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lunedì 17 dicembre 2012

Sogno di una notte di mezza età

I
La fine dell'anno è tempo di riflessioni.
In questo fine settimana, infatti, piuttosto che uscire, non ho fatto altro che riflettere (come diceva Oscar Wilde, quando mi viene voglia di fare attività fisica mi stendo sul divano e aspetto che passi).
E son giunto alla conclusione che alcune rigidità che mi ero imposto potrebbero anche essere derogate, in un prossimo futuro.
Una sorta di emendamenti alla Costituzione americana, introdotti melius re perpensa.
Mi riferisco al mio antico proposito di non esibirmi più in pubblico quale musicista, una volta varcata la soglia dei quarant'anni.
Più precisamente, il mio autodiktat prevedeva che dopo i trent'anni non suonassi più in concerti all'aperto, e dopo i quaranta neppure nei locali.
Finora l'ho rispettato, risalendo la mia ultima esilarante esibizione live (ve n'era traccia persino su youtube) al 2009. Nè mi era venuta particolare voglia di rifarlo, per la verità.
Solo che qualche tempo fa mi era balenata un'idea particolare che coniugava la musica con la mia passione per il dialetto, ed avevo iniziato a scrivere dei pezzi in lingua cilentana.
Non è un progetto folk, tutt'altro. Si tratta di rifare in dialetto brani famosi della musica rock. Non una mera traduzione, ma una nuova canzone che conservi, per quanto è possibile, lo spirito del brano originale, ma inserito in un contesto locale.
Così, ad esempio, Born in the Usa è diventato "Nato a lu Ciliendo", e non parla della guerra nel Vietnam, ma dell'emigrazione dal Sud Italia negli anni '70.
Sto reclutando alcuni amici musicisti. Pensiamo ad una versione acustica nei locali per la prossima primavera, poi si vedrà, non mi attendo la vostra partecipazione. Sono consapevole che si tratta di un piccolo progetto, locale, non attirerà folle oceaniche, io non sono Madonna.
Anche se, per la verità, chi più di Madonna è una cantante di nicchia?
 
N.B. tutto il post non aveva altro scopo che fare la battuta su Madonna e la nicchia.
 
II
Nel fine settimana sono successe molte cose di rilievo.
Alcune anche piuttosto gravi.
E' capitato che sono stato taggato.
E non sapevo come reagire, non mi era mai successo.
Stavo per chiamare l'assicurazione, poi mi hanno detto che bastava un po' di riposo (e in questo sono maestro), è rimasto solo una leggera vertigine, e quella foto coattivamente posata, che, come un livido, piano piano sparirà dal web, lasciando sopravvivere solo le ben più genuine foto in background, inconsapevoli, delle quali parlai tempo fa, e che sono il vero specchio del sè.
 
III
Che poi sto a lamentarmi, ma io in fondo faccio proprio quello che mi piace fare.
Tornando al dialetto, "non vòto 'no spruoccolo" (non muovo una paglia).
Me ne sto semplicemente qui, disteso, a leggere, a pensare (leggasi dormire), a guardare le partite di Champions.
Poi capita che in questo fine settimana, senza spostarmi dal divano, il ditino trovi un film carino di Aldo, Giovanni e Giacomo, "Tu la conosci Claudia?", che invece di risolvermi la serata in tranquillità, mi lancia un agguato. C'è questa moglie, Paola Cortellesi, che attacca una lagna col marito, Giovanni!, perché appunto, sta solo lì sul divano a leggere, a pensare, a guardare le partite di Champions e non vuole mai uscire. E lei lo molla, poi mille impicci, fino al lieto fine.
Solo che io non voglio impicci, e il lieto fine non può esserci (v. terrazza del post precedente).
Allora vorrà dire che devo cambiare. Stasera si va a mangiare la pizza. Ma dove?
Ho preso l'elenco, ma guarda un po', tutte le pizzerie che frequentavo hanno chiuso da tempo.
Non c'è più la "Vecchia casa", dove andavamo spesso?
E che diamine, saranno passati solo una quindicina d'anni!
Allora gira e rigira, rimane il solito takeaway.
Davanti alla mia porta, accanto alla stella cometa, scriverò Pizzeria "da Giovanni".
E pure questa è risolta, e poi di nuovo, a pancia piena, a pensare sul divano.
E il titolo sarà sempre lo stesso. Sogno di una notte di mezza età.

giovedì 6 dicembre 2012

Il volo

Poter volare.
Un bambino preferirebbe sempre poter volare.
A qualsiasi altra possibilità, ad utopie ancor più irraggiungibili.
Uno dei tre desideri da consegnare al genio della lampada è sempre poter volare.
Poi si cresce.
E non solo non si vola mai.
Ma non si pensa nemmeno più di volerlo fare.
Non ricordo neppure quando ho dimenticato l'isola-che-non-c'è.
Nè perchè ho fatto quel nodo al fazzoletto.
Non solo per rompermi il naso quando ho il raffreddore, spero.
La madeleine stavolta è stata una canzone di Finardi.
"Oggi ho imparato a volare", appunto.
Così ho sfregato di nuovo la mia lampada personale.
Tutte risposte con la esse. Le solite. Salutesessosoldi.
Ma le ali, no, non ci ho pensato.
Mai leali con i nostri sogni.
Intanto il cd arrivava ad extraterrestre.
Quello che voleva un pianeta su cui ricominciare.
E poi voleva tornare a casa per ricominciare.
Che una ragione la trovi sempre e solo dentro di te.
Per andare avanti.
Che sia dovere, rassegnazione, o sciocca speranza nel tuo Cristo personale.
Volare, una volta che hai imparato, dovrebbe essere una cosa che non si dimentica.
Come nuotare. O come affondare.
Che una volta sotto, si scende che è un piacere.
Magari ad un certo punto ti torna in mente come si fa.
Come da bambino su quella terrazza del condominio, dove mamma stendeva i panni.
Era il 1976. Roma ai miei piedi.
Stendevo una manina e potevo toccare il Cupolone.
Chiudevo gli occhi e volavo sui sette colli, sul Gianicolo, insieme ai cigni sui laghi di Villa Pamphili.
Poi mi cadeva lo sguardo sulle mattonelle sbreccate, a quei piccoli insetti puntini rossi che li schiacci e rimane la scia color carminio, e pensavo che quello restava della nostra vita, se andava bene.
Ora ripenso a quella terrazza.
Il volo è quello di Lucentini, di Primo Levi, di Monicelli.










martedì 27 novembre 2012

il mondo fluttuante

Che poi io il dono della sintesi non l'ho mai avuto.
Una battuta buona ogni tanto, ma mai quelle frasi proprio precise, quegli aforismi che li leggi e ti colpiscono così tanto che pensi questa cosa avrei voluto proprio dirla io, e allora ti sforzi a memorizzarla per poi poterla citare nel momento giusto fingendo che sia tua, ma siccome sei uno sciocco smemorato non ti viene mai in mente proprio bene, e invece lo sai che gli aforismi o li dici come vanno detti o non vale.
Così al liceo, fra le tante sfide, c'era quella dei diari.
Di chi ce l'aveva meglio illustrato, più lungo (no, ho confuso le sfide!), con le frasi più belle.
E io ci provavo, ma non mi veniva mai in mente nulla di interessante.
Talvolta rimediavo con i testi delle canzoni, ma l'adolescena è un'epoca passionale, intensa, non acchiappavo mica con versi come "gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming"! A me piaceva Battiato, mica Baglioni.
Epperò, quelle con la maglietta fina che si vedeva tutto con me non ci venivano. A ragione.
Perché devi sapere dire le cose giuste, sentite.
Non copia e incolla.
Non haiku, non versi che scimmiottano Matsuo Basho, quando il mondo fluttuante della tua gioventù è stato, al massimo, il subbuglio di stomaco nei tornanti quando guidava Angelo.
Rileggendo un mio diario del liceo, non trovo frasi memorabili.
Non cuori e baci di fanciulle, come su quelli di Roberto.
Non simpatiche battute alle quali si scompisciavano tutte, prerogativa di Carmine.
Non profonde riflessioni, da uomo maturo e perciò irresistibile, come Claudio.
Niente di tutto questo. Neppure il classico "i giorni passano, il tempo vola, e noi cretini andiamo a scuola".
Non c'era neppure il mio nome, semplicemente la scritta "questo diario è un quadrifoglio, se lo perdo lo rivoglio, se non sai di chi è, vai a pag. 33".
Però, poi, un sussulto di dignità.
Nel bordino di pag. 33, non c'era scritto, come d'uso, Giovanni.
Ci avevo scritto sòreta.



sabato 24 novembre 2012

Copia e incolla

Le stesse parole.
Per ogni dolore, per ogni nuovo amore.
Copia e incolla.


mercoledì 21 novembre 2012

A zigo zago ...

E' solo colpa della memoria.
Perchè di cose da scrivere me ne erano venute in mente molte, soprattutto di notte.
E hai voglia a ripeterti "domattina non ti dimenticare!", perché, puntualmente, puff! svanite.

