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lunedì 15 settembre 2014

Confidate nelle imitazioni

Il camaleonte, dalla sua foglia, guarda contemporaneamente me e la libellula. Magie della visione stereoscopica. Uno schiocco di lingua è sufficiente per capire che mi ha dimenticato, la scelta del piacere immediato e sicuro è preferibile rispetto alla curiosità momentanea per un essere così diverso da sé.
Lo osservo mentre consuma il pasto. Una bocca con le ali. Altro che Eros e i suoi cuori che volavano via. Ora sono solo le nostre parole ad essere alate. Il camaleonte sta declamando che è la sua natura, la libellula ha concluso il percorso per consentire a lui di proseguire il suo.
Verde, come la foglia su cui è posato. Al verde, in questi tempi di crisi, siamo tutti. Se si posasse sul mio portafogli sarebbe ancora più smeraldino. Eppure continuiamo a fingere un tenore di vita che non potremmo permetterci, usando anche noi la mimesi. La biologia e la nostra capacità di adattamento ci hanno insegnato la strada. Scrivo e mi fingo scrittore e poeta per essere accettato dagli scrittori e dai poeti, finti per definizione: chi parla mai in versi nella vita reale? Solo gli animali usano i versi. E quale sarà quello del camaleonte? "Color colore, fuggo al dolore, diverso mi fingo e altrove mi spingo".
Le finzioni, le imitazioni, il pretendere di essere altro ("pretend to be"), per ridere, per far ridere, per spiazzare. Mi riescono male le imitazioni, faccio Berlusconi, ma lì son buoni tutti. Ma chi altro? Nessuno, credo. Così provo ad imitare le voci che nessuno ha mai sentito, Napoleone mi viene identico, conciono tal e quale a Cicerone. Il principe dell'oratoria. Parole piene di vuoto, parole che fingono di essere alte e sono solo altre, vane emissioni sonore delle corde vocali con la gabbia toracica a fare da cassa armonica, dammi un la per accordarci sulla stessa tonalità. Ma tu, invece, ti fai più in là, come il camaleonte cambi ancora colore per non avere più il mio. Ma qual era, poi? Un arcobaleno, metti il camaleonte su un arcobaleno e non sbaglierai. Io, come lui, per te ho tutti i colori senza esserli davvero. E continuo a scrivere, cercando di essere me stesso senza riuscirci mai davvero, parlo e sto zitto come un muto, sto zitto e parlo come un mimo, come Marcel Marceau, il più famoso che, estremo paradosso, ha scritto meravigliosi aforismi, ci ha insegnato che è bene tacere ogni tanto, parlare solo se si ha davvero qualcosa da dire; il suo incontro con Mel Brooks, l'unica parola "Non", "No"; un mimo parlante, l'ossimoro stridente che richiama quello del camaleonte, il fenomeno cangiante.
L'ho lanciato in aria, ed è diventato trasparente, invisibile, volevo riprenderlo ma era svanito, non l'ho più trovato, come te, come le nostre promesse che sono finite come tutte le parole degli amanti nell'acqua e nel vento. Oportet. E' così che va, così che bisogna fare. 
Ma io non mi arrendo, e continuo a scrivere. Perché una storia non è mai finita per sempre, c'è sempre un seguito e io lo inseguo. Il camaleonte non è davvero scomparso, sta semplicemente amando. E solo chi ha fantasia in supremo grado potrà immaginare e saper descrivere il colore di un camaleonte abbracciato ad un altro camaleonte.

1 commento:

  1. verissimo...
    tu, pur non citando un colore, ne hai dato però la visione e questa non è solo fantasia, quanto poesia.

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