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domenica 26 maggio 2024

Presenze

Oggi per la maggior parte i bloggers sono persone che amano scrivere, raccontare.

All’inizio degli anni duemila, boom dei blog, l’importante era soprattutto raccontarsi

Non contava lo stile, neppure se il contenuto fosse davvero interessante. Per la prima volta si sperimentava il brivido di condividere quotidianamente i propri pensieri con un numero indefinito di potenziali lettori. In pratica si lasciava su una panchina il proprio diario segreto, con accanto la chiave del lucchetto. E il brivido era anche dall’altra parte. Entravi nel parco della rete, dove trovavi migliaia di panchine e altrettanti diari con le loro chiavi. Tu aprivi e leggevi.

La differenza coi social venuti poi era netta: facebook è un libro di facce, chi scrive sa che sarà riconosciuto, chi legge sa chi è l’autore, manca il mistero. I bloggers invece usavano quasi sempre dei nicknames, era parte del fascino.

Solo che anche lì, come nella realtà, c’erano parchi famosi e ricchi di attrazioni e piccole aiuole un po’ incolte e nascoste dietro un vicolo, dove non si passava quasi mai. Anche lì c’era una panchina, ma non vi si sedeva nessuno a leggere.

Ricordo che capitai sul blog di una giovane donna, o almeno questo si capiva dai suoi scritti.
I suoi post erano piuttosto cupi, lo sfondo scuro, la grafica poco accattivante. Non aveva mai un commento e se ne lamentava, ma continuava a scrivere, ogni giorno, anche più volte. Nei suoi post si rivolgeva ai visitatori della pagina, evidentemente il contatore delle visualizzazioni le segnalava delle presenze. E come fossero davvero presenze, fantasmi, li trattava. Si sentiva medium, li evocava, “so che ci siete”, li pregava di apparire finalmente, di lasciare una traccia concreta. 

Detta così sembra anche una trovata, ma non c’era la minima ironia, anzi. Leggendola mi destava imbarazzo, come spesso fa la solitudine quando è esibita. Più volte fui tentato di lasciare un commento, ma non lo feci mai sembrandomi un gesto compassionevole, non di reale interesse, anche se in qualche modo ero attratto in quella penombra e vi tornai spesso. Forse in quanto anche io presenza venivo evocato senza possibilità di sottrarmi. 

Poi il sentiero si richiuse, la vegetazione lo nascose e me ne dimenticai. 
Mi è tornato in mente oggi, mentre pensavo di voler scrivere un post su questo blog ormai incolto e nascosto dietro un vicolo.

A volte penso che scrivere è come usare una tavola ouija. Non siamo a noi a scegliere le lettere, le parole, ma le presenze che noi evochiamo quando le dita battono sulla tastiera. Questo post potrebbe averlo scritto quella giovane donna di vent’anni fa, rimasta prigioniera in quell’angolo ombroso, per chiedermi di liberarla ricordandola.

Ma io non credo ai fantasmi, sono sempre trucchi. La tavoletta non si muove da sola sulle lettere, sono le dita del medium a sceglierle fingendo di parlare con la voce degli spiriti. 

Il post l’ho scritto io. Seduto nell’ombra.

mercoledì 17 aprile 2024

Oggetti e soggetti

 

Alle elementari avevo un compagno, Daniele, capace di una grafia davvero aggraziata. Dava alle lettere una particolare ondulazione molto elegante, ricordo certe elle in corsivo che sembravano vele al vento. Come le lenzuola nella Notte dei miracoli di Lucio Dalla.

Ci provavo, a imitare il suo modo di scrivere, ma riuscivo solo in parte a ricordare quello stile che era evidentemente innato. Come tutte le grafie, ciascuna peculiare e perciò mai esattamente riproducibile.

Un giorno, però, lui si era alzato dal banco e aveva lasciato lì la penna. La ricordo ancora. Una grinta blu col cappuccio bianco. La presi e iniziai a scrivere con quella. Lasciava un tratto di un azzurro insieme profondo e tenue. Le lettere cominciarono a fluire dall'oggetto al foglio esattamente identiche a quelle di Daniele. Che magia!

Questo piccolo episodio dimenticato in chissà quale meandro della memoria mi è ritornato in mente ieri sera, mentre guardavo l’episodio di una serie in cui il protagonista, un truffatore, per imitare al meglio la firma di un amico gli aveva rubato la stilografica.

