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sabato 28 gennaio 2017
Train de vie
Durante i lunghi viaggi in treno adoro osservare le persone. Si crea quell'intimità un po' voyeuristica che ti permette di guardare gli altri fregandotene del pudore. E allora ti perdi a immaginare le storie che stanno dietro, accanto, di fianco alla coppia calabrese sessantenne, la moglie dittatrice e il marito succube, alto un metro e qualche pollice, strutturato per treni ottocenteschi con il vano portabagagli ad un'altezza consona alle stature medie dell'epoca, e del tutto inadeguato a riporre, senza una scaletta, il proprio giaccone in alto nel ripiano che per lui deve essere come la cima dell'Empire State building. E poi c'è la coppia così esteticamente male assortita di lei bellezza olivastra e lui albino dai capelli lunghi e la vista geneticamente corta che si sparano selfie, e io mi chiedo curioso quale filtro usino e se magari le loro foto siano in bianco e e nero o magari in negativo. E la signora che si è addormentata mangiando il panino ed è rimasta così, con il gomito flesso e ad ogni sussulto del vagone sui binari dissemina briciole sul suo maglione rosso. E poi c'è la ragazza bionda di fronte a me, che legge fotocopie rilegate di un manuale di sceneggiatura cinematografica, ma ogni pochi paragrafi si guarda nello smartphone, si sistema i capelli, forse lo usa come specchio o magari anche lei, con i selfie, documenta i segmenti di questo viaggio, consapevole che non è il tempo a trascorrere ma siamo noi a cambiare, chissà quanto impercettibilmente, in ragione dello sguardo che gli altri posano su di noi. Al quale ci adeguiamo, a volte, cercando di essere non tanto quel che non siamo, bensì proprio quelli che siamo, convinti a torto o a ragione che possa essere, quella consapevole, la nostra versione migliore. Il signore di mezza età è andato in bagno (speriamo la carta igienica sia in basso), la ragazza di fronte a me continua a passarsi le dita fra i capelli, nel finestrino scorre una nuova stazione. Non è ancora la mia, e nuovi passeggeri stanno salendo a bordo. Il viaggio nelle loro vite può continuare.
sabato 17 dicembre 2016
No reset, no regret
Resettare.
C'è questa bella parola nuova, che fai, non la usi? Non schiacci quel tasto così invitante?
Cancellare non rende l'idea, manca la ripartenza, il re-set, appunto.
Quel ricominciare da capo dopo aver fatto tabula rasa di tutte le derive emozionali, le passioni viziate, gli inciampi del cuore.
Per tornare a vivere.
Salvo accorgerti che erano proprio le cose che volevi cancellare a far sì, che fra mille ostacoli, ne valesse comunque la pena.
Allora vorresti premere il re-wind.
Ma quel tasto non c'è.
Il vento non torna indietro una volta soffiato, le foglie cadute non si riattaccano più all'albero.
Tornerà primavera, ti dici, e una nuova fioritura.
Tornerà il bel tempo, anche dentro di te.
In fondo anche le stagioni si resettano.
Sarà. Ma se faccio l'anagramma mi esce "estate no". E avanza pure una R, iniziale di rimpianto.
C'è questa bella parola nuova, che fai, non la usi? Non schiacci quel tasto così invitante?
Cancellare non rende l'idea, manca la ripartenza, il re-set, appunto.
Quel ricominciare da capo dopo aver fatto tabula rasa di tutte le derive emozionali, le passioni viziate, gli inciampi del cuore.
Per tornare a vivere.
Salvo accorgerti che erano proprio le cose che volevi cancellare a far sì, che fra mille ostacoli, ne valesse comunque la pena.
Allora vorresti premere il re-wind.
Ma quel tasto non c'è.
Il vento non torna indietro una volta soffiato, le foglie cadute non si riattaccano più all'albero.
Tornerà primavera, ti dici, e una nuova fioritura.