C'era la storia di un grande prestigiatore, bravissimo, ma sempre triste, lì lì per piangere.
La storia del Magone.

C'era quell'episodio dell'avvocato di vaglia, che difendeva le Poste.

C'era quel racconto sul cliente della banca che faceva la corte ad una cassiera molto carina, e dopo averla invitata a cena, non si spingeva oltre, per non tradire la moglie, ma poi scopriva che quella se la faceva con un altro cassiere. Ma chissà come finiva?

C'era pure una favola, parlava di un pettirosso di città che a causa dei rumori del traffico non riusciva a far sentire il suo canto d'amore alla bella pettirossina che viveva nel parco dall'altra parte della strada.

C'era un bel titolo per un nuovo romanzo, ancora non scritto.

C'era il finale di quella sceneggiatura.

Insomma, come cantava Elio, mi ricordo di un ricordo ma non ricordo cosa.

sabato 10 novembre 2012

L'ultima cena

Uno passa la vita a temere la morte, a provare in tutti i modi ad esorcizzarla, invano.
Poi, a quarantatré anni suonati, per caso, la soluzione.
Per far sì che la vita abbia perso ogni interesse, in modo che l'arrivo della morte ti sia indifferente, anzi, addirittura agognato, occorre partecipare, come ho fatto io ieri sera, ad una cena.

Appuntamento al ristorante alle 21. Un ristorante molto fuori mano.
Da una ventina di persone che dovevano partecipare siamo in sette.
Non conosco gli altri sei.
Altri due devono arrivare, ma fanno "un po' tardi".
Ordiniamo alle 22.45 (ora in cui io di prassi, dopo avere già ampiamente cenato e digerito, sono a letto felice a leggere due righe di un romanzo qualsiasi prima di crollare).
Alle 23.10, dopo avere fintamente ascoltato chiacchiere delle quali non m'importava un fico secco, dopo essermi morto di freddo (forse perché la mia temperatura basale è 35.6?), vinto dal sonno e dall'abulìa, dopo avere già fatto incetta di qualsiasi cosa fosse caduta sotto il tavolo vuoto - briciole, tozzi di pane raffermo, ghiande - per placare la fame, avere invano invocato un incendio, un terremoto, l'Apocalisse, ho fatto finto di ricevere una telefonata (ma tanto non mi cacava nessuno e la cosa era ampiamente reciproca) e, siccome la persona con cui ero arrivato voleva restare, ho salutato e me ne sono andato a piedi a casa, al buio, per un paio di chilometri.
A casa dormivano tutti, il frigo era vuoto come il mio stomaco, il fuoco del caminetto spento.
In quel caso, la morte sarebbe stata una visita sgradita?

E' che a quarantatré anni suonati la pazienza è finita.
Si vuole fare soltanto quello che si vuole fare.
Pleonastico, ma è così.
E se non è possibile, se la cosa si fa difficile, non è più tempo di lotta.
Si scappa finché si può.
E altrimenti, dono gli organi.
Tanto, nemmeno suonare mi riesce più come una volta.






giovedì 8 novembre 2012

Desistere, desistere, desistere

 
Questo doveva essere il titolo del post di ieri.
Solo che mi è venuto in mente oggi.
Avrebbe avuto più successo, credo, di uno sfogo anonimo.
Eppure, spesso, le lettere anonime colgono nel segno.
E', credo, la loro natura misteriosa che spaventa.
Una volta mi trovavo a difendere una persona accusata di non so quale reato inerente dei fondi di montagna, a seguito di una denuncia di cui non conosceva l'autore. Questo poveraccio, assolutamente innocente, sospettava di qualche suo nemico, e mi chiese ardentemente di poter fare in modo di verificare nel fascicolo delle indagini chi fosse stato a indirizzare le indagini contro di lui.
Il mio cliente era una persona di indole buona, ma, come tutti i montanari, piuttosto rude e incline alla vendetta a tutela del proprio onore vituperato. Quindi, non mancava l'occasione di preannunciarmi cosa avrebbe fatto a chi lo aveva calunniato.
Finalmente riuscii ad essere autorizzato dal Pubblico Ministero ad estrarre copia del fascicolo in cui era contenuta la denuncia. Mentre sfogliavo il corposo incartamento in cerca di quel nome, ero alquanto dubbioso sulla opportunità di riferire al mio assistito le generalità dell'accusatore, non avrei voluto scatenare una faida. "Mah, vediamo di chi si tratta e poi deciderò", mi dissi, mentre ero giunto ad avere fra le mani quel foglio dattiloscritto, in calce al quale era stata apposta una sottoscrizione.
Non riuscivo a credere ai miei occhi, e già iniziavo a tremare, quando realizzai che quel nome era il mio!
"Giovanni Laurito", si leggeva sotto quella serie di ingiurie e calunnie che avevano condotto il mio cliente da diversi anni sotto processo penale.
Già mi vedevo con il cranio spaccato in due da un'ascia, maneggiata sapientemente dal mio assistito, boscaiolo, con la camicia di flanella a quadri che a malapena conteneva guizzanti bicipiti.
Pensai di raggomitolarmi sotto la toga ed attendere i fendenti, come Cesare dinanzi al Senato, alle Idi di marzo.
Era chiaramente una firma falsa, la grafia non era la mia, però non credo che la presenza di un perito grafologo avrebbe dissuaso il vindice braccio.
Il caso volle che, prima di riferire la ferale notizia, ne parlassi a casa, dove mio padre mi tranquillizzò: esisteva un mio omonimo, proprietario di un fondo confinante a quello del mio cliente. Niente di più facile che fosse stato lui l'autore della denuncia.
Quando glielo riferii, egli fortunatamente non ebbe dubbi sul mio conto - magari non sapeva neppure come io mi chiamassi, si rivolgeva sempre a me "nè avocà", ma diresse immediatamente la sua ira nei confronti del Giovanni Laurito giusto.
Il caso volle che di lì a poco egli fosse comunque assolto, quindi la vendetta non si compì mai, se non, credo, in forma verbale, non meno grave, forse, per noi che sappiamo che le parole sono come pietre, ma quando hai a che fare con soggetti che le pietre le scagliano meglio di una catapulta, sempre meglio le parole.
 
Non so perché ho raccontato questo aneddoto. Tutto è nato da un titolo che non c'era.
E dalla voglia di desistere dal desistere, per non trasformare un titolo di testa nei titoli di coda.
 
E comunque, il colpevole di tutto è il mio cliente, firmato Giovanni Laurito


giovedì 1 novembre 2012

Jovanotti e Modugno

Piove.
Un giorno sprecato.
Quante frasi fatte.
Governo Ladro! Piove sul bagnato.
E le canzoni, madonna come piove sul nostro amor.

Piove.
C'è chi vorrebbe dissolversi in nebbia.
Io invece preferisco i goccioloni. Lì è tutto chiaro.
Lì ti rendi conto che l'ombrello è necessario.
Con la nebbia, pensi un po' d'umidità che vuoi che sia?

Piove.
Tempo di bilanci.
Ma cazzo, ogni occasione è buona per fare bilanci?
E la fine dell'anno, e il nuovo inizio, e la primavera, e l'autunno ...
Non l'ho capito ancora che il mio bilancio non sarà mai approvato?

Piove.
E non la smette, così ad ogni capoverso posso riscriverlo.
Vorrei anche descriverlo, ma non è una pioggia speciale.
E' la solita acqua che cade dal cielo.
Quella di Jovanotti e Modugno, dei Supertramp. It's raining again.

Piove.
Adesso i minuti son tanti,
un acquazzone che intride pure i sassi.
E' il giorno di Ognissanti.
E io li ho invocati tutti, bloccato in auto, nell'attesa che passi.


domenica 21 ottobre 2012

Adesco o mai più

La vita sfugge di mano.
Che mi sia stata mai in mano, è un altro discorso.
Che sfugga, non c'è dubbio.
Già in gioventù, il problema mi era chiaro, infatti chiamai Tempo Sprecato il mio complesso.
Il cui successo tenne fede al nome che avevo scelto.
E da sempre, a chi mi chiede come immagino di morire, rispondo "con un infarto per la paura di morire".
In alternativa, c'è sempre l'ipotesi dell'incidente stradale in cui i soccorritori mi trovano cadavere tra le lamiere accartocciate mentre l'autoradio, miracolosamente illeso, continua a trasmettere un pezzo di Concato. Guido piano. Ma anche Domenica Bestiale, dipende se eravamo nel weekend (yes weekend, lo slogan di Obama che si riposerà dopo avere perso le prossime presidenziali USA).
Insomma, sto divagando, lo so, ma è che mi scanto (v. Camilleri) di affrontare l'argomento.
Da tempo progetto di pubblicare, riveduti, corretti e collegati fra loro, i post di questo blog e dei precedenti (Il Tombino e Il Contrario di tutto).
Stanotte mi è venuto in mente un magnifico titolo: Sogno di una notte di mezza età.
Conoscendomi, il progetto si fermerà qui, alla soddisfazione per avere trovato il titolo.
L'effetto brutale è stato quello di accorgermi che, realmente, sono un tizio di mezza età.
A questo ho collegato un articolo letto sulla Stampa qualche tempo fa (facilmente recuperabile su internet): "Uomo di mezza età, il profilo del suicida ideale".
Insomma, Dante era sulla via di mezzo a trentacinque anni.
Gli studi attuali collocano la mezza età sui cinquantacinque.
Io ne ho quarantatrè, più nel mezzo di così!
E, dunque, è l'ora di esorcizzare le mie più che giustificate paure con una botta di vita.
Prima che mi sfugga di mano.
Avevo pensato di comprare il nuovo I Phon, ma, diciamoci la verità, a chi serve davvero un telefono che asciuga anche i capelli? E, poi, visto il loro diradarsi, mi metterebbe in crisi ancor di più.
L'orecchino? Un bel solitario, magari. Ma così saremmo in due, e la parola perderebbe significato.
Ho deciso. Devo farmi un'amante. Donne, siete avvisate.
Adesco, o mai più.



