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sabato 13 marzo 2021

Perdono (un monologo).

“Perdono... Se quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa…”

Ah ah ah, chissà come m’è tornata in mente ‘sta canzone? Adesso Tiziano Ferro non lo seguo più, ma quand’ero ragazzina, con le compagne, facevamo pure la coreografia!

(Canticchia ancora)

E poi (sorridendo) se ricordo bene non era nemmeno “perdono”, ma c’era la X, il “per” insomma: ics dono. Come se uno volesse un regalo qualsiasi, un dono x (ancora una risata, che sfuma in malinconia).

Quanti anni sono passati, però. Forse venti, mamma mia. Sembra ieri…

A volte penso che andando avanti si diventa presbiti non solo con gli occhi, ma anche con la mente, coi ricordi. Le cose vicine sfumano, si comprendono a fatica. Mentre quelle lontane le vedi chiare, quasi le potessi toccare. E’ qua, la bambina che faceva il balletto cantando “perdono”, potrei darle la mano (pausa).

E ora sono io, quella bambina. Come una scena inquadrata in soggettiva, vedo le mie gambe sottili che provano i passi, le braccia che disegnano forme nell’aria, sento la mia voce che canticchia la stessa canzone (ora la canta con una voce bambina).

Io perdono con facilità. Mi sembra molto più faticoso tenere il broncio. Mi scappa da ridere. A volte volevo tenere il punto con mia madre, per qualche rimprovero che ritenevo ingiusto. E glielo dicevo, “non ti parlo più!”. Pensavo di punirla, così. Come farà senza di me? Sarà costretta e chiedermi scusa! E la prossima volta ci penserà due volte, a sgridarmi. Solo che poi questa strategia infallibile nei pensieri, si scontrava con la realtà. Mamma sembrava del tutto indifferente alla mia decisione, continuava a fare tranquillamente i fatti suoi, allora io le andavo intorno di proposito per farle notare che muso lungo tenevo!

Mi sedevo al tavolo mentre lei faceva i piatti, incrociavo le braccia e restavo zitta, muta, non respiravo neppure, per renderle insopportabile quel silenzio, l’assenza delle mie brillanti e continue considerazioni.

Solo che bastava che si girasse un secondo, anche casualmente, nella mia direzione, e io mi ripetevo frenetica “nonriderenonriderenonridere” perché già lo sapevo come andava a finire. Diventavo rossa, trattenevo il fiato, iniziavo a essere scossa da sussulti, finché sbottavo in una risata irrefrenabile e correvo ad abbracciarla. E lei scuoteva un po’ la testa, mentre la guardavo da sotto in su, stretta al suo petto, desiderosa di una parola di pace. Allora stringeva un po’ gli occhi allargava le labbra in quel meraviglioso sorriso che ancora oggi se ci penso gli occhi mi si riempiono di lacrime. “E’ passata ‘a paccìa?” diceva ironica, chiedendomi in dialetto se la mia follia si fosse allontanta. E io nascondevo la faccia nel suo seno, timidissima.

Quanto tempo che non ripensavo a quei momenti… Non so perché, associo al ricordo di mia madre il profumo del sapone di marsiglia. Non le tenui fragranze dei suoi profumi, anche se li ricordo tutti. Quello col boccettino dal piccolo tappo amaranto, a cui teneva tanto, non so perché. Non sappiamo nulla dei nostri genitori, a pensarci. Almeno, non direttamente. Una madre e un padre restano sempre una madre e un padre, anche quando, crescendo, non vediamo più intorno a loro quell’aura di infallibilità che fino a una certa età ci porta a pensare non possano mai sbagliare. Poi col passare degli anni capiamo che in realtà sbagliano anche loro, come tutti. Anzi, più degli altri, perché i loro sbagli, o quelli che crediamo tali, si ripercuotono direttamente su di noi. Le proibizioni, le imposizioni. Ma anche quello che ci hanno consentito di fare, quando sbagliando si sono fidati di noi.

Io ho preso il vizio del fumo per colpa di mio padre. Perché non mi vietava mai nulla. Era sicuro di avermi fornito gli insegnamenti sufficienti a distinguere quel che è giusto da quel che è sbagliato; che avrei scelto per il meglio.

Ed è stato lui a non capire che stava sbagliando. Evidentemente era lui a non avere avuto gli insegnamenti sufficienti a capire che un figlio devi indirizzarlo (sorriso amaro). O almeno così avrei fatto io, al posto suo.