Tornerà il bel tempo, anche dentro di te.
In fondo anche le stagioni si resettano.
Sarà. Ma se faccio l'anagramma mi esce "estate no". E avanza pure una R, iniziale di rimpianto.
sabato 3 dicembre 2016
L'irriconoscenza
Ho letto un dramma di Pietro Carbone (uno scrittore del mio paese, mio amico, che ci ha lasciato qualche anno fa), "L'irriconoscenza", del '61.
Trama semplice, senza sorprese, ma personaggi forti, un po' alla Hugo, se riesco a spiegarmi.
E mi sono ritrovato a riflettere sull'amore come riconoscenza. Non quello apertamente do ut des, tipo mi dai l'esame o una raccomandazione e in cambio vengo a letto con te. No, quello più sfumato del mentore, o quello del datore di lavoro generoso, dell'amico/a che si prende cura e ti sta vicino in un momento particolare, e che normalmente non terresti in considerazione.
Un amore che sa di tenerezza ma che sconfina nella pena. Un amore che può essere approfittamento.
Quella però è forse l'unica strada dell'amore con il passare degli anni. Oppure una facile scorciatoia. Ma a quel punto non è meglio un amore comprato? Con un prezzo, senza illusioni.
E mi sono trovato a fare queste considerazioni pensando a come mi sarebbe piaciuto parlarne con l'autore, invece non è capitato.
E anche al potere della scrittura, della letteratura. Che sei lì a buttare giù dei pensieri, a scrivere storie su una vecchia Olivetti. E qualcuno ancora neppure nato ne parlerà 55 anni più tardi.
Ad amici quasi immaginari, su una tastiera touch, con parole fatte non di inchiostro ma di bytes, che nessuno ricorderà non fra 55 anni ma neppure fra 55 minuti...
Trama semplice, senza sorprese, ma personaggi forti, un po' alla Hugo, se riesco a spiegarmi.
E mi sono ritrovato a riflettere sull'amore come riconoscenza. Non quello apertamente do ut des, tipo mi dai l'esame o una raccomandazione e in cambio vengo a letto con te. No, quello più sfumato del mentore, o quello del datore di lavoro generoso, dell'amico/a che si prende cura e ti sta vicino in un momento particolare, e che normalmente non terresti in considerazione.
Un amore che sa di tenerezza ma che sconfina nella pena. Un amore che può essere approfittamento.
Quella però è forse l'unica strada dell'amore con il passare degli anni. Oppure una facile scorciatoia. Ma a quel punto non è meglio un amore comprato? Con un prezzo, senza illusioni.
E mi sono trovato a fare queste considerazioni pensando a come mi sarebbe piaciuto parlarne con l'autore, invece non è capitato.
E anche al potere della scrittura, della letteratura. Che sei lì a buttare giù dei pensieri, a scrivere storie su una vecchia Olivetti. E qualcuno ancora neppure nato ne parlerà 55 anni più tardi.
Ad amici quasi immaginari, su una tastiera touch, con parole fatte non di inchiostro ma di bytes, che nessuno ricorderà non fra 55 anni ma neppure fra 55 minuti...
sabato 2 luglio 2016
Il pulcino Piero
Il tunnel. E’ una metafora troppo facile, ma se la usano in tanti vuol dire che funziona. E per questa storia, dovunque la si osservi, è perfetta.
C’è una montagna che sembra insormontabile.
L’opera instancabile dell’uomo per realizzare una galleria.
C’è la luce, che sembra si stia finalmente uscendo.
E il timore che si tratti ancora di un treno in senso contrario.
Piero, si chiama il bambino protagonista del nostro racconto.
Il suo nome è quello di un familiare, come spesso si usa.
Ma in realtà è il nome di un pulcino.