mercoledì 17 ottobre 2012

Ho voglia di te

Ci sono film, tratti da romanzi cult, che pur affidati alle mani di sapienti sceneggiatori, non sono riusciti a ricreare le atmosfere del libro.
Gli esempi sarebbero numerosi, da Alta Fedeltà a La versione di Barney.
E ci sono invece film che sono riusciti ancora meglio dei romanzi da cui erano tratti.
Penso a Shining di Stephen King, una storia contorta con un finale troppo surreale, che, nelle mani sapienti di Kubrick e con l'interpretazione luciferina di Nicholson, è passata alla storia della settima arte (parlo del cinema; l'ottava è il rutto polifonico).
Ci sono, infine, cose che si pensano in un modo ma si espongono in maniera diversa.
C'è chi scrive da Dio, che trasforma in prosa alata anche la lista della spesa.
E c'è - qui tocchiamo il tasto dolente - chi si arrabatta ed industria in ogni modo a mettere per iscritto i propri pensieri, i sentimenti, le emozioni, cercando di trasmetterle al lettore nella loro forza e intensità, ma che nei fatti, molto spesso, sortisce l'effetto contrario.
Che se vuole essere ironico, viene preso per sarcastico.
Che se prova ad essere romantico, è solo stucchevole.
Che la sua malinconia appare solo lamentele di una depressione patologica.
Che se, per caratteriale timidezza, vuole provare a farsi capire senza dire veramente, passa per freddo.
Incompreso.
Come il film di Comencini, tratto da un romanzo di Montgomery.
Brutti entrambi.
Eppure, credimi, ho voglia di te.
E Moccia non c'entra un fico secco.

venerdì 28 settembre 2012

attenzione spoiler

Situazione già ampiamente descritta da Borges.
Se esistesse una biblioteca in cui sono conservati i volumi che raccontano la storia di ognuno di noi, voi la leggereste? Come fare a resistere alla curiosità di sapere come andrà a finire?
Per quanto mi riguarda, penso proprio che eviterei.
Per capirci, io sono il tipo che non si fa le analisi perché va troppo in ansia per i risultati.
E poi - parlo sempre di me - come andranno a finire le cose, sarà piuttosto facile prevederlo.
Perché c'è una legge superiore. Alcuni la chiamano disegno divino, altri statistica.
Altri per la verità la chiamano diversamente, ma questo è un blog elegante, non si può.
Ogni volta che c'è un evento appena appena fuori dall'ordinario, mi succede qualcosa.
Un incontro con un amico caro che non vedo da tempo? Il colpo della strega.
Un'udienza cui non posso non essere presente? Quaranta di febbre.
Devo pubblicizzare il mio Cd? L'ernia del disco (vabbè questa era una battuta)
Sono l'incubo di ogni programmazione. Non c'è mai certezza di niente.
Tutto last minute.
E, dunque, quando arriverà il mio last minute so già cosa succederà.
Non ho bisogno di leggerlo, quel libro, per sapere che non sarò pronto.
Che sia domani, fra venti o cinquant'anni, ci sarà di certo qualcuno che mi sta aspettando incazzato, che era venuto apposta per me, e io sarò sul water con la diarrea.
Nessuna sorpresa, Signora, se non mi avrai trovato a Samarcanda.





lunedì 17 settembre 2012

L'apparenza

Apparenza n. 1

Ho scoperto un nuovo widget per il mio blog.
Fino a qualche anno fa non sapevo che volesse dire blog.
Fino a ieri non sapevo che volesse dire widget.
Messe insieme le due cose, in sostanza si tratta di una funzione in più per i lettori di questo diario.
Il traduttore.
Ovviamente a nessuno interessano queste quattro sciocchezze che scrivo, figuriamoci se uno straniero potrebbe mai pensare di volerle tradurre.
In questo caso, invece, il widget serve a me.
Sapeste lo sfizio di tradurre in tutte le lingue queste quattro sciocchezze che scrivo!
In inglese facevano la loro figura, in francese suonavano romantiche, in tedesco acquistavano un'autorevolezza che normalmente non hanno, in norvegese, bè, suonavano un po' fredde (ahahaha).
Uno degli ultimi post si intitolava Pig brother.
L'ho tradotto in varie lingue, poi, invece di tornare all'originale, ho sbagliato e ho chiesto la traduzione in italiano, e mi è uscito Pig fratello. Chissà perché non porco fratello?
Sarà che sono figlio unico.

Apparenza n. 2

Non bisogna lasciarsi andare, la routine può essere sconfitta.
Anche stare seduti otto ore ad una scrivania può essere passabile, con un po' di impegno.
Puoi mettere una foto nuova sul desktop, cambiare le tende, trovare una nuova stazione radio.
Non rammaricarti se il tuo autore preferito ormai scrive libri insulsi, lasciati consigliare, svaria.
E' vero, De Gregori ha scritto una cinquantina di volte la stessa canzone, ma poi ti trovi a sentire l'ultimo di Dylan e ti accorgi che ha copiato De Gregori, dunque rivaluti tutto.
Il solito tran tran. E' chiaro che ontologicamente è proprio così.
Ma se ti abbandoni, è la fine.
Il sesso. Venti anni, sempre nella stessa posizione, io dietro e lei davanti.
Chiaro che non ne puoi più. Un po' di fantasia, e le cose migliorano!
Ieri notte è bastato girarla e tutto è andato alla grande.
Anche perché non era lei.

Apparenza n. 3

Una volta ho scritto una poesia di Montale.
Sì, l'ho scritta io. Una poesia di Montale.
"Quando scendevamo insieme le scale che portano al mare ...".
E dovete vedere tradotta in polacco, che figata.
Sembrava di Szymborzska. Chissà come si scrive.
Lo so, potrei vedere su wikipedia, ma così sono buoni tutti.
Una volta ho scritto una poesia di Bukowski.
C'erano una città americana con la neve
e un frigorifero con dentro roba andata a male.
L'avevo scritta io. Di Bukowski.
Una volta ho scritto una poesia. Mia.
Parlava di un amore che mi aveva perso.
Ho provato in tutte le lingue del mondo.
Un vuoto intraducibile.
E purtroppo, tutto mio.




venerdì 14 settembre 2012

Gli indiani d'america

Strano destino, quello dei nativi americani.
Cacciati dalle loro terre in nome del progresso.
Cancellati dalla storia, in virtù di una damnatio memoriae che ne ha oscurato persino il nome.
Quale nazione viene identificata con il nome di un altro popolo?
I nativi americani non hanno nulla da spartire con gli indiani, eppure hanno dovuto adattarsi a questa curiosa contaminazione che, peraltro, non fa piacere neppure agli indiani veri, quelli dell'India.
Non di rado si legge di pacifici bramini, seduti sulle rive del Gange con le loro scheletriche vacche sacre, rincorsi da bellicosi cowboys incorsi in errore in nome del secolare equivoco.
Lo stesso Gandhi dovette declinare numerose sfide a duello.
D'altro canto, pure lui ci metteva del suo: insistendo a sedersi a gambe incrociate (come da classica iconografia del Mahatma), non doveva dolersi che lo scambiassero spesso per Toro Seduto.
Tempo fa lessi una interessante biografia di Cavallo Pazzo, di Vittorio Zucconi.
In realtà io pensavo di avere acquistato un libro con la storia del Crazy Horse, il locale con le spogliarelliste, ma ciò non toglie che mi appassionai molto all'epica dei Lakota.
Del resto, come non eleggere fra gli episodi bellici più leggendari la battaglia di Little bighorn, la caduta del tronfio Colonnello (ebbene sì) Custer, "belli capelli", come lo chiamavano i Sioux ...
Ormai siamo nel duemila, gli episodi di coraggio non interessano più, navighiamo in piena etica Schettino, i politici predicano una vita spartana che non ci appartiene e tantomeno appartiene a loro. Vorrei vederlo Monti accovacciato in teepee a sgranocchiare pennicam (bisonte secco), magari accanto alla sua squaw Passera (mmm). No, non è più tempo per l'orgoglio dei nativi americani, e pure gli indiani veri, quelli dell'oriente, sono passati dai fasti dei maharajah e della caccia a dorso di elefante alle spiagge italiane ed agli sguardi scocciati delle famigliole che addentano la parmigiana sotto l'ombrellone e se ne fregano dell'argento indiano che, peraltro, si fa subito nero, soprattutto a contatto con l'acqua di mare.
L'unica caratteristica di quei fieri popoli che ancora resiste, ed anzi prospera è quella denominata "fare l'indiano". Oggi, ad esempio, ne ho avuto la consueta prova quando ho fatto un giro di telefonate per chiedere ai miei clienti se, per piacere, si volessero degnare di pagarmi, che c'ho le bollette.

venerdì 7 settembre 2012

Pig brother

Nell'epoca di Instagram, della mania di fotografare tutto e tutti in qualsiasi circostanza e di postare le immagini sui social network, io sto con i fotografati inconsapevoli.

