In questi giorni ha compiuto sessant'anni Nanni Moretti, il mio regista preferito.
No, forse in realtà è come attore che lo preferisco.
O meglio, come sceneggiatore, perché quel che apprezzo di più sono le cose che dice, che fa dire a Michele Apicella, il suo alter ego in molti film.
Le parole sono importanti è una lezione che tutti dovremmo tenere a mente.
Perché qui si parla troppo spesso a vanvera.
Si inizia un post senza sapere dove andare a parare.
Incontri un caro amico che non vedevi da anni, e dici solo sciocchezze sui capelli e il tempo.
Ti invitano a un matrimonio, e sul biglietto non riesci a scrivere altro che augurissimi.
Poi, tra parentesi, ci vai a quel matrimonio, e se volevi raccontarlo, il nome del post avrebbe potuto essere Guantanamo wedding, otto ore di tortura a 150 euro, gli sposi che arrivano alle 16 (tu sei lì dalle 13.30 pensando - sperando di avere fatto tardi), il tavolo con sconosciuti amanti della Falanghina del Cilento e nemici della conversazione sensata, che poi la conversazione sarebbe stata comunque impedita dalla cantante chiattona neomelodica imbustata in un vestito tre taglie più piccolo che non sai se gli acuti li lanciava per la canzone o per il dolore, le pietanze talmente banali che il cuoco si era vergognato di dare loro il nome giusto (il tripudio del dio poseidone=cozze; il corteo di biancaneve=mozzarella; i soffici cuscini del gusto=ravioli stantii, e così via), e camerieri che ti urtavano, fotografi che ti riprendevano a futura memoria come in un grande fratello ogni volta che provavi a fatica a ingoiare un boccone vincendo la comprensibile ritrosia ...
Ma torniamo a noi, alle parole.
A quei film che hanno contribuito alla mia formazione, a quell'impegnato disincanto che costituisce l'ossimoro da cui non riesco a liberarmi, la mia ossessione, quel voler dare a tutti i costi un senso alla vita e poi non impegnarsi mai a fondo, essendo sostanzialmente indifferente il risultato, piuttosto il percorso.
Al dubbio amletico del non sapere se sia meglio esserci o non esserci.
Hai ragione, Nanni, le parole sono importanti.
E' che ogni volta non ricordo quali.
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mercoledì 21 agosto 2013
martedì 6 agosto 2013
Gli ultimi istanti
Noi
umani siamo fatti così. Conosciamo il nostro destino comune, eppure, quando la
fine si approssima, ci sorprendiamo stia per accadere anche a noi. Siamo
individualisti, ci crediamo eletti, pensiamo che il nostro mondo ovattato ci
proteggerà per sempre, e invece quel giorno, il giorno, purtroppo, arriva per tutti, e non risparmia nessuno.
Ed è
arrivato anche per me, ormai, devo rassegnarmi.
Come in
quella canzone di Guccini che ho ascoltato spesso, “L’ultima volta”, provo ad assaporare con intensità gli ultimi
istanti, sebbene sia ormai quasi incosciente.
Sento
le voci familiari sempre più lontane, avverto la loro preoccupazione crescente,
la loro ansia, forse nemmeno loro, sebbene ugualmente preparati, se
l’aspettavano così presto. Ma ormai non c’è più nulla da fare, salvo sopportare
la cosa con rassegnazione.
C’è chi
affronta questi momenti con fiducia.
I
credenti. Quelli che immaginano una vita anche dopo.
Io non
so cosa pensare. Il tempo è passato e un’opinione non me la sono fatta ancora
e, a questo punto, inutile arrovellarmi troppo, sono già alla fine del tunnel,
non mi resta molto e poi saprò se c’è luce. O un buio assoluto e desolante.
Che poi
il problema non è il buio.
Perché
se te ne accorgi, vuol dire che esisti.
E il
buio ti protegge. Non fa distinzioni.
Protegge
i cacciatori e le prede.
Il buio
mi è sempre piaciuto, mi tiene compagnia.
