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sabato 5 ottobre 2019

Chiacchiere




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Di grande interesse storico letterario il ritrovamento fortuito di questa antica lirica del Lawrito, che si inserisce nel filone del pessimismo comico, di cui egli fu principale fautore.
Come è stato possibile ricostruire dalla cronologia dell’autore, questa apparentemente amara elegia nacque dalla constatazione dell’inanità della professione forense, fatta di vane seppur alate parole, inadatte a lasciare tracce.
L’autore realizza con rammarico come questo sia in realtà il proprio fil rouge esistenziale, se anche i suoi hobby sono di fantasia, come pure i suoi amori, puramente letterari, come testimoniato dal suo nutrito epistolario. Il Lawrito sembra dire, con il suo verseggiare flautato, la smetto con i post e le chat romantiche e le storie e vado nell’orto a sistemare le erbacce che ci hanno invaso poi aggiusto la finestra che si è rotta col vento e metto a posto la cantina?
Ma poi questi propositi sfumano e tutto si esalta nel finale, che richiama il Carpe Diem oraziano, o Lorenzo il Magnifico, o Felice Sciosciammocca, in cui egli si dice:
Ma che me ne fotto,
sta maschera indosso,
ed è la mia faccia,
levarla non posso.


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