Sono loro, le persone sullo sfondo delle foto fatte ad altri, i genuini testimoni del nostro tempo.

Poveri cristiani che si stanno facendo tranquillamente i cazzi loro, che magari si trovano anche a guardare nell'obiettivo, senza rendersene affatto conto. Gente che ha un certo languorino, che pensa al mutuo, che ha un prurito, che sta trattenendo una scorreggia (o magari l'ha pure mollata, non lo sapremo mai, almeno fino alla nuova app di instagram con il sensore olfattivo), e senza volerlo si ritrova catapultata sotto gli occhi di tutti noi social voyeur, sublimi cristallizzazioni di un attimo di verità, merce ormai rarissima in questa società dove è tutto posato, artefatto, da quando il Grande Fratello, sotto forma di videosorveglianze, satelliti, smartphone ecc., ci costringe ad un'attenzione costante cui deve necessariamente soccombere la spontaneità.

Vi adoro, ignari passanti, e vi sono apertamente solidale.

Io che, da sempre, nelle rarissime fotografie cui ho dovuto sottostare, ho lo sguardo e l'imbarazzo di chi avrebbe voluto (e dovuto, visti i risultati) essere sicuramente altrove.

martedì 4 settembre 2012

Chiamare ore pasti (sono a dieta)

Chi s'imbattesse in questo blog, sappia che chi scrive non è una persona qualsiasi.
E' gente, tanto per dire, che mentre caca legge il manuale di filosofia di Adorno.
Gente che si masturba pensando a Platone e al mito della caverna (mmm...).

Certo, forse ciò accade in mancanza di meglio.
Al mio paese non c'è l'edicola.
Neppure una libreria.

Va bè, che poi capita da Feltrinelli, tutta una parete tappezzata di cinquanta toni di grigio ecc.
Che magari il titolo è intrigante e ti attrae pure, però dopo aver saputo che 'sto romanzo lo leggeva sulla spiaggia Nicole Minetti, insomma ...

Dice che la predetta girerà un film porno.
In fondo che c'è da scandalizzarsi?
Ci sarebbe differenza se mentre sto seduto a dormire sul divano qualcuno mi riprendesse?
Parliamo in entrambi i casi della classiche occupazioni quotidiane.

Ecco, chi leggesse queste cose, sappia che chi scrive non è una persona come tante.
E' gente, per dire, che la notte prima di (o per) addormentarsi si dice le preghiere.
Ma non crede in Dio.
Gente che saltella col piede sinistro tre volte prima di cambiare stanza.

Certo, tutte cose che magari si risolverebbero con una buona dose di psicofarmaci.
Ma sono gli effetti collaterali che ti spaventano.
Ad esempio, il calo del desiderio.
Odio avere giustificazioni.

Chi scrive ha un bisogno insopprimibile di farlo.
Ah, sì, anche il bisogno di scrivere!

Se qualcuno, avute queste prime sommarie informazioni fosse interessato, può contattarmi.
Il mio numero di cellulare non lo ricordo, al momento (grazie, non mi chiamo mai!), ma sicuro si trova da qualche parte su internet. La mail, uguale.
Importante, la parola d'ordine è rose di raso rosa, oppure rubinetto rosso rubino.

Ma contattarmi per cosa?





martedì 28 agosto 2012

Hayden, mi è saltata l'otturazione

Ho speso una vita per la musica.
E non sopporto l'ignoranza, in argomento.
Altro che la comprensibile domanda "chi erano gli Stadio?", della famosa canzone dei Beatles.
Arriva una neofita, mi chiede con gli occhioni sgranati cos'è mai un clavicembalo.
E che diamine! Bach ci ha fatto su una carriera. "Il clavicembalo ben temperato".
Una matita del settecento.

E le famose fughe di Chopin?
Chi lo teneva rinchiuso?
E il suo vero nome era Edmond Dantès?

Beethoven era sordo.
Ma poteva recitare lo stesso.
Grazie al fischietto a ultrasuoni del suo padrone.
Comunque, come attore era un cane.

I Pink Froyd?
Musica psichedelica o psicoanalitica?

Le quattro stagioni di Vivaldi.
Bulgakov invece Margherita
(troppo sottile, questa, come la pizza di Cesare, sotto casa, che si arrotola).
Toscanini non ripete, occhio al colesterolo.
Il conto. Paga nini.

Questo non è più un mondo per gli amanti della buona musica.
In giro c'è gente che va a vedere Emma Marrone.
Un colore che dice tutto.
E i testi, neppure più la rima cuore/amore.
Non fanno neanche questo sforzo.
Ora la rima è amore/amore.
E se si sforzano, Marrone.

I rapper sono pure bravi, ma dicono solo parolacce.
Musica dodecafonica.

Quando voglio rifarmi l'udito, 
ormai passo dalla manicure.






sabato 25 agosto 2012

Nuovi mestieri in tempi di crisi

Tutto è relativo, anche i mestieri.
Dipende da dove nasci. E da quando nasci.

Fare l'avvocato fino a una trentina d'anni fa significava essere rispettabile e ricco.
Ora siamo più avvocati che clienti.
E considerati ... vabbè, che lo dico a fare.

Meglio l'antennista, allora?
Due orette scarse per sistemare la parabola, 200 euro. Direi!
E però se invece di essere nato qui, l'antennista era nato in paradiso, mica gli andava così bene.
Che in cielo non c'è bisogno della parabola per vedere Sky.

Un artigiano che in questi periodi va molto è il restauratore di coglioni.
Che, per la gran parte, sono tutti in frantumi.

E a causa di questi anticicloni, Lucifero, Caronte ecc., tutti a parlare della siccità e dei poveri agricoltori, ma nessuno ha speso una parola per gli ombrellai, già provati, ormai sul lastrico.
E' proprio vero che NON piove sul bagnato.

La crisi e la necessità di economizzare hanno fatto riemergere mestieri dimenticati e ormai in disuso.
Come il leccaculo dei politici, utile per sopperire alla spending review della casta sulla carta igienica.

Nuovo slancio anche nella chiesa, che vista la reazione negativa dell'opinione pubblica al veto ai matrimoni gay, ha pensato di autorizzare non solo quelli, ma addirittura i sette sacramenti gay.

Particolarmente richiesto il battesimo gay, con acqua di giò, e la estrema unzione gay, che è la morte sua.

Una volta usavo tenere dei block notes sui quali, quando mi veniva in mente una cazzata, me l'appuntavo.

Oggi mi trovavo a leggere il giornale sul pc e me ne sono venute parecchie, ma non avevo fogli su cui prendere appunti. Se qualcuno leggerà, sicuramente correrà a comprarmi un altro block notes.

Ma quando è uno si chiamerà sempre block notes con la esse finale?




mercoledì 22 agosto 2012

Posto ergo sum

Ho iniziato a scrivere una sceneggiatura per Dylan Dog.
In quella storia, però, Dylan Dog sono io.
Nessuno me l'ha chiesta, ovviamente. Quindi, rimarrà nel mio cassetto.
Insieme a molte altre cose scritte solo perché avevo voglia di farlo.
Spesso per sentirmi vivo.
E' vero, alcune sono uscite da quel cassetto.
Canzoni, racconti, poesie, persino una commedia.
Ma quelle più vere, intime, sono ancora lì.
Ma le sorprendo affacciarsi qui ogni tanto, confondendosi con un calzino.
Come la poesia per Francesca.
Come le caramelle di resto.
Piccole cose (di pessimo gusto, Gozzano docuit).
Quelle piccole cose gridano al mondo che ci sei ancora.
Più che in grido, in effetti, un sussurro.
Ma sufficiente a confermare la validità delle tesi cartesiane,
e del mio concittadino Parmenide.
Posto, dunque esisto.



domenica 19 agosto 2012

1Q84 di Murakami: recensione

Allora ho appena terminato questo romanzo che ci sono due che si erano conosciuti da bambini, innamorati senza dirselo, e poi mai più incontrati nei successivi vent'anni, ma senza dimenticarsi l'uno dell'altra.

Siamo nel 1984. L'uomo ora fa il professore di matematica e lo scrittore a tempo perso, e si trova ad essere il ghost writer di una ragazzina che fa domande senza punti interrogataivi che ha scritto un enigmatico romanzo, che chissà perché scala tutte le classifiche.