Se in
fondo al percorso che oggi ho intrapreso sarò ancora nell’oscurità, rimarrò
accovacciato come sono ora, con gli occhi chiusi, e mi lascerò coccolare.
Il
problema è il nulla.
Un buio
in cui rimanga fuori tutto ciò che ho amato.
Mamma
che mi cantava la ninna nanna, i baci teneri di mia sorella Lilith. E le mani
forti e calde di mio padre, le sue passioni che ha voluto con ogni forza
trasmettermi, pur nella mia condizione. La musica, prima di tutto, ma anche la
passione per le storie.
Ascoltare
la sua voce narrare mi ha fatto conoscere con la fantasia cose che diversamente
non avrei potuto neppure immaginare.
Addio
genitori come vi ho conosciuti. Addio, dolce Lilith.
Non mi
sentono, ottenebrati dalla loro sofferenza per me, l’estremo paradosso. Sento
mia madre vibrare, spasimare, stingermi, quasi provare a trattenermi qui, come
se fosse possibile, come se il cammino non fosse segnato, come se non fosse
stato chiaro a tutti già da tempo quel che sarebbe accaduto. Troppo tardi, ora,
piangere.
Gli
ultimi istanti. In tanti hanno provato a narrarli, ma sono state sempre storie,
raccontate da altri. Nessuno ha potuto lasciarci una cronaca completa, perché
nessuno è mai tornato qui.
Ci sto
provando anch’io, ma sarà giocoforza una storia incompiuta, perché la parola
fine non potrò essere io a metterla, io già non ci sarò più, e toccherà ad
altri testimoniare, tutto questo per me resterà nell’oblio.
I
singhiozzi laceranti di mamma mi accecano, mi scuotono, non immaginavo ne
avrebbe sofferto così tanto, è un dolore che mi sconcerta ma, in fondo, mi
conforta: a dispetto di quel che dicono i proverbi, non sono solo, in questo
momento difficile.
E così
ho la presunzione di fare un po’ di compagnia anche a voi, perché pure ne
avrete bisogno, un giorno o l’altro, non lo dico per essere menagramo, lo
sapete. Chi un giorno leggerà queste parole, non sorrida, non le scansi, non
pensi “non toccherà a me”, ricordi Hemingway (quanti racconti mi ha letto il
caro padre!), la campana suonerà anche per lui, suonerà per tutti.
Oggi
sta suonando per me.
Il
momento è giunto, il dolore infinito sta per finire. Madre, non piangere più,
ti prego, altrimenti farai piangere anche me e finora ho resistito, non farmi
riempire gli occhi di lacrime, voglio vedere con chiarezza cosa c’è in fondo al
tunnel.
Luce.
Alla
fine era luce …
I coniugi Woodehouse e la
sorellina Lilith sono lieti di annunciare la nascita del loro bambino, avvenuta oggi.
Il piccolo sta bene, non piange, è molto curioso.
domenica 28 luglio 2013
Il passerotto e la farfalla
“Carringia”, lo chiamavano gli amici, eppure il suo fisico non era affatto quello del quasi omonimo campione brasiliano, Manoel Francisco Dos Santos, detto Garrincha, il passerotto.
Il nostro Carringia era invece un ragazzone imponente di un metro e ottanta, ma pure lui, quando scattava sulla fascia destra, era agile e imprendibile come un farfalla, così i compagni lo avevano onorato – sebbene in una versione un po’ dialettale - dello stesso soprannome del più grande dribblatore della storia.
Solo che il suo campo di calcio non era lo stadio del Botafogo, ma lo spiazzo sterrato dietro al cimitero, l’unico posto dove, al paese, negli anni ’60 ci fosse lo spazio per giocare una partita. Le porte erano pali verticali di castagno di altezza diversa, senza neppure una traversa, le delimitazioni del campo da un lato la strada e dall’altro il torrente, e come spalti la scarpata sottostante al muro del cimitero, ricoperta di cespugli di ginestre e rovi. Ma nonostante ciò ogni pomeriggio decine e decine di persone si affollavano per seguire le sfide memorabili fra i vari rioni, fonti di rivalità accesissima, e quasi sempre ad avere la meglio era il Piano di Sopra, la squadra nella quale militava Giorgio Corvacci, “Carringia”, appunto, che faceva impazzire i difensori avversari e segnava caterve di gol.