Il papà da piccolo vinse un animaletto al luna park. Poteva chiedere un criceto, ma non voleva credere che la vita è una ruota che non porta da nessuna parte. O un pesciolino rosso, che scambiano una busta e mezzo litro d’acqua sporca per l’immensità dell’oceano iscritta nel loro dna. Invece scelse un pulcino, perché i suoi genitori gli dissero che avrebbe potuto tenerlo senza gabbia. E quello lo ricambiò subito, con un imprintingpotente, di quelli da incubatrice, che mamma gallina non l’hanno mai vista e si affezionano a qualunque cosa. Lo battezzò Piero, per puerile assonanza con il suo classico pigolio, e lo tenne con sé, accarezzandolo, nutrendolo, prendendosene cura notte e giorno per un paio di mesi fino a quando era ormai troppo grande per rimanere nell’appartamento, e allora, non senza lacrime, accettò che fosse affidato al nonno che aveva un pollaio.
Il finale sembrerebbe quasi una barzelletta, con lui che in vacanza in campagna ne mangia senza saperlo la parte migliore, riservatagli fra tutti i commensali quasi per un diritto di prelazione, del quale, se ne fosse stato consapevole, avrebbe fatto volentieri a meno.
Ma così divertente non fu, quando, per colmo di iniziazione, appena dopo che ebbe consumato il pasto, gli fu rivelato di cosa, anzi di chi si trattasse. La bonaria logica del nonno, figliolo, gli animali son fatti per questo, non ne rintuzzò i violenti conati di vomito, e in seguito il senso di colpa e la diffidenza verso il cibo, che impiegò tempo ad attenuarsi, se pure fu mai del tutto sopita.
Chissà se il padre ripensò a quella lontana storia quando si dovette dare il nome al suo primogenito. Ora dice di no, che Piero è il padre della moglie, e dalle loro parti ancora si usa omaggiare in questo modo uno dei nonni, ma certo che quando ci ripensa, alla luce dei disturbi avuti dal bambino, gli sembra una coincidenza davvero curiosa. Anzi, una maledizione, gli è scappato una volta, fra i denti, absit iniuria verbis, che i figli son sempre benedizione, almeno così ci insegnano a pensare. Altrimenti difficilmente potremmo superare indenni le ansie e le preoccupazioni con le quali incidono il nostro cuore di genitori, specialmente nella società attuale in cui riversiamo su di loro ogni aspettativa, come in uno specchio dalla cui immagine ci aspettiamo sempre di essere perfetti, diventando noi il loro ritratto di Dorian Gray.
Piero cresceva bene, non presentava alcun disturbo particolare, le solite colichette addominali e qualche episodio di reflusso gastricocon un po’ di vomito. A cinque mesi il pediatra consigliò lo svezzamento, e allora mangia tesoro, che mi diventi grande e forte, gnam gnam.
Eppure quando la mamma provò a somministrargli le prime pappine, sembrava mandare giù tranquillo i primi cucchiaini e poi, d’un tratto, li rigettava. E così Piero non mangiava, qualunque cibo diverso dal latte arrivasse alla sua boccuccia veniva sempre rifiutato con violenza.
I mesi passavano veloci, fu sottoposto a numerosi esami e non fu riscontrata alcuna particolare patologia gastrointestinale tale da comportare questa reazione, eppure ormai aveva compiuto quasi cinque anni e si andava avanti a latte e biscotti, si era aggiunto a fatica lo yogurt, ma ogni altro tentativo di immettere cibi solidi non sortiva effetto positivo, e la situazione non era più sostenibile perché gli venivano a mancare troppe sostanze necessarie al suo sviluppo.
Siamo in un piccolo paese del sud, si provarono persino rimedi magici, come scacciare il malocchio, l’invidia che poteva avere preso di mira quel bimbo così grazioso e la sua famiglia.Furono convocate anziane signore depositarie di antiche formule, buone per guarire da ben “centouno” malattie, come recitava una delle filastrocche ripetute a cantilena, accompagnate da sbadigli rituali, lacrimazioni catartiche, e infine da altri tentativi, quasi forzosi, di fargli ingurgitare un cucchiaio di pastina.
