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domenica 9 novembre 2014

Coazione da Tiffany

Scendete dal letto sempre con lo stesso piede?
Nient'altro che scaramanzia. Superstizione.
Ma non dovrebbe aver ragione d'essere, stolido retaggio apotropaico.
Che porta alcuni scettici ad affermare che "la superstizione porta sfortuna" (Raymond Sullivan)

Scendete dal letto sempre con lo stesso piede, ma facendo almeno sette saltelli e ripetendoli per sette volte nel caso in cui sbagliate la sequenza?
Avete un disturbo ossessivo compulsivo. D.O.C.
E io di D.O.C. sono un caso doc. Consumo interruttori e lampadine a forza di accendere e spegnere luci non convinto di averlo fatto, suole di scarpe nel tentativo obbligato di ripercorrere sequenze predeterminate di percorsi lungo i bordi o gli incroci delle mattonelle. E mille altre piccole cose. Che non mi complicano la vita più di tanto, per fortuna (ma la fortuna esiste davvero?), semplicemente talvolta me la rallentano un po', e non è detto sia una male. Anzi, se il D.O.C. di giornata mi costringe a pestare una cacca, la cosa potrebbe anche portare inattesi sviluppi positivi, se dopo sono costretto ad entrare in casa di una persona che mi sta amabilmente sulle scatole.
Dai diamanti non nasce niente, ecc. ecc.
Poi c'è l'aneddoto non so più se vero o inventato che racconto da troppo tempo, delle due strade che portano entrambe allo stesso posto ma una ben più lunga e tortuosa ma che mi sento costretto per le ragioni di cui sopra a percorrere, e però mi salva la vita perché proprio in quel momento sull'altra si abbatte un albero dal ciglio della strada, e che mi avrebbe sicuramente investito.
E in quei casi come fai a disfarti più dei tuoi compagni di viaggio?
Perché è così che io li vedo. Simpatici attenti folletti (gli angeli custodi hanno compiti più importanti), che mi guidano a girare da destra e non da sinistra di una poltrona, a saltare l'ultimo scalino, a calpestare quel tombino e non quell'altro... Che ne so io delle linee di forza che in tal modo evito di infrangere, dell'equilibrio del mondo e del mio essere che in tal modo contribuisco a mantenere integro? Se me lo dicono loro che fanno parte del piccolo mondo sarà sicuramente giusto, una condotta da seguire senza alcun dubbio e senza troppi ripensamenti.
Perché, ripeto (ah ah ah!), sinora mi è sempre andata bene con questa coazione a ripetere gli stessi gesti.
Se fossero stati cattivi consiglieri, mi avrebbero spinto a compiere gesti inconsulti.
Tipo comprare costosi gioielli alle persone amate ad ogni ricorrenza, come fanno alcuni uomini di mia conoscenza o si aspetterebbero donne di mia conoscenza. 
Cose che per fortuna i miei spiritelli non mi fanno fare mai, o quasi mai. 
E quella volta che è capitato, è stato un unicum.
Nessuna coazione da Tiffany.

Saltello.
Saltello.
Click.

giovedì 30 ottobre 2014

Proust e la conserva di pomodoro.

Non è una novità. Ci aveva pensato il buon Proust nella Recherche, inzuppando nel te' e nell'immaginario collettivo di milioni di lettori le sue petit madeleine dotate del potere magico di sprigionare il ricordo di attimi già vissuti, già visti. Dejà vu.

Non è una novità, però ogni volta che accade questo piccolo miracolo si rimane colpiti dalla nitidezza della visione del passato che, come in una macchina del tempo, scaturisce da un gesto, un profumo, un oggetto, scrigni di antiche sinestesie che d'incanto ci riportano a quel tempo ormai perduto ma tanto ricercato.

Non è una novità, ma quel che mi è capitato credo abbia i connotati dell'eccezionalità.
Perché la mia occasionale petit madeleine ha svolto la sua funzione rievocatoria non solo per me ma anche per altri, da un punto di vista diametralmente opposto. E questo il buon Marcel non so proprio se l'avesse ipotizzato.