Facile parlare, ora, mi direte.

E quando avrei dovuto parlare? Prima che le cose accadessero cosa ne sapevo?

Del senno di poi sono piene le fosse, si dice. Ma esiste, il “senno di prima”? Ne avete mai sentito parlare?

No. Non funziona così. Le stronzate non le puoi evitare. Mentre le vivi, non ti sembrano stronzate, altrimenti non le faresti. O meglio, in certi momenti il sospetto ti viene pure, ma sei convinto che alla fine andrà bene. E’ quella che in diritto si chiama la “colpa cosciente”. Per quella, alla fine, hai uno sconto di pena. Invece il dolo eventuale è l’atteggiamento di chi, nel commettere la medesima stronzata, se lo prefigura benissimo che potrà andare malissimo ma accetta il rischio. Vada come vada.

E quello, non te lo perdona nessuno.

E torniamo da dove avevamo iniziato, al perdono.

A quello che io elargisco con generosità, un po’ per egoismo e un po’ perché ho paura.

Paura di restare da sola.

L’ho perdonato troppe volte, e credo di averlo fatto per questo, in fondo.

Perché ogni volta sembrava l’ultima. E se lo fosse stato davvero? Lo avrei lasciato, restando sola, proprio quando invece potevo finalmente avere un po’ di pace? No, mi dicevo. Non voglio fare come quella barzelletta che mi dissero una volta alle elementari. Del tizio che per uscire di prigione doveva superare cento cancelli. Ma arrivato al novantanovesimo, visto che era stanco, pensò vabbè, torno indietro.

E se li fece tutti a ritroso.

Chissà perché una storiella così scema mi è rimasta tanto impressa.

Questa, e quell’altra. “Un signore entra in un caffè. Splash.”

E ridevo. Ma mica l’avevo capito il gioco di parole. Per me il signore entrava proprio nella tazzina.

Perciò ridevo.

Ridevano anche gli altri. Chissà se lo facevano perché l’avevano capita, o erano anche loro come me.

O piuttosto ridevano di me?

Forse era così. Ma tanto, ormai l’avrete capito, io li avrei perdonati comunque.

A me, però, nessuno mi ha mai perdonato.

Per me ogni cattiveria nei miei confronti non è mai tale. Ci sono mille sfumature.

Come gli eschimesi, che secondo la leggenda, hanno tante parole diverse per definire la neve.

Invece, per chi deve giudicare me, è tutto bianco o nero. Spesso nero.

Nessuno mi ha perdonato quando me ne sono andata.

Le mie ragioni non le ha volute ascoltare nessuno.

E ora sto qui, davanti al mare, a pensare cosa resta del passato.

Osservo questo ammasso di blu e ancora una volta mi perdo nelle sfumature e nei ricordi.

Nelle sinestesie.

Ancora un profumo, quello dell’astuccio nuovo il primo giorno di scuola, quello dei pastelli Giotto, di legno.

Su ognuno di loro era scritto il colore. E il blu ne aveva tante.

Il blu di prussia.

Il blu dei lividi, a cui non voglio pensare più.

Il blu oltremare.

Quel mare che oggi è proprio un olio, un olio blu.

Il blu della cinquecento di mio padre.

(Canta)

“Che cosa resta del passato
Forse una 500 blu
E un giradischi rovinato
Che ormai non va più”

giovedì 10 dicembre 2020

Di tanto amore


Avevo interrotto da qualche giorno la lettura di un giallo, e quando l’ho ripreso non ricordavo quasi nulla delle cento pagine già lette, così ho dovuto sfogliarlo daccapo. Nel farlo mi sono accorto di tanti particolari che non avevo colto la prima volta. Un po’ per la maggiore attenzione, soprattutto perché lo leggevo “col senno di poi”, cioè avendo già una certa conoscenza di quel che sarebbe accaduto. Ciò mi permetteva di cogliere piccoli indizi nascosti dallo scrittore e che prima non potevo notare.