Giorgio crebbe col mito del calcio, di una realizzazione che passasse attraverso il suo innegabile talento. Ma erano anni difficili, e lavoro al sud non ce n’era, così a diciassette anni, insieme a molti altri, dovette emigrare in Lombardia. Poco male, pensò, lì poteva esserci qualche osservatore di una grande squadra che gli avrebbe consentito di cogliere quell’occasione che attendeva da sempre.
Di giorno lavorava alla catena di montaggio, poi, appena smontato il turno, partecipava ad interminabili partite sul campo adiacente il caseggiato nel quale condivideva l’alloggio con diversi suoi compaesani. Finalmente, alla soglia dei diciotto anni, anche grazie all’interessamento di un dirigente della fabbrica che partecipava a quelle sfide del dopolavoro, fu chiamato per un provino dal Como, squadra che allora militava in serie C.
Il provino andò così così. Un po’ di tecnica innata c’era, del resto c’era voluto un gran talento a dribblare per anni gli avversari al paese senza mai finire nel torrente, ma il ragazzo era completamente digiuno di tattica, non faceva squadra, era un anarchico, in più di testa non era un genio, ed ormai a quell’età in entrambi i campi non c’era da migliorare troppo, investire su di lui non era conveniente.
Gli venne comunque offerta la possibilità di aggregarsi agli allenamenti della squadra Primavera, più che altro per non dire di no a chi l’aveva raccomandato, ed anche perché sulle prime non ebbero cuore di dargli un responso negativo, soprattutto quando lo videro, lui così grande e grosso, tremare come una foglia in attesa di sapere com’era andato.
Passarono così alcune settimane nelle quali si impegnò come un forsennato, levatacce all’alba per correre lungo l’Adda a fare fiato, poi dieci ore in fabbrica e quindi all’allenamento dove arrivava già esausto ma sorretto da quel grande entusiasmo che non lo abbandonava mai. Perciò fu una vera crudeltà quel che gli combinarono.
L’allenatore a un certo punto doveva pur dirglielo che l’avventura era finita, che il calcio professionistico non faceva per lui, che faceva meglio ad impegnarsi al lavoro, magari ad iscriversi ad una scuola serale per prendersi finalmente quella licenza media che aveva tentato invano al paese. Ci provò, il buon uomo, ma ogni volta che provava ad aprire bocca gli prendeva un groppo in gola, perché Giorgio si metteva sull’attenti, con un sorriso a trentadue denti – per modo di dire, che l’igiene dentale non era mai stata il suo forte, e c’erano un sacco di assi divelte nel suo steccato – e si aspettava chissà quale comunicazione, magari di essere schierato in prima squadra all’esordio in campionato. E così finiva che il mister rimandava, te lo dirò domani, e Giorgio aveva modo di trascorrere l’ennesima notte in cui poter sognare a buon diritto il nome di Carringia in prima sulla Gazzetta, un contratto a sei zeri, donne e motori a piacimento e poi al mattino vantarsi con gli altri sfigati come lui che avevano lasciato il paese e sbarcavano il lunario in quelle squallide e fredde case di ringhiera avvolte dalla nebbia a mille chilometri di distanza dal paese d’origine.
Gli amici in realtà l’avevano capito bene come sarebbe andata, ma invece di cercare di smontare con delicatezza quei castelli in aria, ci presero gusto a farlo precipitare, che fa sempre bene all’anima avere qualcuno ancora più a terra di te, magari meglio se è uno che un po’ di talento, nonostante tutto, il Signore gliel’ha dato, anche se non è sufficiente per volare alto come un’aquila ma solo come un passerotto.