Chissà se davvero gli oggetti conservano una traccia dell’anima di chi li ha usati a lungo? Del resto è il fondamento della psicometria, la pseudoscienza in base alla quale, a cavallo fra l’ottocento e il novecento, sedicenti veggenti sostenevano di poter rintracciare persone smarrite o uccise toccando oggetti che erano stati utilizzati da loro.

Non so rispondere. La ragione mi dice che non può essere. Il mio ricordo delle elementari non è altro che una suggestione. Eppure sfogliando libri presi in prestito da amici che li hanno amati ho avuto l’impressione di leggerli coi loro occhi, di provare anche le loro emozioni. Suonando la chitarra di un maestro gli accordi erano più cristallini. Indossando una giacca di mio padre quand’era giovane mi sono sentito più bello.

Sarà che mi affeziono agli oggetti, e per questo motivo tendo ad attribuire loro un’anima. Ché mica ci si può davvero legare a qualcosa d’inerte, privo di vita. O magari sono loro ad averla e a trasmettercela, se siamo disposti a riceverla. Oggi, per esempio, non so come mi è venuto di scrivere un post, non lo facevo da tanto. Forse è stata la tastiera del computer a volerlo fare, servendosi delle mie dita.

O più semplicemente, non avevo nessuna voglia di lavorare. 

E allora ogni scusa è buona.

sabato 23 dicembre 2023

Guarda che non sono io

 

Certe mattine ci si sveglia con la speranza di essere qualcun altro. In un’altra dimensione, un te stesso che ha fatto altri percorsi, incontri, scelte. La sveglia suona e ti dici che magari è davvero così.

Poi suona anche il telefono e subito capisci che la dimensione deve essere sempre la stessa. Un sopralluogo in una casa di campagna, una divisione contestata, un litigio - sì, sebbene siamo tutti più buoni durante le feste, c’è ancora assurdamente qualcuno che litiga.

Ti rechi sui luoghi, ti fanno visionare gli immobili, da tempo non abitati. Il corridoio è buio, l’odore di chiuso, la camera da letto intatta, sotto un sottile velo di polvere. Come mai hanno disdetto la locazione?, chiede quello che in qualche dimensione è un legale, per capire come fondare il ricorso.

Perché da questa stanza si sentono durante la notte rumori infernali - gli risponde la cliente - la casa è infestata.


Certe mattine ci si sveglia con la speranza di essere qualcun altro, disse Dylan Dog che si era illuso ancora una volta di essere un avvocato di nome Giovanni Laurito.


venerdì 22 settembre 2023

Un giorno come un altro

Ieri sera sono andato a letto con un po’ di ansia per l’indomani. 

Ma cosa dovevo fare oggi? 

Mi sembrava fosse importante eppure non lo ricordo più. 

Apro l’armadio, scelgo un vestito buono. Non devo far brutta figura. 

Ma dove devo andare?

Esco, qualche goccia di pioggia. Dicono porti bene. Dicono.

“21 settembre”, suona familiare. 

Qualcosa che è la risposta a una domanda.

Qualcosa tipo “mi dica la sua data di nascita”. Ma quella è l’11 marzo. 

Qualcosa del genere, forse. Ma non saprei cosa.

Devo chiedere.

Chiamo. Devi essere indaffarata perché ci metti un po’.

Scusa, è il 21 settembre, cosa dovevo fare oggi? E tu ridi.

Qualcosa rimane, cantava De Gregori.

Ma non ricordo cosa.


Ieri sera sono andato a letto con un po’ di ansia per l’indomani.

Perché sapevo che mi sarei ricordato.

Esco, qualche goccia di pioggia. Dicono porti bene, ma è una stronzata.

Infatti, oggi è il 21 settembre e non significa più nulla.

sabato 3 giugno 2023

(De)formazione professionale

 

La stazione ferroviaria. Con l’ansia di partire.

La sala d’attesa di uno specialista. Con l’ansia di sapere.

Un corso di formazione. Con l’ansia di finire.

In tutti e tre i casi, per provare a mitigarla, a pensare ad altro, osservo le persone. E così faccio da qualche settimana, ogni giovedì pomeriggio, per far passare le tre ore di relazioni su argomenti anche interessanti ma la cui durata si scontra con il mio deficit di attenzione.

La donna con la mascherina, unica nella sala. Fa caldo e mi dico che ci vuole coraggio, il coraggio della paura, diceva Totò. Poi il tizio davanti a me tossisce di continuo, e allora la invidio, io ho solo paura, senza alcun coraggio.