Ho ripreso la mia vecchia Fiat 500 del '69, per lunghi anni rimasta parcheggiata in garage, in realtà meritevole - con i suoi 350.000 km - di quel dignitoso pensionamento che a me, della sua stessa età, le riforme che si susseguono rendono sempre più utopistico. Così, per evitare questa ingiustificata disparità di trattamento ho pensato di farla tornare sulla breccia, forte dei suoi consumi ridotti e della sua capacità innata di trovare parcheggio dove non si sospetterebbe. Certo, la capote faceva acqua da tutte le parti, la ruggine si stava impadronendo della carrozzeria, il motore necessitava di un'aggiustatina, ma all'interno quel profumo, ragazzi, quel profumo... Quello buono di decine di viaggi Salerno - Milano e Salerno - Roma, con me incastrato nei mille pacchi e pacchettini con i quali i miei genitori la caricavano di ogni ben di Dio tutte le volte che, finite le vacanze, dal paese si ritornava in città. Quell'afrore di olio, vino, patate novelle, conserve, bottiglie di sugo di pomodoro, biscotti fatti in casa, e insieme di infanzia felice, di nonni, di bontà, di tanta vita davanti.

E poi, rimessa a nuovo, l'ho lanciata ancora una volta, dopo tanti anni, per le nostre piccole strade, dove all'inizio le persone che incrociavo a bordo delle loro non mi riconoscevano, abituati a vedermi in una macchina diversa, ma poi... poi è capitato che una persona dell'età di mio padre mi ha avvicinato raccontandomi la sua emozione nel rivedere in pista la gloriosa 500, la cui apparizione improvvisa l'aveva riportato ai felici momenti in cui, ormai quarant'anni fa, il suo caro amico Domenico tornava da Roma e il passaggio di quella macchinina simboleggiava qualche settimana di spensierate chiacchierate, partite a carte, passeggiate in montagna in cerca di funghi ma in fondo soltanto scuse per ritrovarsi e raccontarsi le loro vicende quotidiane di amici separati dall'emigrazione e dalle vicende della vita.
"Avvocà, che sciddico re còre, m'è parso ca tornava n'ata vota Minicuccio..."
No, ero soltanto io, ma l'emozione ce la siamo goduta insieme. Doppia.
Ed è stata l'occasione per giocare ancora una volta lo sport che mi riesce meglio: i tuffi nel passato.
Dai quali come al solito esco con gli occhi rossi.
Di pianto o di sugo, stavolta non importa.