Uno di loro che faceva le pulizie in una tipografia, si prese la briga di architettare una burla. Con la complicità del compositore di bozze – ché lui l’italiano lo masticava appena - realizzò una copia della Gazzetta tale e quale all’originale con l’unica differenza di una pagina interna in cui si parlava del talento di un giovane meridionale emigrato che, durante un allenamento col Como, era stato notato nientedimeno che da osservatori dell’Inter che avevano proposto al Presidente Moratti di ingaggiarlo subito per sostituire il brasiliano Jair sulla destra. Il titolo inventato dell’articolo, con un gioco di parole in realtà non così benaugurante, era “Corvacci volano su San Siro”, ma il povero Giorgio non ne colse minimamente la più o meno involontaria accezione negativa, e scoppiò in lacrime di gioia quando fecero in modo di recapitargli la copia tarocca del quotidiano sportivo, seguita a stretto giro da una convocazione, altrettanto fasulla, presso la sede dell’Internazionale, a Milano, per la stipula del contratto.
Che dire sui preparativi, sulle telefonate a casa a genitori contadini che non capivano nulla, né di calcio, né delle parole emozionate, concitate e arruffate di Giorgio, inframmezzate da scatti di ultimi gettoni, cadute e faticose riprese della linea, mi vedrete in televisione, andate alla Casa del popolo – ché loro la tv mica ce l’avevano – e allora no, aspettate, il tempo di andare a Milano poi ve la compro io – ma quelli non avevano neppure l’elettricità in casa, prima c’era da fare l’impianto – e dunque meno male che poi i gettoni finirono una volta per tutte, e non c’era altro tempo si doveva correre, il pullman per Milano passava alle 5, si voleva prendere il giorno libero in fabbrica ma quelli niente che dice che c’era una consegna da fare e lui allora ma sì, andaà a dà via el chiul voi e la fabbrica, polentoni, se vediamm’ a Sanziro, li congedò, mescolando dialetti e improbabile futuro.
L’arrivo alla Stazione centrale più o meno una scena di “Totò Peppino e la malafemmena”, con lui che indossava i panni della Cresima, gli amici che sapevano della beffa ma in fondo gli erano anche grati di stare vivendo quell’avventura, perché lo avevano visto giocare, nello spiazzo dietro il Cimitero, e sapevano che quando scendeva sulla fascia con le sue finte non ce n’era per nessuno e in un certo senso si erano convinti che quella lettera di convocazione, sebbene scritta da loro stessi, poteva essere vera, pur sgrammaticata com’era, tanto nessuno se n’era accorto, né loro che l’avevano scritta fra le risate, né Giorgio che l’aveva letta fra le lacrime.
Ovviamente, alla sede dell’Inter, trovata dopo varie traversie, nessuno li conosceva né attendeva, non furono neppure fatti entrare, sporchi e sudati com’erano, fermati alla guardiola da un tipo alto ed elegante che più che un portinaio sembrava Giuliano Sarti, il portiere della Grande Inter di Herrera, la squadra che continuò a vincere di tutto anche senza l’aiuto di Carringia.
Alla fine in lui si fece strada la consapevolezza di essere stato preso per il culo alla grandissima, eppure la sua reazione non fu la presa di coscienza che il pallone poteva continuare ad essere un hobby, ma per sbarcare il lunario doveva rompersi la schiena come tutti quelli della sua generazione e della sua terra, e così farsi una famiglia, vivere una vita dignitosa, giocare ancora partite ogni tanto, insegnare ai propri figli quella finta che lo rendeva immarcabile.
Invece abbandonò completamente il pallone. Per un po’ lo ripresero in fabbrica, ma non durò, cambiò numerosi lavori, eppure neanche col passare del tempo riuscì a superare quella tremenda delusione. Così a poco a poco cadde in una brutta depressione, e all’età di trent’anni, che ne dimostrava già venti di più, senza una donna e senza un obiettivo, tornò al paese e lì si arrangiò a sopravvivere, nei momenti buoni, con qualche giornata nei campi a poche lire o solo per un pasto caldo, mentre quando l’oscurità era così forte da non fargli vedere neppure la via di casa allora passava le intere giornate nei bar a spendersi a birra la piccola pensione della madre, lamentando il suo amaro destino a gente che, ancora una volta, lo ascoltava qualche minuto solo per consolarsi che c’era chi stava peggio e poi, indifferente, lo abbandonava lì, con cento lire buttate sul bancone per lavarsi la coscienza e fargli fare un altro bicchiere da un quarto, e a ridere del suo consunto giornale porno sotto il braccio, che certe volte glielo dicevano, se vuoi fare lo sporcaccione, almeno non farti notare, fai come fanno gli altri, nascondi la rivista dentro un quotidiano.
