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sabato 28 settembre 2019

A matita

[...] Il regalo era un libro.
Lei lo sfogliò, si aspettava una dedica che non c’era, glielo disse.
“Non volevo scriverci sopra, so che ci tieni ad avere volumi immacolati!”, si giustificò lui.
“Facciamo così, allora, usa la matita, che nel caso cancello”, sorrise lei ironica, porgendogli il libro e un lapis.
Ci pensò sopra un attimo, iniziò a scrivere incerto, poi più deciso. Le restituì il libro, sulla terza pagina erano vergate quattro righe.

Il pensiero a matita
vide cadere una stella
nel cielo blu inchiostro
e desideró essere incancellabile.

Lo lesse, e un lieve rossore le carezzò le guance.
“A questo punto, se fosse un film, una sceneggiatura perfetta prevederebbe un bacio”, scherzò lui, magari non troppo, e aggiunse: “anzi, una sceneggiatura perfetta prevederebbe che lui le dicesse che se fosse un film, una sceneggiatura perfetta prevederebbe un bacio!”
Lei rispose che non era così. Che le storie migliori non sono prevedibili.
 “La sceneggiatura è ancora da migliorare, riscrivi il finale”, gli disse.
Lui, senza replicare, la baciò.
“A me va bene così, ma l’ho scritto a matita, cancellalo tu, se vuoi”.




(Nella foto, installazione dalla mostra Bulgari a Roma, Castel Sant’Angelo)

sabato 14 settembre 2019

Il sette e mezzo



Il tavolino rotondo davanti al bar è troppo piccolo per quanti siamo a giocare, quella domenica mattina di luglio in piazza.
Pietro distribuisce le carte con gesti rapidi, a volte s’incollano sulla fòrmica arancione, bagnata dai bicchieri di fanta e coca cola.
Giochiamo a soldi o a caramelle?, chiede uno, e riceve uno scozzettone dal vicino. Abbiamo quattordici anni, si gioca a soldi, pivello.
Il primo a destra vede la carta e dice tiro cinquanta. Butta le cinquanta lire sul tavolo. Pietro gli dà la carta, scoperta. Un sette. Lui infastidito gira la sua, era un asso. Ha superato sette e mezzo e ha sballato. Pietro intasca la moneta.
Continua con il secondo, mentre da sotto l’arco passa una ragazza che va in chiesa.
E’ quella che mi piace. Quella che ogni volta vorrei fermare, e non ho mai il coraggio. Ha un vestitino a fiori, così mi pare. O forse solo perché quando la vedo mi sento un po’ poeta, e fiori fa rima con cuori.
Walter butta un fischio. Lei arrossisce, accelera il passo.
Mi passa davanti. Forse mi guarda, forse semplicemente m’illudo che sia così. Intanto m’incanto ad osservare le sue gambe affusolate, veloci.
Che fai, domanda Pietro.
E che ne so, penso, mi alzo e la seguo?
Lei sale i gradini della chiesa agile come se stesse ballando una rumba.
Mi sembra di sentirne persino il ritmo, ma dev’essere solo il mio cuore.
Troppa coca cola.
Che fai, domanda Pietro a voce più alta.
Parla delle carte.
Tiri un’altra carta o stai bene?
Ho un quattro. La peggiore.
Quella che se stai, facile che ti superino.
E se tiri, nove su dieci superi sette e mezzo e sballi.
In una goccia di Fanta una mosca si strofina felice le zampine anteriori.
Decido di stare.
Lui gira la sua, ha un cinque. Si prende le mie cinquanta lire.
Passano altre ragazze, Walter prende in giro tutte, e loro arrossiscono.
Lui ci sa fare.
Le carte continuano a girare, il sole arriva allo zenit, le ombre svaniscono.
Tocca di nuovo a me.
La messa è finita, la gente sciama verso le proprie case.
Anche quella ragazza.
Ha una borsa di tela bianca. Mentre scende di nuovo agile le scale, le rimbalza sui fianchi come una pallina magica. Mi sembra di sentirla da qui.
O forse è di nuovo il mio cuore, che rimbalza nel petto.
Troppe coppe del nonno.
Che fai, domanda Pietro.
La fermo, stavolta la fermo e ci parlo.
Si è alzato un filo di vento, e mentre lei avanza il suo profumo la precede.
Sa un po’ di pesca. O forse d’albicocca.
Sa d’estate.
Che fai, domanda Pietro a voce più alta.
Guardo la mia carta.
Ancora una volta un quattro.
Lui mi dice di sbrigarmi a decidere cosa fare.
Che ne so, gli rispondo, dovrei poter vedere il futuro.
Lei è seduta accanto a me, sul balcone, con un vestitino a fiori.
Forse non sono fiori.
Forse mi sembra così solo perché il vento mi porta il suo profumo.
E fiori fa rima con cuori.