Lei, invece, è una sorta di serial killer di uomini violenti con le donne.

La storia promette bene e potrebbe anche dipanarsi in maniera sensata, da qui in poi.

Invece no. D'un tratto due lune in cielo, omini magici che escono dalla bocca delle persone, superpoteri, realtà parallele.

E alla fine non succede niente. Salvo venire a sapere che addirittura deve uscire un successivo volume a breve, con la continuazione.

Figuriamoci, già ho perso dieci giorni così, che potevo leggermi il catalogo di bottega verde era meglio.

O, al limite, continuare le mie interessanti ricerche su wikipedia (v. post precedente).

Piuttosto che 'ste stronzate giapponesi. E già Murakami m'aveva fregato un'altra volta.

Ora la smetto, che sta facendo scuro, lo vedo da qui.

Ma quella alta nel cielo è la luna? E quell'altra sfera celeste lì accanto?

Sarò anch'io in una dimensione parallela?

O piuttosto si tratta della mia gonorrea dopo la lettura?


venerdì 17 agosto 2012

Non si finisce mai di imparare

Sto aspettando una mail importante, che tarda ad arrivare.
Il bagno è occupato.
Quasi quasi scrivo un post.


Il desiderio di conoscenza è insito nella specie umana.
Altrimenti, per cuocere la carne aspetteremmo ancora il fulmine.
Crederemmo ancora che il sole gira intorno alla terra.
E che l'uomo è disceso dalla scimmia.
Mentre la scienza ha spiegato che è ancora lì, appollaiato su uno scimpanzè.

Il desiderio di conoscenza è insito nella specie umana.
Per tale ragione, io amo wikipedia.
Che qualsiasi dubbio io abbia avuto nella mia vita, me lo chiarisce.
E io so tante cose in più che posso esporre, colo mio eloquio forbito, e facendo finta che è farina del mio sacco, cuando mi capiterebbe di parlare con glialtri.

Non sapevate perché fra il primo e il secondo album di successo degli AC/DC la voce del cantante era un po' diversa? Perchè Bon Scott, il cantante di Highway to Hell, era morto in una macchina, soffocato nel proprio vomito, dopo una notte di bagordi, e avevano dovuto sostituirlo.

Non vi riuscivate a spiegare perché al funerale di Totò molte persone erano incorse in malori, credendo di avere notato fra la folla il comico redivivo? Semplice, si trattava di Osvaldo Natale, alias Dino Valdi, sua misconosciuta controfigura in numerose pellicole.

E che dire delle molte analogie fra la sceneggiatura di "Riusciranno i nostri eroi ..." di Monicelli, e la storia disneiana Topolino e il Pippotarzan, di Romano Scarpa?

Potremmo, poi, dimenticare l'accento sardo di Amedeo Nazzari che causava tanti scompisciamenti fra i figuranti quando doveva recitare il famoso "chi non beve con me péste lo colga"?

E la mascella disarticolata da una pistolettata del povero Robespierre condotto al patibolo con le mandibole sostenute da una garza, per evitare che la parte inferiore, letteralmente, se ne cadesse?

Insomma, altro che Diderot o Pico de Paperis.

Meno male che il bagno s'è liberato, va.

Altrimenti vi parlavo della famosa regina degli ottentotti e della sua vagina lunga un metro.

sabato 11 agosto 2012

Le mie inconfessabili fantasie eretiche

Mi sono innamorato.
Lei è una ragazza molto più giovane di me.
Siciliana di origine svedese, ha appena ventun'anni. Meno della metà dei miei.

Mi sono innamorato.
Lei è una ragazza davvero attraente.
Alta, mora, con le tette grandi. Come tutte le siciliane di origine svedese.

Ci siamo messi insieme quando abbiamo capito che l'uno aveva quel che l'altra cercava.
Lei è attratta dal mio conto in banca. Io dal suo scoperto. Qualunque cosa lei scopra, mi fa impazzire.

Eppure, quando ieri notte per la prima volta siamo andai a letto insieme, ho fallito.
Avevo fantasticato a lungo su come sarebbe stato eccitante. Per me e anche per lei.
In fondo, nonostante la mia età, mi tengo fisicamente in forma.
E poi sono sano. Non ho mai avuto quella malattia venerea, la "lunghezza".

Lei era lì. Vestita solo della sua pelle ambrata da siciliana di origini svedesi.
Mi si offriva come può fare una giovane donna al suo mentore.
Ma io non ce l'ho fatta. Sarà stato lo stress, l'età, l'andropausa, i sensi di colpa?

Non lo so, più che altro dovremmo chiederlo a lui.

A Papa Benedetto XVI che si era piazzato in un angolo della camera da letto.
Faceva capolino dietro all'armadio.
Con quei dentini bianchi scintillanti, le manine grifagne, le pantofole di ermellino vivo.
Ha spento ogni mio ardore. Ha raffreddato ogni ritrovato entusiasmo erotico.
Lui lì, con quegli occhietti da Santa Inquisizione, a ricordarmi che non si fa.
Che non è giusto. Che quella siciliana di origini svedesi rimarrà un pensiero buono solo per il rammarico.
Che nulla di bello mi deve succedere mai. Neppure in sogno.



(P.S. per questo piccolo racconto onirico sono debitore di Leo Ortolani, per avere raccontato in una splendida storia la prima masturbazione di Rat-man, che dimenticava aperta la porta del bagno e veniva sorpreso dal Papa. E di due sms, ai quali, con sofferenza, non ho risposto, ma che mi hanno indotto il sogno della ragazza siciliana di origine svedese).

domenica 5 agosto 2012

the walking dead

E' come quel tizio, il Paolini, che si piazza davanti alle telecamere in ogni occasione.
Quello che lo vedi sullo sfondo, capelli lunghi, occhiali e faccia di cazzo.
Quello che ti chiedi come mai non abbia mai niente di meglio da fare.
Quello che lo prenderesti a calci in culo, perché senza alcuna ragione ti distrae dalle cose serie.
Un tipo così esiste anche per i blog.
Uno che si intrufola nei blog dimenticati, e ogni tanto posta qualcosa, così, tanto per scrivere.
Perché a volte succede che il titolare del blog muoia, ma i lettori non lo sanno.
Allora periodicamente si affacciano, vediamo se c'è scritto qualcosa di nuovo.
Intanto l'autore del blog è già cibo per i vermi.
Tante volte capita, però, che il blog venga aggiornato comunque.
Come? E' il Paolini del blog.
Non so quale sia il suo nome, in realtà.
So solo che si infila chissà come nella gestione di blog un tempo interessanti, divertenti, e ora abbandonati per mille ragioni, si rilegge i vecchi post e prova a farne di nuovi sulla stessa falsariga.
Ma, è ovvio, non ci riesce affatto. E forse non gli interessa nemmeno, essendo il suo scopo soltanto quello di segnare un'altra tacca sul suo carnet di lettori ingannati.
Non scrive cose nuove. Scimmiotta lo stile e gli argomenti dell'autore, e se qualcuno commenta come se il post fosse veramente del titolare, lui se la ride di gusto.
Per esempio, c'era una volta un blog chiamato "il contrario di tutto".
Non c'erano argomenti fissi, ma certuni ricorrevano, tipo aneddoti sulla figlia dell'autore, sul tempo che passa. Poi l'autore morì di fame perché in agosto, uscendo a buttare la spazzatura, un colpo di vento fece chiudere la porta alle sue spalle e le chiavi erano rimaste dentro. Così restò sul pianerottolo per diversi giorni senza che nessuno lo trovasse, e quando finalmente il vicino di casa rientrò dalle vacanze era già cadavere.
Allora il Paolini dei blog si impossessò del contrario di tutto, gli cambiò anche nome (due caramelle di resto) e piattaforma, e si mise a scrivere dei noiosissimi post che se volevano far piangere facevano ridere e viceversa. Così insultò la memoria e la reputazione dell'autore, ma lo tenne in vita, almeno virtualmente.
Gli diede la postuma illusione di esserci ancora, di dare e avere un senso.
Fino a quando - come al Paolini vero - qualcuno gli mollò una pedata nel sedere, perché davvero non se ne poteva più di quello scimmiottare, e lo mandò a quel paese, almeno per un po'.
E l'autore si riprese la scena, almeno fino al prossimo agosto e al prossimo colpo di vento.

P.S. Maledetta differenziata.
Ma da domani sul pianerottolo esco col sacchetto giallo in una mano e nell'altra una scorta di panini.

sabato 28 luglio 2012

L'altalena e lo scivolo

Magari fosse solo lo spread. Che un giorno sale, l'altro scende. Che un giorno siamo sulla via della ripresa, e l'altro sull'orlo del baratro. Magari fosse solo lo spread, perché certe mattine sembra pure di essere fuori dal tunnel. Un'illusione, è vero, ma in fondo non viviamo anche di quelle?

Magari fosse solo lo spread. Invece, a me, ultimamente, arrivano solo brutte notizie.

Succede solo a me?

Non è che prima fossero tutte rose e fiori, ma c'era una sorta di alternanza.

Se ti andava storta una cosa, era lecito attendersi una buona notizia a controbilanciare.