L’uomo che fa domande inutili ai relatori, non perché è interessato ma per farsi notare. Già l’essersi collocato in prima fila manifesta il suo desiderio di non essere pubblico, ma di “avere” un pubblico.

Le lezioni si susseguono e ancora una volta si conferma il meccanismo mentale per cui anche in una sala vasta e con molti posti liberi a disposizione, le persone tendono a sedersi nello stesso posto della volta precedente.  E’ un criterio innato di delimitazione di uno spazio proprio, né più né meno di come fanno gli animali quando orinano lungo un perimetro per delimitarlo. Così ho fatto anche io, mi sono sistemato sempre nello stesso settore dell’aula, per fortuna le sedie erano libere e non c’è stato bisogno di pisciare, è bastato poggiare lo zaino per prendere il posto.

Vicino a me una donna che ugualmente ha individuato sin dalla prima lezione quell’area per seguire il corso. Anche gli abbigliamenti mi incuriosiscono. Di lei, per esempio, mi ha colpito il power dressing. Il corso è piuttosto informale, ma lei in quasi tutte le lezioni veste seria, formale, “da avvocato”. Come a voler riaffermare il suo ruolo in un contesto in cui è, mi pare, la più giovane. E mentre molti scherzano, chiacchierano fra vicini, ridono nelle pause o anche durante le lezioni, lei sta da sola e non sorride quasi mai, lo sguardo severo, prende appunti su ciò che ascolta. Non è venuta a perdere tempo, o almeno fa di tutto perché non sia tempo perso. O magari non sorride proprio perché sente che avrebbe potuto impiegarlo meglio, il suo tempo.

Poco distante, un’altra collega si lascia invece notare per i suoi outfits appariscenti e sempre cangianti. Una volta indossa un giubbino di pelle di un azzurro intenso e delle scarpe da ginnastica con le zeppe e i brillantini. Un’altra un pantalone rosso fiammante. Un’altra ancora un abito nero, leggero. Anche l’acconciatura dei capelli cambia molto, lievemente ondulati oppure mossi o addirittura coi ricci. Non fosse per il viso particolare, molto grazioso, e per gli occhi neri e acquosi, non sarebbe facile riconoscerla come la stessa persona, da una lezione all’altra.

I relatori si susseguono, la qualità degli interventi è altalenante. C’è chi è molto esperto, sa come tenere attento l’uditorio, e altri che non hanno tecnica oratoria, abusano di intercalari. La psicologa che infarcisce il suo intervento con una serie di “diciamo” e di “tra virgolette”. Tutto è tra virgolette, per lei, anche le cose più concrete che non si prestano affatto ad essere virgolettate. Molti intorno a me lo notano, c’è chi conta quante volte lo dica, chi si dà di gomito ad ogni ripetizione. La giovane collega accanto a me è già andata via, chissà se avrebbe sorriso, questa volta. 

sabato 20 maggio 2023

That’s all

“Questa data mi ricorda qualcosa”.


Prima era ogni giorno, poi a volte le cose cambiano e ti ritrovi a chiederti quando ci sarà l’occasione per scriverci ancora.

Un altro onomastico, un ultimo capodanno?

Aspetti una ricorrenza per avere la scusa di un “come stai” (domanda inutile), il Natale per gli auguri, tirati fino alla sera per non farli per primo, per non far sembrare che sei l’unico a cui importi.

Poi fra un messaggio e l’altro sempre più formali, passa il tempo e arriva un giorno che perfino il suo compleanno, che una volta pensavi per settimane cosa scriverle, ora quasi ti sfugge, lei si era già dimenticata il tuo. 

E sfuma così, ancora e ancora, l’amicizia che giuravamo eterna, la compagnia di cui sembrava non potessimo fare a meno, l’amore che a costruirlo faceva tremare le vene delle mani e a farlo cadere bastò un soffio di vento. 


Mi è sfuggito il tuo compleanno, a te era sfuggito il mio. 

“Questa data mi ricorda qualcosa”. 

E questo è.

venerdì 3 marzo 2023

Ridere, ridere ancora una volta.

Lui sorride, un sorriso così ampio che quasi l'apertura delle labbra sembra non bastare. Lei ride, addirittura. Di quelle risate che non le puoi trattenere e, se ci provi, si deformano in un ghigno. E così è stato, nell'attimo fermato dallo scatto fotografico in cui i due, abbracciati, trasmettono la loro gioia.

