentirmi dio, creare la mia realtà.
Forse da qualche parte nella vita vera a volte sono felice anche io, altre volte uno stupido vigliacco. Forse lho schiacciata sul serio quella formica, sulla terrazza della casa al mare.

domenica 25 febbraio 2018

Mettiti nelle mie scarpe

Nicola rovistava sotto la scala. Tirò fuori un paio di scarpe da ginnastica malandate. Tolse quelle buone e le calzò. Era pronto per la partita. Minicantonio disse: “bella pensata, così mamma non mi rompe il cazzo”, e si levò pure lui i mocassini già consumati, dai quali emersero calzettoni strappati agli alluci. Altre non ne aveva, ma non sembrò interessargli. Afferrò il supersantos e si mise a scartare avversari invisibili.
Facemmo le squadre, i capitani indicarono i propri compagni, a cinque contro quattro qualcuno doveva fare un tempo per parte. Toccò a me: l’ultimo scelto, quindi il più scarso. Pensai di andarmene, c’ero rimasto troppo male che mi avessero preferito Liscio, che secondo me era lui la vera pippa. Ma avevo scarpe da ginnastica nuove e volevo giocare. Facemmo prima qualche tiro, e provammo le punizioni. “Con quelle, puoi dare un bell’effetto”, e mi guardavano con invidia, ma io non ci riuscii, mi venne fuori un colpo dritto che il portiere bloccò facilmente. Minicantonio parlava sottovoce ad un compagno, e mi parve di sentire i suoi pensieri: “perché lui deve avere quelle belle scarpe, e io che sono un campione gioco scalzo?”.
Gli mollai uno schiaffo.
“Guarda che non t’ho sfottuto, stavo dicendo un’altra cosa”, si teneva la guancia. Gli altri si misero intorno, a cerchio, come in un anfiteatro, sentivano l’odore del combattimento, del sangue. Ero più alto, più grosso. Non mi feci pregare, e gli diedi una spinta. Lui allora caricò a testa bassa, ma mi scansai e quando fu passato gli sferrai un calcione nel culo che finì lungo disteso. Qualcuno rise. Non gli diedi tempo di alzarsi e gli fui addosso. Lo tenevo fermo e gli bloccavo i polsi. Dopo un po’ si arrese. Nicola si avvicinò, cauto: “ma che t’aveva detto?”. “Non so’ cazzi tuoi”, risposi. Si fecero di nuovo intorno. C’era silenzio.
“Non sono io il più scarso!” urlai. “E’ Liscio!”.
Liscio, innocente eppure colpevole, uggiolò, come un cane bastonato.
Ancora furioso, presi il pallone e lo scagliai verso il muro della scuola, ma lo svirgolai e frantumai la finestra della quarta. Si sentì un fischio. Era la guardia. Se ci beccava ce la faceva pagare. Nel fuggire, Minicantonio, ancora scalzo, si ferì sui vetri rotti. Non fosse stato per quelle scarpe di merda, non sarebbe successo niente, ecco la verità. Me le tolsi e gliele lanciai: “Secondo me ti vanno bene”.
“E tu come fai?”
“Me ne fotto”.
Tenetevi le scarpe, e tenetevi pure Liscio. Vaffanculo.

Ma la prossima volta le squadre le faccio io.

giovedì 18 gennaio 2018

Quel che non ti serve

Sono la porta che si apre
Il telefono che squilla.
Il conforto che di solito non trovi.
La passione algida. 
La camomilla.
Il pensiero per poter dormire sola.
La forza per alzarti ancora
e vedere come andrà a finire.
Sono il verso di quella canzone,
l’uomo da paragonare, 
l’occhiolino del ciclone.
La sedia da spostare 
per farti accomodare.
L’invito ad una festa
per non doverci andare.
L’insonnia prima di partire.
Un bene necessario.
La mappa del tesoro.
La X sul calendario.
Sono quello che non vuoi 
e quello che ti manca.
L’ironia.
La poesia.
Il disincanto.
Sono quel che non ti serve.

Perché c’è l’hai già accanto.