Poi il rapporto è sceso a due a una, a tre, a quattro, e infine, in barba a tutte le leggi statistiche, hanno preso ad andare tutte storte. In perfetta applicazione, però, della legge di Murphy secondo cui se una cosa può andare male, ci andrà.

E, credetemi, non si tratta affatto di depressione, del vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto (peraltro fra le varie cose sto attendendo da un mese l'allaccio dell'acqua al mio studio, quindi il bicchiere è TUTTO vuoto).

No, per niente, nessuna interpretazione pessimistica. Sono semplici dati oggettivi, incontrovertibili.

Se leggi i valori positivi di un'analisi, quelli sono fatti.

Se per un errore del tuo commercialista stai pagando quindicimila euro, quelli sono fatti.

Se si rompe un preservativo mentre sei con l'amante, quelli sono cazzi.

Certo, a meno di dover essere sconsideratamente ottimisti e gioire per essere ancora vivi, o per avere contribuito a ripopolare il continente, o per avere mangiato anche oggi.

Nessuna di quelle cose mi è veramente successa, sono solo esempi.

Anche perché comporterebbero comunque la contemporanea presenza di buone notizie, tipo l'avere un'amante, o quindicimila euro per pagare la sanzione, e dunque smentirebbero la legge statistica di cui sopra.

Mi sono successe, invece, e continuano imperterrite ad accadere, centinaia di piccole cose negative che si addensano, anche inconsapevolmente, nella mia mente, contribuendo ad uno stato di continuo giramento di palle alternato a scazzo, quella voglia di non fare niente tanto se lo fai comunque va a schifo (una sorta di nuova declinazione post moderna del bonum otium virgiliano?).

Chissà. Magari già mentre sto scrivendo il vento sta cambiando.

Magari c'è qualcuno, il mio angelo custode o la BCE, che sta operando per ridurre il mio spread, o almeno per coinvolgerlo in un'altalena certamente più sopportabile di questo scivolo.

Chissà se è il vento che sta cambiando, questa puzza che sento. 

Vedremo. Intanto resto qui, in attesa, come nel deserto dei tartari, a inutile protezione della mia personale fortezza Bastiani. 


domenica 22 luglio 2012

Non è Francesca

Quando hai amato una persona una volta, l'amerai per tutta la vita.
Perché amare è come nuotare, come andare in bicicletta.
Cose che non si dimenticano.

Ho ritrovato in un vecchio cassetto un quaderno di tanti anni fa.
Di quelli che non si usano più, con la copertina nera e i bordi delle pagine colorati carminio.
C'era una poesia che avevo scritto, una poesia d'amore.
Francesca, si chiamava lei, ma forse era un nome di fantasia.
O forse no, che io avevo davvero una compagna di scuola di nome Francesca.
Insomma, a rileggere le frasi intense e ingenuamente passionali, io quella ragazzina l'avevo amata sul serio.
Solo che non riuscivo a ricordare niente di lei.
Né il bel volto diafano incorniciato da capelli corvini, né le labbra così anelate, di cui era unico testimone quel quaderno dei tempi andati. E io, che sono un avvocato, so bene che dei testi non c'è troppo da fidarsi.
Giocherello distratto con le pagine, ormai perso in pensieri altri, e in terza di copertina, accanto alla tavola pitagorica, scorgo un elenco scritto a mano.
Tutti gli alunni di quella classe, una quinta elementare di più di trent'anni fa, a Roma.
Ed anche quel nome. Dove sarai ora, Francesca?
C'è anche un cognome, di cui non avevo alcuna memoria, e oggi, a differenza di una volta, quando per fortuna potevi perderti per sempre, c'è Facebook.

Ho ritrovato Francesca, o quella che il cognome e i pochi ricordi che ho mi fanno pensare che sia lei. Le ho chiesto l'amicizia, lei l'ha accettata.
Ma non ho mandato nessun messaggio, non ho dato alcuna spiegazione, né lei me ne ha chieste.
Magari crede che io sia un amico di un amico. "Persone che potresti conoscere".
Quelle a cui, se ti chiedono l'amicizia, gliela dai (l'amicizia!) senza pensarci troppo.
E, del resto, cosa potevo dirle?
Sei la bambina che ho amato tanto?
Un amore che avevo dimenticato?
Perché gli amori si dimenticano. Non credete ai proverbi, alle frasi fatte.
Io una volta riuscivo a restare a galla, ora affondo come una pietra.
Mia figlia ha imparato ad andare in bici, poi si è bucata una gomma, il tempo di ripararla e non sa più stare in equilibrio e ha le gambette piene di lividi.

Ecco cos'è Francesca, cosa sono gli amori di un tempo. Lividi dell'anima. 
Che se per caso ti trovi a sbatterci, un po' fanno male, e tu lì a pensare per un secondo: ma quando me lo sarò fatto? Poi lasci perdere e ti tuffi di nuovo nella vita del presente.
Nella quale io, appunto, affondo come una pietra.


mercoledì 11 luglio 2012

Summer Update

... che poi c'è pure la vita reale oltre alle caramelle, e allora ecco gli aggiornamenti all'11 luglio, gli eventi salienti di questi primi venti giorni di meravigliosa estatica estate.

Una vecchia di feci che ritiene io le stia usurpando il parcheggio condominiale, mi lascia bigliettini sgrammaticati sotto il tergicristallo. Nell'ultimo minacciava di denungiarmi, e di chiamare i carrabinieri.

Ho sognato un giovane giudice che conosco (donna) che mi dava i numeri, li ho giocati e ho fatto ambo. Cinquanta euro.
Gliel'ho detto il giorno successivo, facendo il figo l'ho ringraziata dichiarandomi disponibile a ricambiare andando nei suoi sogni.
Mi ha risposto stringatamente che non c'è bisogno, che io do i numeri anche da sveglio.

In tutti i rapporti meteo, la temperatura più bassa d'Italia si rileva sempre a Potenza, città interna e montana per eccellenza.
Io non c'ero mai stato, fino ad oggi, dove mi sono recato per lavoro, sfottendo gli altri che invece dovevano rimanere a schiattare nelle nostre zone di mare. 
Quarantadue gradi, temperatura rilevata col termometro nel culo di Minosse che risulta essere proprio di lì, anzi fa il parcheggiatore e mi ha rifilato sei grattini a un euro l'uno e non mi ha fatto neppure parcheggiare all'ombra.

Ho scoperto che trasmettevano in replica Sherlock, una serie nuova che io avevo perso.
La prima puntata era di mercoledì, ma io pensavo fosse martedì, ho acceso la tv lunedì pensando fosse martedì, poi ancora il giorno successivo, il digitale terrestre da installare seicento volte fino a quando ho trovato Mediaset Italia due. Una puntata bellissima, ne è valsa la pena, anche se verso la fine la ricezione era ballerina. Non sono sicuro, perciò, se ho capito bene l'intricata soluzione. Mi pare, però, che il colpevole si chiamasse no signal. 