Carringia – che il soprannome nonostante tutto gli è rimasto – quella rivista la porta ancora sotto il braccio, ma non per mancanza di discrezione, tutto il contrario, perché i sogni non glieli estirpi del tutto neppure a un vecchio alcolizzato di settant’anni, quanti ne ha ora.
Certe sere se ne va verso il cimitero – che la gente pensa vada a pregare o addirittura che parli coi morti, quel pazzoide – sale a fatica la scarpata sottostante al muro di cinta, si accovaccia dietro ad un cespuglio di ginestra, nello stesso posto dove tanti anni fa c’erano gli spalti di quel campo improvvisato, tira fuori il porno, si mette comodo e, con studiata lentezza lo apre alla pagina centrale, dove c’è la modella del mese, la più provocante.
Ma a lui le tette della pin up non interessano affatto, o meglio, non in quel momento e in quel posto. E’ ben altro che vuole guardare, di cui vuole ancora una volta godere. Sotto al poster, ben nascosta agli sguardi ed alle prese in giro, conserva la pagina della Gazzetta del 13 agosto 1966, del giorno in cui il presidente Angelo Moratti aveva preso la sacrosanta decisione di ingaggiare nell’Inter quel giovane campione.
E da quell’antica tribuna ora coperta di rovi, se hai occhi buoni e soprattutto cuore e voglia di sognare, pure a distanza di quasi cinquant’anni lo puoi ancora veder volare sulla fascia destra, lungo il torrente, a seminare avversari come birilli, fra gli applausi dei tifosi, agile e imprendibile come una farfalla.
giovedì 18 luglio 2013
Cose belle
Mia figlia l'altra notte aveva paura di addormentarsi.
Le propongo di pensare a cose belle.
E' così che mi diceva mia madre quando ero io ad avere paura.
"Sì, papà, ma quali sono le cose belle, me ne suggerisci qualcuna?"
Le cose belle.
Ognuno ne ha di proprie, per addormentarsi.
Una bella ragazza, un incontro mai avvenuto, che nel sonno puoi far avverare.
Una spiaggia al tramonto, leggere ascoltando il mare.
Il ritorno di un amico partito tanto tempo prima.
Un mondo divertente in cui tutti parlano in rima.
Fiumi di gelato, colline di caramelle.
Gattini soffici e morbide ciambelle.
E periodi in cui per riuscire a riposare sognavo di gettarmi dal balcone.
L'unica via per figurarmi un po' di quiete, l'estrema ribellione.
O, ancora, essere il Sindaco, ma no, che dico, Dio
usare il mio potere per giungere all'oblio.
Le cose belle, figlia mia ...
Fammi posto, ci facciamo compagnia.
Clic.
Le propongo di pensare a cose belle.
E' così che mi diceva mia madre quando ero io ad avere paura.
"Sì, papà, ma quali sono le cose belle, me ne suggerisci qualcuna?"
Le cose belle.
Ognuno ne ha di proprie, per addormentarsi.
Una bella ragazza, un incontro mai avvenuto, che nel sonno puoi far avverare.
Una spiaggia al tramonto, leggere ascoltando il mare.
Il ritorno di un amico partito tanto tempo prima.
Un mondo divertente in cui tutti parlano in rima.
Fiumi di gelato, colline di caramelle.
Gattini soffici e morbide ciambelle.
E periodi in cui per riuscire a riposare sognavo di gettarmi dal balcone.
L'unica via per figurarmi un po' di quiete, l'estrema ribellione.