Lo sfinito Piero pareva quasi accettare, con contestuale soddisfatto annuire della guaritrice, avete visto?, sembrava dire allargando un sorriso come un crepaccio su quel viso solcato da profonde e secche rughe, prima che venissero inondate dal getto di vomito compresso del bambino.
Ma quei rimedi non potevano avere successo perché fra le centouno malattie catalogate dagli ideatori di quelle nenie apotropaiche non era compresa la disfagia funzionale, ciò di cui realmente soffriva il piccolo.
Non un problema organico, dunque, ma una fobia.
In sostanza - riassunse esemplarmente il padre dopo che la psicologa gli ebbe esposto la diagnosi - ha paura del cibo.
Il vomito, capitato magari per caso o per un reflusso passeggero al momento di provare le prime volte ad ingerire un cibo solido, lo avevaspaventato, gli provocava allarme, temeva di soffocare, ed allora rifiutava gli alimenti diversi da quelli consueti, per lui gli unici affidabili.
E che fai, ad un bimbo così piccolo, come glielo spieghi che la sua paura è irrazionale? Le terapie cognitive sono difficili in età più adulte, figuriamoci a cinque anni. Fu iniziata così una terapia comportamentale.
Piccoli premi ad ogni progresso.
Racconti per distrarlo, rilassarlo.
E allora suo padre si ricordò del pulcino. Non gli narrò tutta la storia, quel finale amaro che aveva provocato per anni in lui reazioni, al momento di assaggiare la carne, simili a quelle che provava ora il bambino. Gli parlò, invece, di come gli procurava il calore necessario, delle carezze, della copertina fatta con uno straccetto e della lampadina da venti watt attaccata con lo scotch alla scatolina di legno in cui lo accudiva. Gli raccontò di come provvedeva a nutrirlo, come la mamma che il pulcino credeva che fosse, delle briciole di pane inzuppate nel vino che Piero raccoglieva nel minuscolo becco e poi mandava giù con uno scatto del collo.
Guardami, Piero! Il cucchiaino si avvicina alla boccuccia come un treno che deve entrare nella galleria, ciuf ciuf e… aaaaammm!
Papà, te lo giuro che ci provo. Ma è come se dall’altra parte della galleria stesse arrivando un treno ancora più veloce. Ma te lo giuro che ci sto provando, e siamo in due a farlo, lo capisco che hai la mia stessa paura, ma leggo anche la fiducia nei tuoi occhi che sono i miei, non lo so che si chiama imprinting quell’amore che provo per te e mamma, io so solo che ti seguirei in capo al mondo, perché tu sei forte, mi proteggi, mi vuoi bene.
La apro, la boccuccia, papà, faccio come il pulcino Piero.
Apro la bocca e chiudo gli occhi.
E’ una promessa, la manterrò.
Sarò ciò che vuoi che io sia.
Perché con te non ho paura, perché mi fido di te, papà.
Sì, sono il tuo pulcino. Stavolta mangerò.
Ma mentre parli, accarezzami. Sì, così, sulla testa. Gnam.
La pastina rimane in bocca a lungo, come un viaggiatore in attesa di destinazione. Poi il piccolo prova a deglutire, contrae i muscoli del collo, in quel gesto automatico che invece lui compie con evidente sforzo.
Gli occhi strizzati, la fronte imperlata di sudore, le labbra si schiudono e il papà pensa che il regionale del cibo abbia dovuto di nuovo dare la precedenza al Frecciarossa del vomito.
E invece si sente la voce del capotreno.
Buona. Me ne dai ancora, papi?