lunedì 13 ottobre 2014

L'ultima ora

Ascoltare un notturno di Chopin t'induce alla meditazione.
Il fatto che fuori ci sia il sole e che sia un autunno ben più caldo dell'estate appena trascorsa può essere solo un dettaglio, in certi giorni in cui ti sorprendi a pensare che il tuo presente non sia altro che passato. Che tu, pur permanendo ancora su questo piano di esistenza, non sei in realtà un contemporaneo. Il mondo è andato avanti (e se avete mai letto la saga della Torre Nera di S. King potreste sapere che non è necessariamente un progresso, anzi) e tu non te ne sei accorto, hai creduto di essere ancora al passo, che il tuo essere brillante (sempre a detta del protagonista dei tuoi selfie) fosse segno di attualità e non soltanto il luccichio della cromatura di un'auto d'epoca tirata a lucido per una serata particolare, per una sfilata, e poi di nuovo parcheggiata in garage a crogiolarsi nelle illusioni delle curve delle donne di una volta e ora solo dei propri parafanghi.
Perché scioccamente ho sempre visto l'essere fuori tempo come una qualità, una particolarità, un segno distintivo, come l'essere parte di coloro i quali potevano affermare cantando "non è tempo per noi e forse non lo sarà mai", e non come un semplice anacronismo.
E allora mi nascondo dietro pensieri altri, fingo ancora una volta di essere in grado di dire la battuta tranchant, di essere simpatico, intelligente e non soltanto strano, quando chiedo ai miei amici se hanno presente quei giochi in cui intrecciando le mani in un certo modo puoi ingannare le percezioni neurosensoriali per cui ti sembra di muovere l'anulare è invece è il medio. E poi quando hanno capito, inizio a raccontare di come quella mattina mentre mangiavo un grissino ero andato a fare pipì.
E se qualcuno per caso la capisce e invece di andarsene si mette a ridere cresce il mio ego.
Ed evito di confondere almeno quello con un grissino.
E poi succede quella cosa che improvvisamente la ragazza che ti sembra attraente invece di dirti "ciao" come a un coetaneo ti saluta con un "buonasera" (ed è successo già diversi anni fa!), che poco ci manca si offra di aiutarti ad attraversare la strada.
E poi succede che passi davanti al tuo vecchio liceo, osservi le sbarre alle finestre della tua classe del ginnasio al piano terra, attraverso le quali il salumiere lì di fronte ci passava il panino alla ricreazione e quasi lo senti ancora il profumo di quel pane fragrante e di quella pancetta tagliata sottile e poi ti volti e quell'alimentari non c'è più, sostituito da un outlet, e mentre sei lì a rimuginare l'occhio ti fugge dentro a quell'aula e tutto è uguale e tutto irriconoscibile, come un film di serie b, quelli che il personaggio improvvisamente non conosce più nessuno e nessuno lo riconosce nonostante i luoghi siano gli stessi. Infatti non sono io quello in seconda fila, la ragazza con i capelli biondi al primo posto davanti alla cattedra si volta e sorride ma non è Maria, lei sarà in un altro multiverso, retta parallela che non incontrerò mai e forse è meglio così, perché sarebbe soltanto uno specchiarsi nelle rughe dell'altro. Ci saluteremmo da lontano, come faccio con quella ragazza ricambiando il sorriso, magari mi ha scambiato per il genitore di qualche suo compagno. Anche con lei rette parallele. Non ci incontriamo mai, al limite un saluto da lontano se la maledetta geometria almeno questo lo permette.
Mi allontano rapidamente e mi consolo pensando che in fondo forse la scuola la possiamo mitizzare soltanto quando sono passati decenni, mentre allora, come tutti credo, l'ora di lezione preferita era sempre l'ultima.
Ascolto un notturno di Chopin e m'illudo di essere anch'io attuale come lo è anche dopo due secoli quel meraviglioso compositore polacco. Ma mentre lui è assolutamente senza tempo, il mio è passato senza accorgermene. "Ed è tutto tempo sprecato", cantava l'autore di questo post ormai più di vent'anni fa, ventenne e già interamente calato nella sua parte di protagonista non del film ma soltanto dell'intervallo fra i due tempi. O meglio, come quello che esce nella pausa a comprare le patatine e trova un sacco di fila e quando rientra in sala il secondo tempo è già inoltrato e nonostante s'impegni da quel momento in poi non capisce una mazza.

venerdì 19 settembre 2014

Ah, felicità...

Un buon metro della felicità e' quante cose ti son piaciute. Stasera ho voglia di un po' di felicità, e siccome qualcuno ha detto che i veri piaceri risiedono sempre nella memoria, mi va di ricordare il profumo delle figurine panini appena scartate, i miei primi accordi di chitarra acustica, le storie di topolino degli anni settanta, pezzi di vetro cantata in diecimila al concerto di de gregori nell'88 a Roma, pezzi di vetro cantata in due, solo in due, una notte di tanti anni fa fingendo indifferenza e montando desiderio, le corse sulle montagne russe dell'Edenlandia a Fuorigrotta col cuore in gola, il cannocchiale sul Gianicolo dal quale abbracciavi tutta Roma, le parole taumaturgiche di mia madre che mi teneva la mano accanto al letto, dormi che ti passa, l'accento siciliano di una ragazza conosciuta per caso, il sorriso all'entrata della chiesa e l'extrasistole di te che aspetti all'altare, quelle giornate al mare tutti insieme, ancora spensierati, quegli esami dall'esito negativo e un profondo sospiro di liberazione, l'orgoglio per una promozione, gli applausi scroscianti per una tua creazione e l'abbraccio in privato, di soddisfazione, una vittoria che non sapevi ancora peggiore di una sconfitta, la fierezza di una schiena sempre e comunque diritta, il ritorno di un amico che credevi perduto, un messaggio inatteso di chi non sentivi da tanto, una promessa che allora credevi mantenuta, il finire di una serata come avevi sognato, una caramella al miele, un gelato, un libro e un po' di te. Volutamente senza accento.