A me piace molto ridere. E vederlo fare a chi sta accanto a me, sia per una battuta che ho detto, o per una cosa divertente che abbiamo condiviso. Ridere è una forma d'intimità fra le più leganti, perché si nutre del contrasto fra la profondità dell'affinità di gusto e interessi e la superficialità della reazione spontanea. Ridiamo insieme e significa che in quel momento siamo noi e nessun altro, racchiusi nel cilindro verticale che va dal brillìo in fondo all'anima ai fuochi d'artificio del cielo.

Me le ricordo, alcune risate.
Quelle a scuola, mentre ci sussurravamo all'orecchio un motto, una celia e ci si contorceva per trattenersi senza sbottare dinanzi al prof che spiegava.
Quelle al telefono, in quelle chiacchierate di ore e invenzioni e giochi di parole e test strampalati in cui nessuno di noi voleva mai smettere.
Quelle a letto, nel momento sbagliato, che poi diventava ancora più giusto.
Quelle davanti al prete, dove perfino lui si tratteneva a stento, consapevole dell'inanità di quei comandamenti, e dove il senso divino - soprattutto per lui - era composto di due parole, la prima una preposizione, e la seconda una dipendenza.

Compagni, amici, amori. Passano gli anni, e restano solo i ricordi, di quelle risate. Perché ogni rapporto, che nasce nudo e leggero, si riveste giorno dopo giorno di panni pesanti e poi arriva il caldo e non riesci a toglierli e ci soffochi dentro.

Invece lui sorride di un sorriso così ampio che gli risale sulle guance, e le labbra sembrano quelle del Joker. Chissà dov'è ora la moglie, chissà dove i figli, mollati per inseguire quel sorriso. E lei, accanto a lui, ride addirittura. Chissà se quel ghigno racchiude un pensiero, un rimorso, per il compagno e i figli sacrificati sull'altare di quella risata, del santino di quella foto di loro due, abbracciati.

Forse sono gli scrupoli, quei panni pesanti. E se riesci a toglierteli di dosso ritorni a ridere come quella mattina a scuola, come quella notte a letto. 

La vita è una sola, e non sono certo io a poter dire cosa sia giusto e cosa sbagliato per gli altri. Posso solo sperare di riuscire di nuovo a sussurrarti una celia, un motto all'orecchio, e  per una volta ancora trasformare il nostro momento sbagliato in quello giusto. 

lunedì 9 gennaio 2023

L’intervista

L’appuntamento per l’intervista è sul lungomare di Ascea. 

Arrivo un po’ in anticipo - io arrivo sempre in anticipo - e lei non c’è ancora, nell’attesa faccio una passeggiata verso la scogliera. Ho percorso così tante volte questo tragitto che potrei quasi rifare i miei stessi passi, seguire le mie tracce. Magari mi ritroverei. Ne approfitto invece per definire meglio le domande che le farò. Parlerò del suo lavoro, certo. Ma come sempre accade saranno le risposte a orientare le domande, a scegliere al bivio quali strade imboccare. Magari vorrò sapere se i sogni al mattino li ricorda, o se si è mai chiesta perché le persone amano così tanto fotografare i tramonti e mai le albe. E come ci arriverò? Farò un gioco di parole cretino fra l’albo cui è iscritta e le


albe? Chissà.

Alla scogliera c’è parecchia gente, anche se siamo ai primi di gennaio. Ma il tempo che conta è sempre quello percepito. Ci sono diciotto gradi, è primavera, si va sulla spiaggia con un tempo così. 

Torno indietro, ormai sarà arrivata. Le chiederò anche dei termini per l’approvazione del bilancio e con quella scusa le domanderò un bilancio dell’anno appena trascorso e anche - il bilancio di previsione! - che cosa si aspetta dal nuovo. Se saranno cambiamenti, scostamenti, sforamenti, se cerca un equilibrio o se preferisce investire. Magari sorriderà a queste domande sciocche, ma non è lo scherzo il modo più semplice per dire la verità? 

Sono ormai arrivato all’altezza del lido Poseidonia, non lontano dall’appuntamento. Una coppia di anziani davanti a me cammina silenziosa tenendosi per mano. Chissà se è un sostegno o una catena, quella mano stretta. Forse potrei capirlo dal loro sguardo, ma li supero senza voltarmi: mi piacciono da sempre i finali aperti. Soprattutto quando la trama è stata lunga: che poi il tempo che conta, l’ho detto prima, è solo quello percepito. Sembra ieri che ci siamo conosciuti ed era trent’anni fa. Stiamo insieme da un anno e sembrano mille. Nella vita non c’è l’inoppugnabilità per decorrenza dei termini: può sempre finire e allo stesso tempo non è mai finita finché non lo è. 