lunedì 9 luglio 2012

Distrattamente personale

Certe volte penso che mi piacerebbe scrivere la mia autobiografia.
La romanzerei un bel po', come del resto faccio sempre quando parlo di me.
Ma sarebbe inevitabile. Diversamente, a raccontare la nuda verità, la maggior parte delle pagine descriverebbe una persona immersa in una continua "zona del crepuscolo", fatta di giornate tutte uguali, noiose, e di pensieri di inadeguatezza, di horror vacui e di tempo vanamente sprecato.
Stasera ... Potrei cominciare parlando di stasera.
Ma ancora una volta siamo alla fine di un giorno uguale agli altri, nel quale fatico ad intravedere luce.
Solo che sto ascoltando una canzone, una bellissima voce.
E quella canzone e quella voce mi riportano a tanti anni fa, ad un piccolo me di otto anni.
Che ancora non sapevo suonare nessuno strumento, ma cantavo a squarciagola Gloria, mentre il mio cuginetto, testimone di Geova, appena si arrivava alla frase "con te nuda sul divano", correva ad abbassare il volume, temendo un'eccitazione contraria alle Sacre Scritture e la punizione del Dio vendicatore dell'Antico testamento. 
Un piccolo me, costretto a vivere per qualche mese da mia zia nell'estate del '77 in cui mia madre moriva per venti minuti insieme al mio fratello mai nato per una gravidanza extra-uterina. E che - incredibilmente non diventato gay - passavo l'estate a leggere fumetti e fotoromanzi della mia cugina quattordicenne, ad ascoltare le prime radio libere, con le dediche telefoniche "da un Toro ad una Vergine con speranza",  con ancora una volta l'immancabile Tozzi e la sua Ti Amo, a cristallizzare nel mio immaginario la donna che stira cantando e il bambino che tà, sogna cavalli e si gira ...
E l'estate '78 (ché Tozzi faceva un'hit ad ogni estate!), al mare ad Ascea perseguitati dal dan-dabadan dell'ipnotica Tu, la cassetta con la copertina gialla e blu (la mia prima cassetta), mentre ci abbuffavamo di gelati col biscotto e partite a briscola, con quel piccolo me, già presuntuosamente autistico, che contava in microsecondi i punti di tutti, mentre gli altri si arrabbattavano sulle punte delle dita, alluci e talloni ... 
Tozzi ha pubblicato di recente un album di inediti e di vecchi brani riarrangiati, la sua voce è ancora la più bella della musica italiana. Per tutti i ricordi che mi evocano, dovrei essergli grato e correre a comprarlo. Sicuro.
Invece l'ho scaricato da E-mule. Ci ho messo una settimana, sicuro ho speso di più per tenere il pc acceso e collegato in rete tutto 'sto tempo, e in tasca all'Umberto non è andato nulla. 
Ma io sono così, mi nutro di emozioni, ma le scrocco, non le merito e non le ricambio.
Così scrivo, mettendomi a nudo, solo con la speranza che qualcuno mi legga e mi faccia un commento, ma non leggo mai quello che scrivono gli altri, perché mi annoia o perché sono invidioso se mi piace.
Faccio complimenti alle donne pur non credendoci, solo per farle innamorare, mentre amo solo me stesso. 
Poi in uno scatto di verità (ed un èmpito di solitudine) vado su facebook, e vorrei dire davvero quel che sto pensando, ma sarebbero solo parolacce, visto quel che trovo scritto. 
Oppure direi la parola aiuto.
Ma quella, se la dici, e poi non ti aiuta nessuno, ti girano ancora di più. E allora la volta successiva non c'è l'alternativa: solo parolacce ...
Come quel piccolo me, quando si spezzò il nastro di quella cassetta di Tozzi, mentre la riavvolgevo con la penna. E così, quando, dopo trentaquattro anni, l'ho sentita di nuovo, ho pianto, giuro. Come un idiota. Senza ritegno.
Per quel bambino che pensava di dire e sentirsi dire Ti Amo credendoci entrambi.
Che sognava cose importanti, di ottenere Gloria, di trascorrere meravigliose Notti Rosa.
E invece è qui, a quarantatrè anni, da solo, a scrivere pezzi incoerenti della propria squallida autobiografia.
Pensando che il tempo è ormai passato, definitivamente, ma invano. E che di certo si poteva dare di più.




domenica 17 giugno 2012

Psicosi marroncine

Un'ondata di furti nelle abitazioni, in una zona da sempre tranquilla, ha gettato i residenti, me compreso, nel panico, ed ingenerato psicosi.

Io stesso mi ritrovo a nascondere qualche soldo nei cassetti, fra le mutande, in ciò consigliato da un sito ad hoc, dove c'è chi ha inventato le mutande fintamente scoreggiate con striscia marrone per proteggere i contanti dai ladri.

Provo anche a tenere la macchina "buona" in garage fino al cessato allarme, utilizzando per gli spostamenti la vecchia fiat 500 di mio padre, risalente al 1969 (che, comunque, se fossi un ladro, apprezzerei, e per la quale, se mi venisse rubata, credo soffrirei  molto di più, dal punto di vista affettivo, che se mi fregassero l'Audi. Ma che ci vuoi fare, tutto si fa ormai in base al valore economico, al diavolo gli affetti!).

Sto ragionando anche sul tenere una pistola sotto il cuscino, ma è già abbastanza pistola quello che sta con la testa sopra il cuscino, quindi ...

Così, ormai, dopo che sono state saccheggiate ripetutamente le villette nei dintorni, previa narcotizzazione dei proprietari, ci si addormenta col terrore di persone che ti entrino in casa, e ci si sveglia col terrore di trovarla a soqquadro.

In realtà, con un po' di senso pratico, a ragionarci bene avrei tutto da guadagnare con una dose di cloroformio, una buona dormita - che mi manca da mesi se non da anni - sarebbe priceless.

E quanto al saccheggio, sono già abituato a quello che si prova, a quel senso di vuoto.

Quando rientrando a casa a ora di pranzo - la mia famiglia è al mare - apro fiducioso il frigorifero, e campeggia fiera della propria unicità la solita foglia stantia di lattuga, per cui sconsolato ripiego sulla consueta pizza pret a porter consumata da solo sul divano dinanzi a una partita in cui la mia squadra perde (o pareggia, senza qualificarsi...).

Quasi quasi stanotte non mi corico neppure, rimango sveglio in cucina, e quando arrivano i ladri ci facciamo un bello spaghetto. E allora, grato, alla faccia della psicosi, gli faccio pure vedere che cos'ho nelle mutande.



domenica 27 maggio 2012

Senz'arte né party

Se sapessi scaricare le foto dal mio telefonino, lo vedreste.
Quel che avrei potuto essere.
Quel che, in fondo, avrei voluto essere.

Il testo di una mia canzone di tanti anni orsono, Questo Paradiso, faceva pressappoco così:

"Potessi abitare in un posto migliore
non farei tante storie, 
non scriverei canzoni, non mi farei illusioni,
forse non mi chiamerei neanche così".

Non sembri irriverente scomodare paragoni illustri.
Anch'io, nel mio loco natìo, per molti versi, mi son sempre sentito romìto e strano.
Ritornatovi quasi adolescente, dopo l'infanzia trascorsa nella capitale (era la fine degli anni '70), mi son ritrovato d'improvviso catapultato in una piccola realtà (quella che, in parte, ho raccontato nel mio romanzo Una pietra sopra) nella quale, pur alla fine inseritomi, mi sono sempre intimamente sentito estraneo, diverso. E tale, ne sono consapevole, mi hanno considerato e continuano a fare molti dei miei concittadini.

Ma, in fondo, le mie passioni non erano diverse da quelle dei miei coetanei di allora.
Solo che - complice la differente cultura (detto in senso rispettoso per entrambi) - le abbiamo sempre declinate in maniera confliggente, se non addirittura opposta.

Amavo lo sport come loro. Solo che a me piaceva il tennis, parecchio anche il golf, a tutti gli altri il calcio. Dunque loro giocavano insieme, ed io seguivo da solo le telecronache di Gianni Clerici o di Mario Camicia.

Ero innamorato anch'io dei motori. Le macchine d'epoca, le straordinarie Lancia che vedevo ancora circolare, ben curate, in certi quartieri di Roma, mentre qui la macchina che più vi si avvicinava era il vecchio torpedone che ci portava a scuola. 
Ai miei amici del paese piacevano le Uno Turbo e le moto da cross, e si sfidavano in interminabili corse contro la morte, che però li facevano sentire vivi

E la musica, un'attrazione ancestrale per tutti. 
Per me, i Supertramp, o i Genesis di Peter Gabriel. 
Per loro Gigione e le tette della campagnola. Vuoi mettere?

La solitudine è stata la mia compagnia.
E spesso, nella compagnia, mi sono sentito e mi sento ancora più solo.

Oggi sono un uomo di quarantatre anni, che passa molte serate a casa, a suonare al pianoforte le proprie canzoni tristi. 
Nella mia Audi, a velocità di crociera, ascolto in questi giorni un CD di Paul Weller.

E proprio ieri, guidando nel traffico i cui rumori mi giungevano ovattati perché filtrati dalla voce blues dell'ex leader degli Style Council, d'improvviso mi sono incontrato.

Ho incontrato Giovanni Laurito diamante grezzo, senza orpelli e sovrastrutture.
Orgoglioso delle sue passioni e deciso a coltivarle in pieno.

Il rombo del motore ha spezzato l'incanto flebile della chitarra jazz di Moon on your pijamas.

Ho visto nello specchietto questo malato mentale che, a bordo di una moto da enduro, sorpassava, impennando, le auto in fila al semaforo. Quando mi ha affiancato, l'urlo della marmitta, sicuramente truccata, ha fatto tremare i vetri austeri della mia auto.

L'ho guardato, avrà avuto la mia età. Non il mio sguardo, ché il suo era fiero e determinato.
Non i miei residui capelli, corti, ingrigiti e timidi, ma una lunga coda di cavallo fresca di tinta e forse non di shampoo.