Sto ascoltando Fossati, mentre scrivo questo post. “Di tanto amore”, una delle canzoni che amo di più, e che però ho scoperto da poco tempo, insieme a tante altre. Lo vidi in concerto alla fine degli anni novanta, a Palinuro. Fece un lungo set acustico suonando un magnifico piano a coda al centro del palco. Chissà se fra queste c’era anche Di tanto amore? Non lo ricordo. Non conoscendola, non la notai. Mentre ora chissà che piacere sarebbe poterlo ascoltare e cantare insieme a lui. Ma lui si è ritirato, l’occasione è sfumata. Non posso rileggere questa storia come ho fatto con il romanzo.


Ed è pure capitato di conoscere una persona per la prima volta, diventare intimi, indispensabili, e per caso scoprire di essere stati nello stesso posto in una medesima occasione tempo addietro, magari a una festa, un concerto, un viaggio, ovviamente non conoscendosi non c’è stata alcuna interazione. Eppure potendo rivivere quel momento, quella stessa occasione avrebbe occupato tutt’altro posto nella memoria, avremmo focalizzato la nostra attenzione su di lei, come se in un film una comparsa diventasse d’un tratto protagonista. Ma questo si può solo immaginare.

Come si può solo immaginare di cambiare le cose. Illudersi che sapendo in anticipo cosa accadrà, potrai cambiare il destino, capire un piccolo sintomo ed evitare l’insorgere della malattia, cogliere nello sguardo della persona che ti è accanto quel vuoto che porterà la vostra storia alla fine, e provare a riempirlo prima che sia troppo tardi.


Non si può. Il giallo che sto leggendo non cambierà finale anche se ora, tornando dall’inizio ho più informazioni. La storia è già stata scritta. Al massimo capirò prima chi sarà il colpevole, tutto qui. 

venerdì 16 ottobre 2020

La stagione dell'amore

 

Piove.

- Me lo presti lo stesso, il motorino, Federico? Mi vergogno di gironzolare a piedi sotto casa sua, così faccio finta che passo per caso e vedo se sta là davanti con le amiche mi fermo un po’.

- Ma che vuol essere uscita? Lorè, piove.

- E magari da lei no.

- Lorè, quella, casa sua, sta a duecento metri da qua. Se piove qua, piove pure là.

- Me lo presti o no?

- Che capo tosta che tieni, vai, ma ti inzupperai d’acqua.

- Quando mai, quello mo’ scampa.

La pioggia di oggi, acqua di ottobre, mi ricorda quante volte sono passato “per caso” nel posto dove volevo andare.

Col motorino, per non far sembrare fossi lì per lei.

Con le parole delle canzoni, dette per non dire le mie.

Con i Ti amo ma non è vero, come puoi pensarlo, ahahahah.

Con i sì che mi imbarazzano e mi fanno cambiare discorso.

Con le ragioni dei no che dico per primo per non sentirmeli dire.

E continua a piovere. E’ stagione, in fondo.

La stagione dell’amore, che viene e va.

Aspettiamo un raggio di sole. Aspettiamo un altro entusiasmo che ci faccia pulsare il cuore.

Piove da te? Che mi faccio prestare il motorino.

domenica 6 settembre 2020

Porte girevoli


A volte mi perdo a pensare a quante persone ho conosciuto. Provo addirittura a contarle, i compagni di scuola dalle elementari alla maturità, quelli dell’università, e gli amici di Roma e quelli del paese, in pratica tutti gli abitanti, e tanti che non ci sono più, e poi i colleghi, i clienti, e l’elenco sarebbe ancora lungo, come gli anni passati, ahimè.

E in mezzo a questi le persone che mi hanno voluto bene, a cui ho voluto bene, quelle che hanno lasciato tracce che vorrei non si cancellassero mai. L’esistenza è fatta di porte girevoli, si dice. Persone entrano ed escono di continuo, niente dura per sempre, dovrei rassegnarmi. E invece non lo faccio, sprango le porte, provo a non perdere nessuno, mi aggrappo ai ricordi, li tengo vivi, li nutro, li riscrivo, ne faccio storie, io faccio sempre storie, per ogni cosa. Ma più si va avanti con gli anni più capitano certi giorni che basta ritrovare un biglietto, una foto, ascoltare una canzone, e i ricordi rischiano di soffocarti. Allora esco di soppiatto, e li chiudo dentro. Fuori c’è aria limpida e fresca, sul tardi. Settembre, quando vuole, sa fingere di essere inizio e non fine.