Oggi Piero ha sei anni e mezzo, aiutato dalla terapia e dimostrando molta forza di volontà ha superato la fase più delicata. Gli è stata utile anche la consigliata frequentazione della mensa scolastica, il desiderio di socializzare, ed è riuscito ad aggiungere diversi alimenti alla sua dieta. A pranzo mangia la pastina, solo con un po’ di difficoltà iniziali. E a merenda la frutta. La mamma gliela schiaccia ancora un pochettino, è vero, ma ormai è un ometto, le mostra i dentini, cosa credi che io non li sappia usare? Io non sono più un pulcino, sono un leone, roarrr.
E quel ruggito, che per la verità è più un miagolio, si trasforma in un limpido sorriso, e poi in una risata serena di entrambi.
Sì, forse quella luce in fondo al tunnel non era un treno.
Era proprio l’uscita.
domenica 22 maggio 2016
Niente da carpire
Perché il dentifricio AZ si pronuncia a-zeta? Forse detto come sta scritto suonerebbe male? Ma a chi importa, è un dentifricio, mica un pianoforte, anche se il sorriso di alcuni ricorda una tastiera, con i tasti bianchi e quelli neri insieme. Di sicuro non è uno strumento razzista, forse lo è di più il dentifricio che promette denti sempre più bianchi e allora ci sta proprio pronunciarlo così come scritto, perché è una sorpresa, come quando lessi la storia del cane che doveva tornare a casa e pensavo che era scappato per non finire come rex, che la padrona lo metteva nella lavatrice, o, come cita l'amica di Tarzan, meglio un uomo scimmia oggi che una gallina domani perché è un altro giorno e gallina vecchia fa buon brodo soprattutto se lo mangia qualcun altro mentre tu te la spassi con qualche pollastrella su cui puoi premere i tuoi polpastrelli e lasciarle addosso le impronte digitali che quelle cartacee sono ormai fuori tempo come un fazzoletto, la cui ultima metà è insieme riposo e rivista, quel giornale che quando lo sfogli non è mai la prima volta, come queste strane allitterazioni occasione di letto ho mancato un di, e la mia settimana è corta, come la coperta, una volta scopri i piedi e l'altra la testa e mai l'America, più spesso l'acqua calda, con cui, per la sensibilità, sei costretto a lavare i denti lentamente avendo il tempo di riflettere sul perché il dentifricio si chiama az ma ci ostiniamo a pronunciarlo a zeta...
sabato 23 aprile 2016
Vent'anni dopo.
Vent'anni dopo.
Dumas intitolò così il ritorno dei Tre moschettieri. Guccini, nell'88, ricordando la Primavera di Praga un'illusione di rivoluzione dissoltasi due decenni prima fra i cingoli dei carri armati russi, chiamò "Quasi come Dumas" una raccolta di canzoni di quel periodo.
Come scrittore non ho nulla a che vedere con il genio francese dell'800, e come cantautore non posso neppure accordare la chitarra al poeta di Via Paolo Fabbri 63, ma con entrambi posso almeno condividere l'inevitabile consapevolezza del tempo che passa, e il bisogno di parlarne per provare in qualche modo ad esorcizzarlo. Perché come il malato di alzheimer che dimentica di esserlo e guarisce, così spesso mi viene facile fare come lo struzzo, nascondere la testa (e gli ormai pochi capelli) sotto la sabbia sperando che i giorni scorrano oltre dimenticandosi di me. Ma come si spiega in 22.11.63, il romanzo capolavoro di King sui viaggi nel tempo, ben trasposto in una recente serie TV, quando vuoi fottere il tempo, devi stare attento, spesso è lui a fottere te. Così mentre io mi illudo che la mia professione sia una scelta ancora precaria, un'occupazione temporanea, che un giorno non lontano potrò finalmente riuscire a dedicarmi a tempo pieno alle mie passioni, farne un lavoro, oggi per caso sistemando lo studio mi è caduto l'occhio sulla mia pergamena di laurea appesa al muro. Quel documento che ho sempre considerato niente più che un pezzo di carta ("devi avere il pezzo di carta", intimavano i miei, quando chiudevo i libri anzitempo per correre a suonare da qualche parte), sta incorniciato nello studio più per dovere che per convinzione: come se dovesse essere presto sostituito dalle foto dei concerti o dei premi letterari. Sta lì giusto qualche mese, ho pensato.