O, ancora, essere il Sindaco, ma no, che dico, Dio
usare il mio potere per giungere all'oblio.
Le cose belle, figlia mia ...
Fammi posto, ci facciamo compagnia.
Clic.
venerdì 12 luglio 2013
Oggi non si scrive nulla, domani sì
E' questo il destino di un paese in crisi.
Partorire uomini in crisi. Economica, sentimentale, di identità.
E allora ci si barcamena, ci si adatta, ci si industria.
Se prima percorrevi i viali in cerca di una prostituta, ora li percorri in cerca di un'auto che si fermi e che ti carichi.
Se prima l'amore era un'optional, ora ti accontenti del modello base.
Se prima eri Nessuno, atteggiandoti ad un novello scaltro Ulisse, ora non sei nessuno e basta.
E quando leggi la stantia battuta "oggi non si fa credito, domani sì", sei addirittura portato a crederci, e ti segni l'appuntamento per la mattina successiva.
Per una nuova illusione, per una nuova delusione.
martedì 11 giugno 2013
America America
Questo è il mio destino. In America mi chiamano Italiano, qui in Italia Americano.
(Antonio Margariti, America America, ed. Galzerano)
E di colpo mi accorsi che il mio paese non era più mio.
Ricordo ancora il mio stupore quando, dall'Uruguay, rientrò Antonio re Zaccheo.
Che, mi disse mio padre, era emigrato all'inizio degli anni '50, e fino alla metà dei '90 non era più tornato al paese. Mi domandavo come doveva sembrargli, a lui che che come tanti altri, era scappato decenni prima dal tardo medioevo cilentano per cercare fortuna nelle americhe. E che la fortuna non gli aveva arriso, tanto che per oltre quarant'anni non si era potuto neppure permettere l'acquisto del biglietto per un viaggio nella sua terra d'origine, e solo ora che era ormai anziano e malato, i parenti rimasti qui avevano fatto una colletta per rivederlo.
Provavo ad immaginare il paese degli anni '50, per come me l'avevano raccontato i miei genitori, i miei nonni. Un piccolo borgo di case rurali, abbarbicato intorno al castello ed alla chiesa, ancora privo di luce elettrica e acqua corrente nella maggior parte delle case, con le fogne che scorrevano a cielo aperto lungo la via principale, con la scuola elementare ospitata in case private, con il municipio itinerante, con l'unica bettola dove si poteva bere vino e acquistare pochi generi di conforto.
Le donne con ancora indosso il costume tradizionale, trasportare sulla testa le bombole piene d'acqua potabile presa all'unica fontana nella piazza. Gli animali, maiali, galline, conigli, a condividere le abitazioni con i proprietari. Le strade ricoperte di sterco. E le porte aperte, d'estate e d'inverno.
Antonio re Zaccheo, appena tornato, non era certamente arrivato nell'Eldorado, ma non restava traccia evidente, quarant'anni più tardi, di quell'arretratezza economica e morale. Le macchine di buona cilindrata al posto degli asini, le case con i confort moderni al posto dei tugurii in cui una stanza veniva condivisa da decine di persone, in quel Cilento che io, pur non avendolo vissuto, ho sempre immaginato simile alla descrizione della Lucania da parte di Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli. Antonio lo conobbi giocando a carte nel bar, usava ancora quel dialetto stretto che molti qui avevano già difficoltà a comprendere, inframmezzato da qualche fonema similispanico. Mi disse che molti dall'America latina avevano sempre accantonato l'idea di tornare, perché pensavano il paese fosse ancora quello che ricordavano e dal quale erano fuggiti, ma la realtà, mi confidò, era che si vergognavano di dimostrare che quella fuga non aveva dato buoni frutti, che chi era rimasto stava molto meglio di loro, che lì si erano semplicemente arrabbattati in mille mestieri, senza mettere da parte un soldo, riuscendo solo, con difficoltà a sopravvivere. Lo sentii più volte dire che, però, ormai, non si sentiva più a casa qui, non conosceva quasi nessuno, salvo i pochi coetanei ancora vivi, e del paese come lo ricordava non era rimasto più nulla. Dopo qualche tempo i parenti fecero una nuova colletta e lo rispedirono in Uruguay, dove morì alcuni anni più tardi, sapemmo per caso.