E allora fingo anch’io, che ci vuole.

giovedì 6 agosto 2020

Il lampadario





 

La nostra camera da letto, quando ci sposammo, era in realtà ancora quella dei miei. All’epoca lavoravo solo io, guadagnavo quanto bastava a vivere dignitosamente ma senza voli pindarici. Avendo già speso molto per le nozze, preferimmo conservarla ancora per un po’. Io, poi, ci ero affezionato.

Era in puro stile motel anni settanta. Le linee geometriche, le curve ardite e le risalite (il lettone era basso e senza sponde e da piccolo cadevo spesso). Fu solo diversi anni dopo, che la cambiammo prendendone una nuova. Era ormai tempo, e poi la nostra situazione economica era molto migliorata. Così comprò quella che più le piaceva, e io non misi bocca. Aveva accettato per anni di dormire in quella dei miei genitori, ora la decisione doveva essere solo sua.

Fu mia solo quella del lampadario.

Per la verità, andammo insieme a comprarlo, ma quello che volevo io piacque anche a lei e così fummo subito d’accordo. Lo guardavamo insieme, a volte, mentre stavamo sul letto, e pur essendo quasi paccottiglia ci dicevamo che era stata proprio una scelta azzeccata, una delle poche fatte insieme senza discutere a lungo prima. Quando il sole ci si rifletteva, si trasformava in un prisma, e che bell’effetto faceva sulle curve del suo corpo nudo!

Ci ho fatto l’amore con un’altra ragazza, in quella stanza.

Non mi sono venuti in mente significati particolari, un letto è un letto, una camera vale l’altra. Mentre siamo ancora distesi, nudi, in penombra, un raggio di sole filtra dalle imposte socchiuse e attraversa i cristalli del lampadario per poi proiettarsi nella stanza.

“È molto bello”, mi dice lei, guardando il soffitto.

E io ripenso a quella volta, nel negozio, a quell’unica scelta condivisa. Quando mai avrei immaginato che, un giorno, quella luce avrebbe illuminato un corpo che non era il suo.

“Grazie”, le rispondo, fingendo di non aver capito, “è bello anche per me essere qui con te”.

Sorride, mi abbraccia. La risposta le va bene.

Una nuvola copre il sole, il riflesso scompare. Le cose tornano a essere cose, oggetti inanimati, senza passato. Beate loro.


martedì 14 luglio 2020

Non è un paese per vecchi


Un giorno, di un mese, di un anno imprecisato, sono diventato vecchio.
E’ accaduto così, subdolamente, senza che me ne accorgessi, mentre ero intento come sempre a lamentarmi dei miei acciacchi come faccio sin da bambino, e non ho avuto la lucidità di rendermi conto che erano acciacchi da vecchi; e anche quella noia continua che provavo fin’allora si era trasformata nella noia dei vecchi; la fatica ad alzarmi dal divano senza un valido motivo era ormai la fatica dei vecchi; il desiderio di polemizzare era divenuto quello dei vecchi.
Altri, forse più fortunati di me, la vita li ha resi partecipi del passaggio.
Sento ripetere, ad esempio, a mia madre: “dopo un paio di rampe di scale mi devo fermare un attimo, invece quand’ero giovane facevo senza alcuno sforzo otto piani a piedi senza ascensore”.
Ecco, io dopo un paio di rampe di scale mi sono sempre fermato un attimo. Anche più di uno.
Ricordo che anni fa andai a trovare un collega che aveva aperto un nuovo studio.
Salii le scale e bussai alla sua porta, un po’ trafelato. Per giustificare le mani sui fianchi e il sudore, quando mi aprì gli dissi: “madonna, potevi prendertelo al primo piano!”. Lui mi guardò strano: “Giovà, guarda che sto al primo piano veramente”. Mi guardai indietro ed effettivamente il portone stava proprio là, due rampe più giù. Allora pensai di essere semplicemente fuori forma. Ma chi può dire che non fossi già vecchio e non lo sapessi? Mia madre lo ricorda bene, un periodo in cui non aveva l’affanno. Io no.
In sostanza, un giorno, di un mese, di un anno imprecisato, mi sono semplicemente raggiunto.