Mi ha superato di slancio, ancora una volta a pinna sulla ruota posteriore.
Dietro la sua schiena, mi è sembrato a prima vista, uno zaino.
Il traffico lo rallenta, osservo meglio. E' un organetto.
Poi schizza via, non troppo veloce, però, da impedirmi di scattargli una foto ammirata col mio cellulare. Peccato non la sappia scaricare. 
Avreste visto quel Giovanni Laurito, nato qui, ben inserito, che non passa le serate da solo a comporre e cantare al pianoforte sciocche canzoni dai testi complicati e pessimisti.
L'immagine vi avrebbe rimandato quel Glaurito che passa le serate in compagnia, a bere vino e a ballare la tarantella. E che non ha bisogno di sognare un posto migliore, perché ce l'ha già.

sabato 12 maggio 2012

Aspetta e spara

Certo, potevo pensarci prima.
Ma mi scappava un post, e quando senti lo stimolo non puoi farci niente, se non metterti a scrivere.
Che è una vita che aspetto, e spero sempre che non succeda.
Che non fa niente se quel che aspetto sia bello o brutto.
Voglio sempre che non succeda.
Perché come diceva quel tizio che dai migliori salotti di Londra, ammirato ed idolatrato, finì a spaccare pietre nel carcere di Reading, "quest'ansia è insopportabile, speriamo che duri".
Che finita la causa non voglio sapere se ho vinto, perché magari ho perso.
E intanto è bello pensare di aver vinto.
Che le analisi attendano. E attenda pure questo dolore, con cui ho imparato a convivere.
E magari non è niente.
Che Scritture Scriteriate si tengano quei 75 euro e non mi dicano mai che il mio romanzo è una ciofeca.
Io nel frattempo leggo il loro messaggio che è un capolavoro e me lo pubblicheranno presto.
E il test di gravidanza non occorre.
Sto già cullando il mio bambino. E non piange affatto, non come quella vera.
Tutti i miei concerti rimangano deserti,
non è il caso di specchiare la propria autostima nel consenso degli altri.
Che poi apri gli occhi, e prima di capire come sia accaduto che sei solo,
stai già volando dalla torre più alta, 
dietro di te solo un biglietto di inutili scuse.
Avrei da dire mille altre cose, ma dovevo pensarci prima.
Prima di iniziare, dovevo accorgermi che la batteria del pc era quasi esaurita.
Ma chissà se non è stato meglio così, interrompermi sul più bello.
Mica è detto che sarebbe andata come mi attendevo.
Magari facevo cilecca per l'ennesima volta.
Invece il mio orgasmo è, da sempre, parafrasare Beckett.
Aspettando, godo.



domenica 6 maggio 2012

Le smorfie nelle foto

Smòrfia: "atto svenevole, lezioso" (1619, Buonarroti il Giovane); "contrazione del viso, tale da alterarne il normale aspetto" (1598, Florio). Dall'antica forma verbale morfia "bocca", di origine incerta.

Alzi la mano chi non ha mai fatto una smorfia in una foto. 
Il fenomeno, una volta circoscritto agli album di famiglia e ai diari delle liceali, oggi, con l'avvento di internet, e, soprattutto, dei social network, ha assunto dimensioni globali.
Sono pochi i profili internet su facebook che non ospitano l'ormai classica foto con le labbra a cuoricino, o con un dito davanti alla bocca, o con gli occhi sgranati, le mani a palme aperte sulle guance e la bocca spalancata a perpetuare il silenzioso urlo di Munch (per inciso, proprio nei giorni scorsi battuto all'asta per una somma record, quindi ...).
Come per tutti gli argomenti talmente superficiali da diventare sostanziali e universali (proprio perché chiunque può dire la sua, persino io), la rete ospita addirittura dei contest per la smorfia migliore, come pure, di converso,  gruppi di coloro che "odiano" le foto con le smorfie, con ampie discussioni sui forum.
Il fenomeno, a differenza di quanto potrebbe apparire, non è limitato ai cosiddetti "bimbiminkia" o "bimbeminkia" (definiti da fonte autorevole come "una delle piaghe che affliggono l'umanità, e negli ultimi anni è sempre più comune sul web"), ma è assolutamente trasversale rispetto al sesso, all'età ed alle condizioni sociali.
Ciascuno può pescare, fra i propri ricordi familiari, immagini di persone insospettabili (il bisnonno medaglia d'oro della prima guerra mondiale che digrigna i denti, il preside durante la gita di fine anno che finge di scaccolarsi (finge?), la bidella che soffia un bacio all'applicato di segreteria gay) colte in quell'atteggiamento.
Ed è nell'iconografia globale la famosa smorfia di Einstein, non meno nota della linguaccia del calciatore Del Piero che così festeggia i propri gol.
Quali sono le ragioni? Tanto negli animali come presso l'uomo le situazioni di fame, sete, appetito sessuale, gioia, dolore, si esprimono con delle reazioni esterne, le sole attraverso le quali una vita sociale si rende possibile. Nei rapporti fra individui, l'atteggiamento conoscitivo dell'uno è agevolato dall'espressione dell'altro, espressione che si estrinseca soprattutto con la mimica. comunemente intesa come quella del volto e del gesto.
Poiché il linguaggio è nato dalla mimica (ed anche la scrittura, basti pensare alla "O"), l'espressione vocalica è stata da prima accompagnata dal gesto, ed è quella la situazione pre-verbale delle immagini fotografiche, dove il messaggio è esclusivamente gestuale (salvo tenere in mano un cartello con una frase, tipo ostaggio sequestrato o mendicante straniero , ma non divaghiamo):
Anche fra gli animali è possibile riscontrare qualcosa di simile, con una preponderanza naturale del grido sul gesto, specialmente di notte, quando cioè il gesto, non visibile, diventa inefficace. Questo postulato fa scaturire en passant delle riflessioni darwiniane sul grado evolutivo dei giovinastri urlanti che stazionano in ore notturne sotto le mie finestre.
In psicologia si tende a distinguere le smorfie in due macrocategorie. Quelle che riflettono un atteggiamento distorto del superego (es. Berlusconi che fa le corna), e quelle che tendono a mascherare un'intima convinzione di inadeguatezza. Quest'ultima non è necessariamente di carattere estetico (mi vergogno dei miei capelli crespi o scombinati e faccio una smorfia simulando che tutto l'insieme sia volutamente deformato), ma anche legata al contesto (mi sento fuori posto in quella festa di ragazzine e facendo una smorfia derubrico la mia presenza come involontaria o inevitabile e, dunque, non censurabile)...

sabato 28 aprile 2012

Futuro interiore

Sul sito Flutrackers è segnato l'andamento dell'epidemia influenzale di ogni anno.
Oggi riporta che da questa settimana si è raggiunto il livello base, cioè quello preepidemia, con il numero più basso di ammalati di tutto l'anno. In questa elìte sono ricompreso, ovviamente, io.
Io, che non pago di ben quarantasei giorni di febbre a cavallo tra il 2011 e il 2012 (appunto, febbre da cavallo), sono di nuovo sulla breccia da una settimana, specialmente durante le feste o nei weekend, novello John (Laurito) Travolta.
Così, questa notte, nella quale speravo di avere finalmente debellato il virus, la temperatura ha ripreso a salire (forse facendo pendant con quella meteorologica, improvvisamente passata da 8° a 28° in 48 ore).
Dunque, la mia notte è stata popolata di numerosissimi sogni strampalati da delirio febbrile, o veri e propri incubi. Ho vissuto addirittura l'inizio della terza guerra mondiale - lo sapevate? - che sarà combattuta contro i marziani. Invece, nei momenti di veglia, ho riflettuto sui massimi sistemi, le domande universali, ho perso e ritrovato la fede più volte (quella che mi era caduta nel lavandino dell'ateismo, e poi recuperata a furia di "invocazioni" a varii santi). Sono poi passato dall'universale al particolare, ho considerato la mia vita, le scarne prospettive, il magnifico futuro dietro le spalle (zona lombare), ed ho iniziato a sudare, e credo che qui la febbre c'entrasse davvero poco.
Ho considerato con stupore il gran numero di formazioni sociali dalle quali mi sono escluso litigando (spesso) e sono stato escluso dopo aver litigato (anche questo è successo) o neppure invitato ad entrare e dunque litigato per questo. Un ampio ventaglio che va dalla politica alla palestra al catechismo ed al rock 'n' roll. Ho riletto più volte la "scheda di valutazione" di un mio romanzo scritta dall'agente letterario cui mi sono rivolto, e che parla di "vero e proprio capolavoro". L'attendo, nella realtà, entro un paio di settimane. Ma spero che questo tempo si allunghi, altrimenti nemmeno quello potrò immaginare, di buono, durante le notti insonni. In tutto questo mi rivoltavo nel letto continuamente e non stavo mai fermo nello stesso posto (la fase ROM, la chiamai una volta), provocando ovvi risentimenti da parte di chi mi sta accanto, ma credo da parte anche dei vicini, nonché di mia figlia nell'altra stanza: "papà, stanotte ronfavi così forte che non potevo dormire!". Chissà, forse i marziani saranno scappati proprio per questo.

P.S. Questo post non vale proprio nulla, sembra scritto da una persona con la febbre ed arrabbiata che ha un sacco di lavoro arretrato ed invece è costretta in casa ancora chissà per quanto, visti i precedenti.
E' un post non all'altezza di quelli passati. Come la mia vita.

P.S. II Meno male che questo è un blog che non legge nessuno, altrimenti arriverebbero a casa i servizi sociali. Chissà, poi, se sarebbe un male, almeno gli potrei raccontare quel che ho sognato, scambiare due chiacchiere sulla mia febbre e sulla mia vita. E così sarebbero loro ad avere bisogno dei servizi sociali.

P.S. III Rileggo e mi affanno a rendere questo scritto un po' più brillante. Ma non ci riesco, ci vorrebbe almeno una chiosa ad effetto, che so?, un bel gioco di parole, una citazione colta, un colpo di genio dei miei. Ma è che mi rende anche difficile scrivere col termometro sotto l'ascella. Proverò a sondare con quello rettale. All'esito esaminerò il risultato come gli antichi aruspici e conoscerò il responso: il mio futuro interiore.