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sabato 25 gennaio 2014

Belli per un giorno

Con una buona musica country nelle cuffie la vita ti sembra migliore.
C'è l'ottimismo innato dell'America delle infinite occasioni, dei muscoli lucidi, dei grandi spazi, delle interminabili interstate che attraversano il nulla, dei confini che non sono mai un limite ma un obiettivo da raggiungere e possibilmente superare.
E poi ci sono le canzoni dei rimpianti, della malinconia, da cantare di notte a bassa voce accanto ad un fuoco, accompagnati dall'armonica e dal profumo di cuoio, le canzoni che parlano di polvere sugli stivali e sul cuore, di cenere e brace, di ricordi spezzati e di nomi che non si dimenticano.
Ascoltavo un pezzo di Faith Hill e immaginavo come sarebbe stata la mia vita se le nostre strade non fossero così strette e tortuose, se il coraggio non avesse sempre ceduto alla sciocca prudenza, se avessi anch'io acquistato almeno una volta il biglietto per il treno delle occasioni.
La canzone si interruppe per una pubblicità, e io continuavo a fantasticare, quando mi ridestò lo slogan "Belli per un giorno". proponevano un programma di straordinario miglioramento estetico, una sorta di photoshop direttamente applicabile sul proprio viso, frutto di una ricerca sperimentale che garantiva per almeno ventiquattr'ore l'eliminazione dei difetti, delle imperfezioni.
Molte occasioni - lo dico per chi mi capisce - spesso le abbiamo perse perché non ci sentivamo, a ragione o a torto, belli abbastanza. Belli abbastanza per presentarsi a quel colloquio di lavoro con concrete speranze, belli abbastanza per quella ragazza così desiderata, quella collega che invece non abbiamo mai avuto il coraggio di avvicinare, timorosi non solo di un rifiuto, ma di una risata sprezzante, "ma come ti permetti, non ce l'hai uno specchio?".
Così, sarà stata quella canzone, magari il profumo della primavera in arrivo, mi appuntai il numero e più tardi chiamai. Dopo una serie di filtri, riuscii a parlare con una responsabile, che mi spiegò il funzionamento, una specie di incrocio fra botulino, acido ialuronico, non so quale altra diavoleria chimica ma in una concentrazione assai elevata che si poteva riuscire, incredibile a dirsi, a modellare il viso, addirittura eliminando difetti evidenti come orecchie da elefante, nasi adunchi, labbra sporgenti e menti sfuggenti. Due erano le controindicazioni, la prima era la durata, assai limitata nel tempo, appena un giorno, e che, per la possibile tossicità, non consentiva di ripetere il trattamento. E la seconda il costo, assai elevato. Ma ne sarebbe valsa la pena, mi convinse la mia interlocutrice, perché sarei stato davvero irresistibile e se mi organizzavo bene avrei potuto raggiungere, in quel giorno, obiettivi impensabili. Ad esempio avrei potuto avere qualsiasi donna ai miei piedi, intessere relazioni professionali vantaggiosissime col mio seppure temporaneo fascino irresistibile e sarebbe stato poi compito mio dimostrare che oltre alla bellezza, svanita all'alba, rimanevano le mie doti umane, che, però, causa il mio aspetto non troppo gradevole, di solito nessuno voleva approfondire. Mi feci un po' di conti in tasca, tentennai solo per darmi un tono (per non sembrare che se accettavo immediatamente voleva dire che ero davvero orribile), ma in realtà io avevo deciso già nel momento stesso in cui mi appuntavo il numero da chiamare.
I giorni seguenti furono frenetici, fissai il trattamento per il giorno in cui ero riuscito a sapere che la mia collega che mi faceva impazzire sarebbe stata sola in ufficio. In altre circostanze non avrei avuto minimamente il coraggio per provarci, ma quel giorno, invece ...