lunedì 15 settembre 2014

Confidate nelle imitazioni

Il camaleonte, dalla sua foglia, guarda contemporaneamente me e la libellula. Magie della visione stereoscopica. Uno schiocco di lingua è sufficiente per capire che mi ha dimenticato, la scelta del piacere immediato e sicuro è preferibile rispetto alla curiosità momentanea per un essere così diverso da sé.
Lo osservo mentre consuma il pasto. Una bocca con le ali. Altro che Eros e i suoi cuori che volavano via. Ora sono solo le nostre parole ad essere alate. Il camaleonte sta declamando che è la sua natura, la libellula ha concluso il percorso per consentire a lui di proseguire il suo.
Verde, come la foglia su cui è posato. Al verde, in questi tempi di crisi, siamo tutti. Se si posasse sul mio portafogli sarebbe ancora più smeraldino. Eppure continuiamo a fingere un tenore di vita che non potremmo permetterci, usando anche noi la mimesi. La biologia e la nostra capacità di adattamento ci hanno insegnato la strada. Scrivo e mi fingo scrittore e poeta per essere accettato dagli scrittori e dai poeti, finti per definizione: chi parla mai in versi nella vita reale? Solo gli animali usano i versi. E quale sarà quello del camaleonte? "Color colore, fuggo al dolore, diverso mi fingo e altrove mi spingo".
Le finzioni, le imitazioni, il pretendere di essere altro ("pretend to be"), per ridere, per far ridere, per spiazzare. Mi riescono male le imitazioni, faccio Berlusconi, ma lì son buoni tutti. Ma chi altro? Nessuno, credo. Così provo ad imitare le voci che nessuno ha mai sentito, Napoleone mi viene identico, conciono tal e quale a Cicerone. Il principe dell'oratoria. Parole piene di vuoto, parole che fingono di essere alte e sono solo altre, vane emissioni sonore delle corde vocali con la gabbia toracica a fare da cassa armonica, dammi un la per accordarci sulla stessa tonalità. Ma tu, invece, ti fai più in là, come il camaleonte cambi ancora colore per non avere più il mio. Ma qual era, poi? Un arcobaleno, metti il camaleonte su un arcobaleno e non sbaglierai. Io, come lui, per te ho tutti i colori senza esserli davvero. E continuo a scrivere, cercando di essere me stesso senza riuscirci mai davvero, parlo e sto zitto come un muto, sto zitto e parlo come un mimo, come Marcel Marceau, il più famoso che, estremo paradosso, ha scritto meravigliosi aforismi, ci ha insegnato che è bene tacere ogni tanto, parlare solo se si ha davvero qualcosa da dire; il suo incontro con Mel Brooks, l'unica parola "Non", "No"; un mimo parlante, l'ossimoro stridente che richiama quello del camaleonte, il fenomeno cangiante.
L'ho lanciato in aria, ed è diventato trasparente, invisibile, volevo riprenderlo ma era svanito, non l'ho più trovato, come te, come le nostre promesse che sono finite come tutte le parole degli amanti nell'acqua e nel vento. Oportet. E' così che va, così che bisogna fare. 
Ma io non mi arrendo, e continuo a scrivere. Perché una storia non è mai finita per sempre, c'è sempre un seguito e io lo inseguo. Il camaleonte non è davvero scomparso, sta semplicemente amando. E solo chi ha fantasia in supremo grado potrà immaginare e saper descrivere il colore di un camaleonte abbracciato ad un altro camaleonte.

sabato 6 settembre 2014

Ricreazione

Jean-Lambert Pickman era un mentalista belga attivo alla fine dell'800, famosissimo anche in Italia, i suoi spettacoli teatrali sulla trasmissione del pensiero attrassero eminenti studiosi dell'epoca fra cui Cesare Lombroso, il padre della criminologia, che ne certifico' la effettiva capacità di leggere nella mente degli altri, in particolari condizioni.
Dopo aver riletto un saggio in argomento dei professori Grimaldi e Fronda del 1896, ho voluto anch'io sperimentare la mia attitudine al mentalismo.
Ho detto a mia figlia di pensare intensamente un numero da uno a dieci mentre io le stringevo le mani e la guardavo negli occhi per indovinare.
L'esperimento è' riuscito dieci volte su dieci.
Poi le ho detto di disegnare qualcosa su un foglio, mentre io nell'altra stanza dovevo provare a intuire e disegnare a mia volta la stessa cosa.
Anche in questo caso il risultato e' stato positivo.
Infine le ho chiesto di darmi un comando mentale e io lo avrei eseguito alla lettera, e così è' stato.
Non può essere, starete pensando.
E ho indovinato anche questo.