Ma togliendo la polvere ho visto la data e non potevo credere ai miei occhi: il Magnifico Rettore conferiva al sottoscritto proprio oggi la laurea in giurisprudenza. E quel 24 aprile, assurdamente, era del 1996.
Vent'anni fa. Una vita.
Senza accorgermene davvero.
Continuando a fare le stesse cose, a lavorare continuamente che tanto è un passaggio, a vivere senza farlo davvero, illudendomi immune e poi riportato alla realtà da quella pergamena in cui il nome non doveva essere il mio ma Dorian Gray, un ritratto che ha assorbito e inchiodato al muro senza che me ne accorgessi le mie rughe e le nefandezze del tempo.
Penso di scrivere qualcosa, mettere su carta e allontanare dal cuore ormai fragile lo sciocco stupore di questa scoperta.
Poi sento una voce che mi chiama, delicata e a modo suo imperiosa. Papà, è pronto!
Un momento, rispondo.
Ma lei mi viene accanto con passo leggero, mi toglie di mano il telefono e sfiora la guancia con un bacio.
Vieni, non far passare troppo tempo, ti aspettiamo.
No, tesoro. E sorrido pensando che in fondo non tutto il tempo è passato invano.
Dumas intitolò così il ritorno dei Tre moschettieri. Guccini, nell'88, ricordando la Primavera di Praga un'illusione di rivoluzione dissoltasi due decenni prima fra i cingoli dei carri armati russi, chiamò "Quasi come Dumas" una raccolta di canzoni di quel periodo.
Come scrittore non ho nulla a che vedere con il genio francese dell'800, e come cantautore non posso neppure accordare la chitarra al poeta di Via Paolo Fabbri 63, ma con entrambi posso almeno condividere l'inevitabile consapevolezza del tempo che passa, e il bisogno di parlarne per provare in qualche modo ad esorcizzarlo. Perché come il malato di alzheimer che dimentica di esserlo e guarisce, così spesso mi viene facile fare come lo struzzo, nascondere la testa (e gli ormai pochi capelli) sotto la sabbia sperando che i giorni scorrano oltre dimenticandosi di me. Ma come si spiega in 22.11.63, il romanzo capolavoro di King sui viaggi nel tempo, ben trasposto in una recente serie TV, quando vuoi fottere il tempo, devi stare attento, spesso è lui a fottere te. Così mentre io mi illudo che la mia professione sia una scelta ancora precaria, un'occupazione temporanea, che un giorno non lontano potrò finalmente riuscire a dedicarmi a tempo pieno alle mie passioni, farne un lavoro, oggi per caso sistemando lo studio mi è caduto l'occhio sulla mia pergamena di laurea appesa al muro. Quel documento che ho sempre considerato niente più che un pezzo di carta ("devi avere il pezzo di carta", intimavano i miei, quando chiudevo i libri anzitempo per correre a suonare da qualche parte), sta incorniciato nello studio più per dovere che per convinzione: come se dovesse essere presto sostituito dalle foto dei concerti o dei premi letterari. Sta lì giusto qualche mese, ho pensato.
Ma togliendo la polvere ho visto la data e non potevo credere ai miei occhi: il Magnifico Rettore conferiva al sottoscritto proprio oggi la laurea in giurisprudenza. E quel 24 aprile, assurdamente, era del 1996.
Vent'anni fa. Una vita.
Senza accorgermene davvero.
Continuando a fare le stesse cose, a lavorare continuamente che tanto è un passaggio, a vivere senza farlo davvero, illudendomi immune e poi riportato alla realtà da quella pergamena in cui il nome non doveva essere il mio ma Dorian Gray, un ritratto che ha assorbito e inchiodato al muro senza che me ne accorgessi le mie rughe e le nefandezze del tempo.
