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lunedì 17 marzo 2014

Nella buona e nella cattiva morte


Per primi se ne accorsero negli ospedali. Dopo quindici giorni che non moriva più nessuno, mentre la media quotidiana fino ad allora era di diversi pazienti deceduti, sorsero i primi sospetti. Perché non è che i degenti migliorassero, anzi le situazioni ormai senza speranza si erano moltiplicate tanto che non c'era neppure più posto nei reparti di terapia intensiva e i malati terminali venivano riportati nelle corsie in attesa del trapasso. Che però dall'inizio di marzo non avveniva più per nessuno. 
Non ci vedeva chiaro neppure la polizia. Dopo impressionanti incidenti stradali dalle lamiere contorte venivano estratte persone a brandelli, in fin di vita. Ma, appunto, in vita, quando la dinamica del sinistro, la violenza degli impatti, avrebbero fatto presagire la conseguenza purtroppo più logica.
Il tempo passava, i casi di "vite sospette" si moltiplicavano e la notizia divenne di dominio pubblico. Alla prima comprensibile euforia si sostituì però, mese dopo mese, un'amara consapevolezza. Era vero, per una qualche ragione non si moriva più. Però non si smetteva di soffrire. E più il male progrediva più il dolore aumentava. I casi di guarigione furono davvero minimi, mentre cresceva giorno dopo giorno la schiera di coloro che se erano ancora vivi era soltanto perché i tempi chissà perché erano cambiati, ma di fatto non erano molto diversi dai morti, salvo che per la circostanza che rimanevano ancora flebili segnali vitali. 

Due anni dopo, i costi sociali erano divenuti insostenibili, sia per lo Stato che per le famiglie.
Quasi in ogni casa vi erano una o più persone diversamente vive, cioè che in normali condizioni sarebbero già decedute. Negli ospedali si decise anche di staccare i macchinari per la maggior parte dei pazienti e solo quelli le cui famiglie erano particolarmente agiate potevano permettersi di mantenerli ancora alimentati artificialmente. Perché è vero che pure se veniva "tolta la spina" il malato non moriva lo stesso, tuttavia le sofferenze si moltiplicavano e pure gli antidolorifici erano diventati merce rara e solo al mercato nero, a costi elevatissimi, ci si poteva procurare dosi di morfina per provare ad alleviare ancora, per quanto possibile, lo strazio degli infermi. 

La chiesa si adoperò per quanto fu possibile, ma ad un certo punto fu evidente anche a loro che miracoli non se ne potevano fare. Fin quando fu chiaro anche alle autorità - a molte persone di buon senso era stato chiaro fin da subito - che era meglio consentire di mettere fine a questo strazio nell'unico modo possibile. Ma chi ci aveva provato, mosso da compassione per i propri cari, era stato addirittura processato per omicidio, quindi si attuava il classico ipocrita principio del "si fa ma non si dice", col corollario che porre fine alle sofferenze indicibili di un essere umano piuttosto che apparire appunto un grande gesto di umanità, veniva ufficialmente vissuto come un crimine.

 Ma l'opinione pubblica ormai unanime ebbe un ruolo fondamentale nel convincere anche i governanti dell'ineluttabilità della scelta e, quindi, finalmente, si ebbe anche in Italia una legge  per consentire l'eutanasia e di colpo questo incredibile fenomeno, così come era iniziato, cessò. E così almeno in questo racconto si tornò a vivere e morire come era giusto, secondo quanto era scritto nel destino di ciascuno, senza inutili accanimenti, ipocrisie e pregiudizi.

3 commenti:

  1. naturalmente so di cosa parli. ovviamente ho una mia idea abbastanza precisa in merito. sicuramente le migliorate conoscenze mediche e le peggiorate condizioni morali non aiutano ad accettare la morte come naturale conseguenza della vita...
    eppure ho a tratti la sensazione che mi sfugga parte del senso di questa interessante e dolente "parabola"... mah
    stai bene. m.

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  2. Premetto che il racconto nasceva da un'idea completamente diversa, poi nello svilupparlo qualcosa mi ha condotto da tutt'altra parte.
    Le sofferenze di chi non riusciva più a morire nel racconto sono quelle di chi davvero non può farlo a causa di un vuoto legislativo. In entrambi i piani di realtà, una legge ad hoc allevierebbe la situazione. Forse (di certo) non l'ho saputo raccontare con chiarezza ma, capirai, è una storia che si nutre di dolore ed è difficile essere lucidi quando se ne parla...
    Stai bene, M.

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  3. Se l'uomo fosse in grado di stare moralmente ed eticamente al passo della tecnica che lo sovrasta, non avremmo necessità di porci tali dilemmi; ma siamo lenti, mentre la tecnica è potente e va veloce. Dovremo crescere in fretta per ovviare alle nostre piccolezze, ammesso che riusciamo a farlo. Nel frattempo continuiamo a sfuggire a responsabilità e a decisioni fondamentali, allungando in maniera inutile e gratuita una sofferenza evitabile. Accettare la Morte come parte della Vita è il primo passo che l'uomo dovrà compiere per evolvere in una direzione "sana". Ed è strano che proprio le religioni che, teoricamente, hanno il compito di "accompagnare" i vivi serenamente verso la "fine", si accaniscano a inculcare un senso di colpa privo di senso.
    SAM

    SAM

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