Sapendo che si dorme a fatica, approfitto per predispormi a piacevoli viaggi onirici. Difatti, scelta Scarlett Johansson come partner siamo usciti a cena. Lei era splendida, disponibile, solo che io avevo un po' di colite e non ho mangiato quasi nulla. Poi, cercando intimità, lei pensava ad un vino d'atmosfera, ma sono astemio, acqua naturale. Infine, in albergo, mentre lei mi aspettava sul letto in un'elegante vestaglia di seta slacciata nei punti cruciali, armeggiavo con la scheda e non riuscivo a chiudere la porta della camera, la luce era saltata, ho provato a cercare la fessura illuminando con l'accendino ed è' partito l'antincendio. Scarlett e' uscita di corsa dalla camera e dal mio sogno. Sono il Freddy Kruger di me stesso, unico caso in cui negli incubi mi metto paura da solo.


Mi piacciono i fumetti, l'etimologia delle parole, i baiocchi del mulino bianco, le donne a cui piaccio, quelle che ridono con me e non di me, i Dire straits e i Supertramp, la pioggia col sole, le serate estive in campagna in cui si vedono lucciole e stelle, le caramelle, le bonarie prese in giro, gli amici di una volta, leggere dopo pranzo, il giro di sol, camminare fingendo di avere una meta, le persone timide e auto ironiche, chi crede poco in se stesso e molto negli altri, le storie a lieto fine in cui però muore qualcuno dei buoni, i panettoni con i canditi, i quadri di Corcos... E soprattutto la cosa che più mi da' piacere e' creare. Una canzone, una storia.
Una emozione che si ripete ogni volta, sempre uguale e sempre diversamente irresistibile, che non mi basta mai. Creare, ancora e ancora. Sentirsi Dio. Anzi, da Dio.
Come un orgasmo, non a caso da noi campani definito l'arricrìo, il ricrearsi, la ricreazione, il nuovo Eden. Che era il paradiso terrestre ma anche un cinema porno a Salerno ai tempi dell'università.
Che finale perfetto che ho creato, sono proprio soddisfatto.
M'aggio arricreato.

