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venerdì 5 febbraio 2016

Il giorno che diventammo una foto in bianco e nero

"...Quando vaghe di lusinghe innanzi a me non danzeran l'ore future..."
(da "I sepolcri" di U. Foscolo)
La morte. Ecco il tema di oggi, ragazzi miei.
Quel contagio dal quale nessuno di noi è immune, la méta che da sempre attrae ed inquieta, la consapevolezza, propria dell'uomo, della sua caducità.
La puoi provare ad esorcizzare con la religione, con la filosofia, con l'eutanasia.
O con una fotografia.
Vivo in un paesino di mille abitanti, e altre mille anime di quello stesso paese ho conosciuto nei decenni trascorsi della mia vita, persone con cui ho diviso una carezza, un tratto di strada, una partita a carte o a pallone, magari solo un saluto, un sorriso o un semplice buonasera. E che non ci sono più.
Su una pagina creata di recente su facebook sono state pubblicate centinaia di fotografie dei tempi andati, scolaresche, processioni, feste. In quelle sbiadite immagini ho rivisto persone indimenticabili eppure dimenticate. Volti che hanno accompagnato la mia infanzia, di ognuna di esse si ricordano aneddoti, soprannomi, virtù e, perché no, vizi, ché il nostro è un paesino, l'altra medaglia del conoscersi tutti è sapere i fatti di tutti, come in un'eterna telenovela.
Eppure, dopo un primo accenno di malinconia, quelle fotografie non mi hanno messo tristezza, anzi. Quella stessa piazza dove si affollavano centinaia di persone per un evento, esiste ancora. Le persone sono altre, è vero, ma spesso nei loro occhi, nei tratti somatici di famiglia (la pétena, nel nostro dialetto) si scorge a chi "appartengono", come pure in quelle antiche foto rimani stupito, quasi spiazzato tanto da pensare ad un fotomontaggio. Sembrano persone attuali e poi guardi meglio e ti accorgi che sono i loro padri, i nonni alla stessa età degli uomini e donne di ora.
Insomma, ci si sente in compagnia anche fra estranei, capisci, o almeno ti sembra di intuire il vero significato dell'eterno ritorno, una mescolanza di geni che si ricompone in nuove forme, come in un puzzle, e ciononostante trova sempre un'unità, una compiutezza della quale anche chi non c'è più continua a fare parte e ti rende più accettabile anche il pensiero del trapasso. Che non a caso un sinonimo di fotografare è immortalare...
Di converso, penso a volte a quanto possa essere spersonalizzante la vita in una grande città. Non è un elogio alla provincia, però quando io imbocco la via del centro storico che porta a casa mia - ne ho scritto tempo fa proprio su questo blog - oltre a salutare, riconoscendola, ogni persona che incontro, posso ricordare ad ogni porta chi ci viveva e chi ci vive ora, anche se la percorro da solo alla fioca luce di un lampione, è illuminata dal ricordo di tanti volti e facce a me noti se non proprio cari. Posso ricordare la loro voce, il tocco caldo della loro mano, in altre parole l'umanità. In una città, del vicinato posso conoscere al massimo l'inquilino dell'appartamento sul mio pianerottolo, in un susseguirsi di persone, negozi, attività che cambiano di continuo e il cammino di quelle vite mi diventa immediatamente estraneo, non ne conosco l'alfa, non ne conoscerò mai l'omega.
Ho studiato a lungo, per passione, la storia della mia terra. Oltre alle persone che ricordo, mi pare di conoscerne tante altre di cui in realtà ho appreso soltanto dai libri, dai registri di nascita e morte, dagli archivi, dai resoconti, dalle lettere che mi hanno raccontato stralci delle vite di un tempo. Ed anche dalle epigrafi sulle tombe. Quella alla fine del vecchio cimitero, un tempo elegante di marmi di una famiglia nobile funestata da lutti, in cui l'anziano barone scapolo, ingiustamente sopravvissuto a fratelli più giovani e nipoti, nella solitaria vecchiaia aveva lasciato ai posteri la sua desolazione, auspicandosi, nell'iscrizione in cui ricordava i suoi cari, di raggiungerli quanto prima.
Visitare i cimiteri è un esercizio che può anche ritemprare. Come per il Foscolo, del quale citavo sopra la frase così musicale e struggente che mi è rimasta impressa sin dal liceo, anche a me è capitato perdermi nella contemplazione degli antichi sepolcri. Da quelli monumentali come il Verano, muta città-oasi nella confusione romana, a quello Acattolico nei pressi della Piramide. Incisioni che ricordano poeti maledetti, giovani innamorati infelici, o semplicemente uomini dalla vita anonima resi però immortali da una frase.
Come quella che ho lasciato detto ai miei cari di far iscrivere sulla mia lapide, quando sarà.
Due semplici parole. Un augurio o forse una minaccia.
"A presto".

4 commenti:

  1. Due agganci dal tuo post. Una riflessione che spesso mi trovo a ripensare ogni volta che, a distanza di oltre quarantanni, ripasso per le piazzette e le vie della mia cittadina di vacanza che mi ha visto crescere, innamorarmi, piangere e giore. Scauri. Quando ci passo ora scorgo stessi luoghi ma altre persone, che erano bimbi all'epoca e più spesso non nati affatto.. cambiano esperienze, vissuti, e tu sei l'unico che tira le somme del tutto. Hai passato e presente in pugno. Forse guardi con sospetto solo al futuro.
    E un altra cosa che ci accomuna è il passeggio per i cimiteri.. a me trasmettono quiete.. mi spulcio le lapidi.. mi leggo le storie.. mi ascolto le voci.. intrattengo i fantasmi e ne lascio qualcuno mio, giusto così, per cortesia...

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  2. Apprezzo molto questo commento, mi fa sentire meno solo. Quasi quasi ti inviterei ad uscire... Un cinemino, una capatina in qualche nuovo cimitero aperto da poco e magari un giro in discoteca a tirare scarpe a Corona. Ci divertiremmo.

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  3. Molto profonde le tue riflessioni, su un tema, poi, così delicato come la morte. Nuova follower!

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    1. Grazie!! Siccome non aggiorno più con continuità è proprio un piacere intercettare comunque nuovi lettori!

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