Penso di scrivere qualcosa, mettere su carta e allontanare dal cuore ormai fragile lo sciocco stupore di questa scoperta.
Poi sento una voce che mi chiama, delicata e a modo suo imperiosa. Papà, è pronto!
Un momento, rispondo.
Ma lei mi viene accanto con passo leggero, mi toglie di mano il telefono e sfiora la guancia con un bacio.
Vieni, non far passare troppo tempo, ti aspettiamo.
No, tesoro. E sorrido pensando che in fondo non tutto il tempo è passato invano.
venerdì 8 aprile 2016
Terapia di coppia per scrittori
Col passare degli anni si acuiscono le mie insofferenze. Ad esempio.
Amo leggere, ma gli autori che sopporto sono rimasti davvero pochi. È che non appena inizio a sfogliare le pagine di un romanzo entro in competizione con l'autore e, a causa del mio ego smisurato, ritengo di essere più capace io. Il che porta come corollario la frustrazione nel prendere atto che nonostante sia più scarso di me, quello è stato pubblicato e io no. Così prendo il libro e lo sprofondo nell'ultima fila della libreria in una sorta di damnatio memoriae.
Sarebbe indelicato fare qui dei nomi, e non pensate ai soliti tipo Fabio Volo ma solo perché di leggerlo non avevo alcuna intenzione. In quello scomparto punitivo della mia biblioteca si annidano anche autori omaggiati dalla critica, ma stroncati dalla mia presunzione.
Per non parlare poi della musica, ascolto ogni canzone in modo così prevenuto che pure la Bohème mi pare un motivetto da quattro soldi rispetto alle mie stupende composizioni; figuriamoci quindi i vari fantocci che riempiono le attuali classifiche con le loro banalità mentre i miei pezzi languono nel dimenticatoio.
È così per ogni settore in cui io mi sia cimentato, cinema, teatro, politica... È sempre più frequente la riflessione che io meriterei più di tanti altri quella considerazione. Drammi della poliedricità, magari se invece di disperdere il mio innegabile talento in mille rivoli lo avessi impiegato in una sola arte, avrei forse raggiunto i risultati che ritengo di meritare.
E siccome si è fatto tardi, gli anni sono passati e i migliori dietro le spalle (e sappiamo bene se non si sta attenti cosa ti fa chi è dietro le tue spalle), la consapevolezza del definitivo oblio delle mie creazioni mi porta a invidiare - in senso etimologico, guardare male - chi invece è riuscito ad emergere.
Un vantaggio c'è: che ormai ascolto e leggo soltanto opere di autori geniali. E tutto questo sproloquio era solo per omaggiare la prosa del libro che mi sta accompagnando in questo viaggio in treno. Terapia di coppia per amanti, di Diego De Silva. Uno capace di scrivere, con riferimento all'amante che ha chiamato alle quattro di notte svegliando tutta casa perché voleva raccontargli un sogno:
"Hai partorito l'horror sentimentale che ti ha fatto svegliare sconvolta? Pensi (chissà perché) che il tuo inconscio ti abbia voluto mandare un messaggio indecifrabile che ti ha turbato e di cui vorresti parlarmi? E parliamone il giorno dopo, no? Riaddormentati, oppure alzati, vai a farti un cappuccino di Xanax, un canarino corretto, una canna di passiflora, guardati una televendita: che fai, mi telefoni? Ma sei imbecille? E dimmi, Pulitzer della Discrezione, cosa avrei dovuto fare, risponderti?"
Datemi mille romanzi così, magari letti ascoltando in cuffia pezzi intelligenti come l'ultimo album di Daniele Silvestri, e torno a darvi ragione del non avermi voluto pubblicare.
Scherzo. Ne avete eccome. Faccio queste moine solo perché voglio coccole. E perché altrimenti vi chiamo uno a uno alle quattro di notte...
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