giovedì 4 settembre 2014

Il pesciolino che voleva volare

C’era una volta un pesciolino che voleva imparare a volare.
Peccato che la sua casa non fosse un comodo nido su un albero da cui spiccare facilmente il volo, ma un profondo specchio d’acqua lacustre.
Egli era molto ma molto curioso, e il piccolo habitat subacqueo in cui trascorreva le noiose giornate, a malapena illuminate dai pallidi raggi del sole che filtravano sotto la superficie e le lunghe e buie notti insonni (sappiamo bene che i pesci non dormono mai!), non bastavano a soddisfare la sua brama di conoscere il mondo.
Non gli era sufficiente neppure il monotono panorama che talvolta osservava da sotto il pelo dell’acqua, un fitto bosco che circondava il lago e quasi oscurava anche la vista del cielo.
Il padre provava a rincuorarlo spiegandogli che si trattava soltanto di desideri passeggeri frutto della tipica irruenza giovanile, ma che col passare del tempo avrebbe apprezzato il luogo in cui la natura aveva destinato la loro specie, ed anzi lo aveva più volte avvisato di non affacciarsi sul pelo dell’acqua perché poteva essere molto pericoloso. Ma il pesciolino non si dava pace. E non gli fu certo di giovamento l’incontro con un salmone che, tornato nelle acque del lago dopo aver risalito per lunghi chilometri la corrente, gli raccontò della vastità degli oceani, dello spettacolo della terra in tutte le sue manifestazioni, dei colori, dei profumi, dei suoni, delle albe e dei tramonti, delle infinite specie animali e vegetali che aveva incontrato nel suo lungo cammino.
Lo pregò di portarlo con sé nel suo prossimo viaggio, ma il salmone spiegò che non tutti potevano allontanarsi dal luogo di nascita e il pesciolino non era fra quelle fortunate specie.
Così, ancora più triste e sconfortato, il pesciolino si diresse verso la riva per rimanere da solo per un po’ a smaltire la delusione. Si fermò sotto un piccolo pontile.
D’un tratto sentì dei rumori. Passi umani. Riconobbe le voci, simili a quelle che talvolta aveva sentito provenire dalle barchette che solcavano l’acqua del lago. Non però cupe come quelle dei pescatori, ma dal suono squillante e cristallino. Probabilmente, pensò, si tratta di cuccioli umani e, curioso come al solito, si predispose ad ascoltarli.
Non hai proprio idea di cosa ho sognato stanotte!” disse uno di loro.
Ce l’ho eccome, avrai immaginato di segnare un gol nella finale dei mondiali!”
Ma no, ancora più bello! Ho sognato di saper volare e non puoi credere quanto sia stato emozionante! Avevo lunghe ali bianche ed ho planato su mari e monti, fiumi e laghi, paesi e città, fino a sfiorare il sole!”
Il pesciolino era assolutamente rapito da quel racconto, sembrava che quel sogno avesse reso reali tutte le sue fantasie. Tornò velocissimamente a casa per provare quello che aveva descritto il bambino: doveva assolutamente sognare anch’egli di volare. Era l’unico modo per poter finalmente soddisfare la sua curiosità di vedere tutto dall’alto. Peccato però, come già abbiamo ricordato, che i pesci non dormano mai e perciò non possano sognare!
A nulla, dunque, valsero tutti i suoi sforzi. Non servì infilare la testa nella sabbia come un pesce-struzzo né contare i pesci-pecora fino allo sfinimento o assumere tisane di camomillalghe, niente da fare, i suoi occhietti privi di palpebre rimanevano sempre apertissimi sul quel piccolo fondale buio,  e non c’era modo di poter provare neppure in sogno l’ebbrezza del volo.
La tristezza diventò sempre più profonda e da quegli occhi incapaci di dormire sgorgarono tante piccole e vane lacrime che si confusero con le gocce d’acqua del lago.
“E’ la nostra natura”, gli ripetevano i genitori quando lui tornava sull’argomento, “i pesci non volano, ma anche nuotare, in fondo, è come volare. Noi lo facciamo in un mare d’acqua e gli uccelli in un mare d’aria, ed è bene per entrambi rimanere ciascuno nel proprio regno”.
“Sì, però gli uccelli possono vedere il mondo grande e lucente, mentre noi siamo prigionieri di questo lago piccolo e buio”.
“Ricorda, figliolo, le mie parole”, disse il padre, “anche il luogo più bello del mondo può diventare una prigione se non si accetta la propria natura, e anche in un mondo piccolo e buio si può vivere un’esistenza felice se ci si accontenta di quello che ci ha dato il Creatore”.
Ma il pesciolino si era già allontanato. Quelle del padre gli sembravano soltanto vuote frasi di circostanza che nascondevano la realtà: i pesci non possono volare e così non vedranno mai nulla di bello.
Perso in quei pensieri era risalito distrattamente oltre il pelo dell’acqua dimenticandosi degli avvertimenti dei genitori, quando d’improvviso un’ombra lo ghermì e lo strappò dalla protezione del lago. Si ritrovò in un attimo nel becco di un gabbiano che dopo la pesca fruttuosa puntava dritto verso il sole.
Il pesciolino vide lo specchio d’acqua diventare sempre più piccolo, fino a sembrare un puntino d’argento perso nel verde. Durante il volo riuscì finalmente ad ammirare monti, vallate, case dai tetti rossi e bambini che giocavano nei cortili, campanili svettanti e comignoli fumanti e incontrò altri stormi di uccelli che nuotavano in quel mare d’aria come gli avevano detto i genitori. Si sentì finalmente libero, padrone del mondo.
Provò a parlare per esprimere la sua gioia, ma l’aria non era il veicolo giusto per trasportare il suono delle emozioni di un pesciolino fuor d’acqua. Allora si limitò a pensare.
 “Non sono mai stato più felice di così”.
E fu il suo ultimo pensiero. Il gabbiano sollevò il collo con un rapido movimento e lo inghiottì. Se ci fosse stato il tempo, se avesse compreso la situazione, avrebbe ricordato i genitori, i loro consigli, le ultime parole affettuose. Magari rammaricandosi di non aver dato loro ascolto. Oppure chissà, avrebbe semplicemente creduto di essere riuscito a sognare, come il bambino sul pontile in quel  giorno recente eppure ormai lontanissimo.

E’ la nostra natura”, si disse il gabbiano. Che a sua volta, da quando era nato non aveva avuto altro desiderio che tuffarsi fra le onde.