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martedì 2 ottobre 2018

L'ho scritto per te.


“L’ho scritto per te”, le disse, mentre le porgeva un foglio ripiegato in quattro.
Lei sembrò imbarazzata, “cos’è?”, gli chiese mentre tendeva entrambe le mani, come se quel sottile velo di cellulosa dovesse pesare ben più di un paio di grammi. Eppure era così che lo sentiva.
“E’ un breve racconto, mi piacerebbe lo leggessi, mi dicessi che ne pensi”.
“Ah, ma lo sai che io ho un problema con le cose scritte per me”, si schermì lei, guardandolo con occhi timidi. Aveva una curiosa macchia nera in entrambe le iridi color del miele, lui si concentrò su quella, e non rispose.
Quando tornò a casa dopo il lavoro era stanchissima. Poggiò il telefono e l’agenda accanto al comodino, si tolse i vestiti e le scarpe in pochi movimenti e scappò a farsi una doccia. Dopo essersi sciacquata rimase ancora a lungo sotto il getto di acqua calda, fissando il disegno di una piastrella. In realtà non pensava a nulla, godeva semplicemente di quel tepore come di una tregua.
Tornata in camera, indossò una sottoveste leggera e si guardò allo specchio. Fece qualche moina ondeggiando con le mani sui fianchi, poi piegata in avanti con i palmi sulle ginocchia, e le labbra a cuore. La sfiorò l’idea di farsi un selfie, poi si disse che era un po’ cretina ad averci pensato, e come si trovava si lasciò cadere di schiena sul letto.
“Stasera non mi va neppure di cenare”, considerò sporgendosi verso il comodino per accendere l’abat jour. Gli occhi le andarono all’agenda, dalla quale sporgeva un foglio ripiegato. “Il racconto! Come ha detto? Che lo ha scritto per me… Che matto!” Sorrideva. “Dovrei leggerlo sul serio, perché poi vorrà sapere. Ma lo sa che io faccio solo quello che mi va, così diventa un compito! E se magari c’è scritto, che so, ti amo perdutamente?”
Supina, alzò le braccia nel cono di luce della lampada, creando con le mani ombre cinesi sulla parete. Era un cane, quello? No, forse un coniglio, anche se le orecchie sembrano corna. Rise. Non gliene fregava nulla di quel racconto, eppure ora doveva leggerlo. Anche un’altra volta lui le aveva fatto leggere qualcosa, le era piaciuto, ma quel racconto non parlava di lei, ora invece aveva fatto quella premessa, l’ho scritto per te, e lei, dapprima spaventata, ora ci era cascata dentro, alla curiosità.
Ma non le piaceva affatto fare ciò che gli altri si aspettavano facesse. Trovò un compromesso. Decise di darci un’occhiata veloce, di leggere solo una frase. Sfilò il foglio dall’agenda, lo lanciò in aria e attese che le cadesse sulla faccia. Dopo due o tre tentativi, le si posò sul viso grazioso come una farfalla su un fiore. Guardò verso la metà del foglio. Ti amo perdutamente. C’era scritto davvero! Addirittura in grassetto. Fece due buchi con le dita all’altezza degli occhi, e indossò il foglio come una maschera. Poi lo appallottolò , tentò di fare canestro nel cestino, non ci riuscì. Fece una boccaccia allo specchio e spense la luce. 
“Mi ama perdutamente. Che matto che è”. 

8 commenti:

  1. delizioso.
    io lo sostengo da sempre, mai essere troppo espliciti in quello che si scrive.
    massimolegnani

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    1. E soprattutto mai esplicitare "per chi" si scrive!
      (grazie per il passaggio) :)

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Forse è quel "sembrò imbarazzata" che svia e porta a tifare con una certa dose di fiducia per quello scrittore che ripone su carta e penna tutte le proprie ambizioni e speranze amorose.
    Certo bisogna essere matti, ma quel finale che dovrebbe aprire spiragli - e forse li apre pure ("matto ad innamorarsi di me o matto perché pensa possa amarlo?) - sembra non lasciare speranze, o forse sono io che giudico male la signorina delle ombre cinesi che pensava che due grammi di cellulosa potessero pesare come un romanzo della Ferrante, pur contenendone più contenuto? ;)

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  4. Cosa c’è dietro un racconto.
    L’idea di poter conoscere così bene una donna da riuscire a mettere in anticipo per iscritto tutte le sue reazioni.
    E stupirla così.
    Ti amo perdutamente, senza mai essere pronunciato sul serio, diventa l’inciso di un racconto che la protagonista vive senza accorgersi di essere un personaggio del racconto stesso.
    Un esercizio di stile e, insieme, il sogno di ogni scrittore di rendere vivo quel che si scrive. Il finale è aperto perché anche lo scrittore a un certo punto, quel che accadrà, preferisce provare a viverlo senza che sia già scritto.
    Grazie per la accurata disamina. In fondo lo avevo scritto per te.

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  5. Bellissimo se consegnato davvero alla persona desiderata, anche se ad altissimo rischio che il vedersi così disegnata (e denudata quasi), partorisca reazioni controproducenti. Certo che sei il tipo. Che rischia intendo. E qualche volta porta a casa il piatto (famoso gioco d'azzardissimo) ;)

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