sabato 20 giugno 2020

Di cotolette, gelati ed estate in arrivo


Un sabato pomeriggio come questo, con la scuola appena finita e il sole che finalmente sembrava essersi accorto che l’estate era alle porte, noi diciassettenni avremmo cercato l’amico più grande e un po’ tonto, ma che aveva già la macchina, per farci scarrozzare al mare. Io avrei insistito per portare l’ombrellone ma mi avrebbero preso in giro, persino quelli biondini con la pelle chiara che in mezzora diventavano una mortadella. Saremmo andati a Velia, al Lido Il Timoniere. Non so perché, in effetti. La spiaggia era stretta, il mare subito profondo. Forse per la colonia. Ma non è che ti lasciavano avvicinare, a quelle ragazze, ci stava lo steccato, le guardavi da lontano.
Il Lido a ogni nuova stagione era stato abbattuto dalle mareggiate, c’era solo lo scheletro di alluminio, e in giro tanti pannelli di gommapiuma rivestiti di fòrmica, che se ce n’era ancora qualcuno intero ci saltavamo sopra finché lo sfondavamo. Poi, verso metà luglio di solito lo sistemavano, ma un sabato pomeriggio come oggi non ci sarebbe stata neppure la possibilità di comprare un gelato. Io al mare prendevo sempre il camillino, quelli di una volta, quando c’era solo la vaniglia in mezzo ai due biscotti, fu solo più tardi che misero anche la cioccolata, comunque io mangiavo sempre solo la parte a vaniglia, l’altra la regalavo. Ma prima leggevo la curiosità che c’era scritta sopra. Ne ho imparato di cose, dai biscotti. E si vede, del resto.
Comunque al mare si facevano cose che adesso sembrerebbero quantomeno strane. Per esempio, usciti dall’acqua, ancora bagnati ci si rotolava nella sabbia per fare le cotolette impanate.
Si faceva anche un’altra cosa che ora non è più contemplata. Mangiare. Intendo mangiare seriamente. A volte la pasta asciutta, addirittura la carne, e poi l’insalata. Ricordo cetrioli sbucciati sulla spiaggia, pane e pomodoro, conditi con bottigliette di crodino in cui le mamme mettevano olio e sale.
E quando si andava con le famiglie, c’era una cosa che oggi sembra forse lontana, ma allora non mancava mai. Prendere le botte. Il bagnasciuga sembrava una pista di atletica, con le mamme che rincorrevano i figli e se questi per caso riuscivano a distanziarle partiva il lancio del sandalo, del “chianiello”, specialità in cui la mia era campionessa olimpica.
Ma in un sabato come questo, già più grandi, saremmo andati solo noi amici. E avremmo fatto lunghe camminate, di solito la più gettonata era da fiume a fiume, cioè da una foce all’altra dei corsi d’acqua che si gettano nel mare fra Ascea e Casalvelino. Raggiunto il fiume, lo avremmo ripercorso per un po’ a ritroso, saltando sui cubi di cemento che ne delimitavano il corso, qualcuno di noi avrebbe raccolto un po’ di quelle piante fluviali, una specie di canne con una fioritura marrone cilindrica, che chiamavamo “i cazzi”, chissà quale fosse il nome giusto, e che negli anni ottanta le trovavi nelle case, nei vasi, come piante ornamentali di dubbio gusto.
Ci saremmo fermati ogni tanto, per tuffarci, e poi di nuovo a fare le cotolette, idioti e felici, finché il sole fosse calato, e a quel tempo non c’erano telefonini per immortalare i tramonti, ma penso fossero belli anche allora. Quando saremmo tornati in macchina, avremmo un po’ preso in giro il parcheggiatore, un signore anziano – magari non lo era, ma ci sembrava così – con un berretto, piuttosto scorbutico, ma sono certo che lo avremmo riempito di chiacchiere e non gli avremmo dato una lira. Qualcuno diceva che a chi non pagava rigava la fiancata, ma tanto la macchina non era la nostra. Lo stesso valeva anche per la sabbia che portavamo sui sedili, “ma vi siete puliti bene?” chiedeva il malcapitato di turno, “hai voglia!”, rispondevano quelli che stavano seduti dietro, e si davano botte coi gomiti per non ridere. E si tornava a casa, coi finestrini spalancati e una mano fuori, a coppa, dicendo a quello che guidava di andare più veloce. Perché non so se lo sanno i ragazzi di oggi, ma l’aria nel palmo della mano, a una certa velocità, prende la forma di una tetta.
E per un gruppo di ragazzi così cretini, che invece di corteggiare le ragazze passava le giornate al mare a fare le cotolette e a schivare chianielli, quello era l’unico modo per toccarle, sicuro.