Ho pensato ad Antonio ieri sera, quando per caso mi sono imbattuto su Facebook - su Facebook! - nelle fotografie di una festa che si è svolta nella piazza del mio paese. Che dista cento metri da casa mia, e della quale non sapevo nulla.
Non conoscevo i volti della maggior parte dei ragazzi, non sapevo cosa si festeggiasse (ho saputo, poi, la promozione della locale squadra di calcio), e non mi ero accorto ancora che quei ragazzi non ero più io, che le feste non le organizzavo più io, che i giorni e le notti del mio paese non erano più miei, che il mio paese non è più mio.
Faceva fresco, e sono uscito per strada, inquieto.
I miei amici non ci sono più davanti al bar dove giocavamo a carte, sostituiti da altri che inquadro soltanto per le somiglianze con i loro padri e madri; nei vicoli dove giocavamo con le biglie fra le buche del selciato, c'è asfalto uniforme. Il pallone si gioca solo sul campo sportivo e non nel cortile della scuola, dove passavamo le nostre giornate, mentre ora c'è un parcheggio. E sotto l'arco, dove fermavamo le ragazze che uscivano dalla chiesa, non c'è più la sala giochi e il juke box con le canzoni dei Marillion che avevo fatto mettere io, non ci sono le panche dove sedevamo a prendere il fresco, a mangiare il gelato, a scambiarci sorrisi e baci e progetti buoni solo a fare mattino.
I miei amici non ci sono più davanti al bar dove giocavamo a carte, sostituiti da altri che inquadro soltanto per le somiglianze con i loro padri e madri; nei vicoli dove giocavamo con le biglie fra le buche del selciato, c'è asfalto uniforme. Il pallone si gioca solo sul campo sportivo e non nel cortile della scuola, dove passavamo le nostre giornate, mentre ora c'è un parcheggio. E sotto l'arco, dove fermavamo le ragazze che uscivano dalla chiesa, non c'è più la sala giochi e il juke box con le canzoni dei Marillion che avevo fatto mettere io, non ci sono le panche dove sedevamo a prendere il fresco, a mangiare il gelato, a scambiarci sorrisi e baci e progetti buoni solo a fare mattino.
I giovani mi salutano, mi rispettano perchè sanno chi sono, cosa ho fatto, a chi appartengo, ma non sono più uno di loro. Il tempo è passato, e senza rendermene conto, parafrasando Antonio Margariti nell'immortale America America, sono diventato uno straniero nel mio paese.
mercoledì 5 giugno 2013
Tempi duri
Ho finalmente recuperato l'album dei Tempi Duri, per chi non lo sapesse una band che aveva come cantante Cristiano De Andrè, e che faceva delle canzoni inedite che suonavano come pseudo-cover dei Dire Straits (da lì il nome della band, che, appunto, ne era una libera traduzione in italiano).
Niente, solo per dire che negli anni 80 e fino alla prima metà dei 90, le belle canzoni, quelle che ti emozionavano davvero, si sprecavano, anche una piccola band come questa era capace di sfornare dei gioiellini, una per tutte Gabbia, poi contenuta anche nel primo album da solista di Cristiano.
Mentre ora sfido chiunque a citarmi una canzone davvero, davvero bella da dieci anni a questa parte. Ce ne sono alcune che emergono dal piattume generale, ma solo perché intorno c'è quel piattume. In senso assoluto, non sento capolavori in giro. Non sarà che, davvero, tutte le combinazioni possibili per le sette note si sono davvero esaurite? Infatti, quando sento le varie Emma, Chiara, Alessandra, Loredana ecc., non riesco a distinguerle, mi sembra sempre lo stesso brano. Idem per Mengoni, Carta, Scanu, diverse declinazioni per lo stesso fenotipo, voce da castrato settecentesco, e voglia dell'ascoltatore di autocastrarsi pur di non sentirli più.
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