Inoltre fortuna volle che in quella stessa serata ci sarebbe stato un colloquio in cui scegliere il titolare della filiale dello Studio che doveva aprirsi a Salerno, e come al solito in vantaggio c'era il collega spigliato e piacione. Ma io avrei avuto ben altre carte da giocare.
Così arrivò il momento fatidico, l'appuntamento per il trattamento era alle cinque di mattina così avrei potuto avere l'intera giornata da sfruttare. Il tempo bestiale non mi spaventò. Non mi fermò neppure la rottura del cambio dell'auto, che mi costrinse a piedi per oltre mezz'ora sotto l'acquazzone, ma nella nebbia, come su uno schermo cinematografico, proiettavo il viso di lei, di noi due abbracciati, e superai di slancio le avversità.
Alle sette ero pronto. Mi portarono uno specchio e stentai a credere ai miei occhi. 
Mi innamorai io stesso, la verità.  
La titolare si fece consegnare la carta di credito, mai salasso fu accettato più volentieri.
Me la riconsegnò guardandomi, mi parve, con un profondo desiderio. Ma seppure assai carina, non era lei che dovevo conquistare. Tossii un paio di volte per riprendere contegno, la salutai ed uscii.
Fuori pioveva ancora abbastanza, presi un taxi e arrivai a casa che erano le otto. Caspita che freddo! Accesi il riscaldamento ma continuavo a tremare, mi sentivo di colpo febbricitante.
Si avvicinava l'ora in cui sarei dovuto uscire per andare in ufficio a sfruttare la mia nuova avvenenza. Ma non mi sentivo affatto bene. Diciamo pure che stavo uno schifo. Telefonai al centro, esposi il problema, e quella mi disse che effettivamente, in qualche raro caso, e magari se si era un po' raffreddati, c'era stato questo tipo di effetto collaterale al trattamento e purtroppo non era immediatamente reversibile, insomma che per almeno 24 ore avrei avuto la febbre alta e non sarei stato bene. Però, mi disse, credendo di avermi rassicurato, che per quei casi, visto che il prodotto era sperimentale, ci sarebbe stato il rimborso integrale di quanto avevo pagato.
Riattaccai, sconfortato. Che potevo fare? Chiamarla e invitarla a casa mia? E con quale scusa? Non c'ero mai riuscito in due anni, figuriamoci se ne avevo il coraggio ora, in quelle condizioni. Idem per la serata, il titolare dello studio sarebbe stato il bel gagà, com'era forse giusto. E magari per festeggiare si sarebbe pure scopato lui la mia amata collega.
Auguri e figli maschi. 
Mi feci forza, in fondo in fondo la giornata non sarebbe stata peggiore di tante altre.
Presi un buon libro, mi infilai il pigiama, calai le serrande e mi avviai a letto.
Passai davanti allo specchio. Ero davvero incantevole. Anche se ai miei piedi non avevo tutte le ragazze del mondo, ma solo un paio di vecchie ciabatte.
Volevo scattarmi una foto, ma tanto, mi dissi, nessuno avrebbe creduto che ero davvero io.
Lessi appena poche pagine e crollai in un sonno profondo.
Quando mi svegliai era il mattino dopo. Mi sentivo molto meglio.
Mi alzai e temevo di passare di nuovo davanti allo specchio. 
Dottor Jekyll o Mr. Hide? Avrei visto Gregor Samsa o lo scarafaggio?
Invece la metamorfosi fu indolore, anzi il mio naso mi sembrò quasi gradevole.
Mi era ... come dire, mancato!

Le ventiquattr'ore, in realtà, erano durate il tempo di una canzone, il tempo di scrivere questo racconto. E ora nella cuffia ce n'è un'altra, ancora più bella, di Darius Rucker. Parla di amicizia, di nuvole che vanno e vengono, di mani che si stringono e cuori che si capiscono nell'intimo e se ne fregano dei soldi, dell'aspetto, delle macchine veloci, delle parole di circostanza.
Vale la pena fermarsi ad ascoltare.
Magari fino alla prossima illusione, da esorcizzare con un nuovo racconto.

2 commenti:

  1. Giovanni, uno che scrive una roba così non ha bisogno del botulino, credimi! :)
    SAM

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    1. Ha bisogno della neuro? Ahahaha!
      Grazie, Sam, davvero.

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