Ecco Zucchero & Cannella, il lido dal nome improponibile: è lì che dovevamo vederci per l’intervista. È arrivata, ma è in compagnia. E non so cosa fare. Il mio solito vizio di arrivare in anticipo e di aspettare fino a far tardi. Sorride elegante come sempre mentre la brezza le accarezza i riccioli neri di medusa. Forse mi vede, non ne sono sicuro. Non voglio disturbarla ancora, continuo a seguire le mie tracce, magari stavolta mi perdo. Tanto le domande le ho preparate e c’è un bel po di strada da fare. Troverò anche le risposte. Intanto il sole sta tramontando in un incastro perfetto di colori che non ho mai visto in un’alba.

Ed ecco la prima.

venerdì 28 ottobre 2022

In giustizia

 Guardarsi in giro in tribunale è come essere in una stazione ferroviaria.

Incroci per un po’ le vite degli altri, alcuni turisti per caso, altri pendolari come te. C’è l’avvocato che ha tante cause, entra ed esce dalle aule spavaldo, e quello che ne ha una sola, forse in assoluto, e inchiodato alla sedia scrive verbali interminabili di parole inutili e suda, un po’ in imbarazzo quando tocca a lui come se attendesse chissà quale esito e invece è solo un rinvio. C’è la collega graziosa con gli occhi dolci e chissà perché sempre un po’ tristi, e quella disinvolta che pattina nel corridoio su tacchi alti come sgabelli. C’è il testimone illuso che sbuffa perché credeva l’orario sulla citazione fosse rispettato e il cancelliere che trasporta il carrello coi fascicoli proprio come il portabagagli sul binario. Ci sono i coniugi che stanno per separarsi, come due che partono per destinazioni opposte, lei con gli occhi rossi di pianto, lui che passeggia in cerchio per stemperare l’ansia e quando le passa davanti lancia uno sguardo in tralice, scuote la testa e prosegue lungo la circonferenza che racchiude il destino della loro storia. C’è l’anziano avvocato che pur in pensione da decenni non riesce a staccarsi del tutto dal lavoro di una vita, come dicono càpiti ai fantasmi, e ci sono i giovani praticanti smarriti che toccano con mano la differenza fra le serie tv americane e la realtà. Gente che va, non sa dove stia andando ma va lo stesso, perché l’importante è sentire che vai, come cantava qualcuno. 

I tribunali sono come stazioni ferroviarie e c’è pure l’avvocato curvo sul telefono che scrive un post su quel che vede, per ingannare l’attesa che venga chiamato il proprio processo se arriverà il giudice, perennemente in ritardo proprio come il treno che dovremmo prendere e forse non prenderemo mai. E magari meglio così, perché come per il viaggio, in fondo l’attesa della sentenza è essa stessa sentenza.

mercoledì 11 maggio 2022

Del tempo e di altre sciocchezze

T’incontri, non sai che dire, parli del tempo.

Piove. Sì. Questo maggio sta dando molti argomenti di conversazione.

Non ho un ombrello.

Mi mancano molte cose.

La serenità.

La pazienza.

E un ombrello. 

Ma tanto non avevo voglia di uscire.

A maggio l’altr’anno eravamo già andati in spiaggia. 

Boh. A me pare piovesse pure allora. Quella mattina che venisti qui, non ci bagnammo?

Lascia stare il passato, pensiamo al presente. Però si è vero, ci bagnammo, mi tolsi i vestiti.

Prima o dopo? 

Sei sempre il solito.


T’incontri, non sai che dire, parli del tempo. E come sempre, dai ricordi che ti piovono addosso non hai un ombrello a proteggerti.

Era de maggio, cantava qualcuno.

E ogni anno così.


sabato 26 febbraio 2022

Cercasi miracoli

Il senso del divino non lo avverto fra i marmi e le opulenze di una basilica sfarzosa, ma a volte mi sfiora fra le rovine di un tempio. Perché a ciò che è solo illusione non riesco a credere, mentre in mezzo alle vecchie pietre c’è solo verità. Non ci sono più le speranze e le preghiere, resta solo la traccia della fiamma di una candela su un muro. Il mio dio è il tempo che passa. Spesso porta dolore, qualche rara volta frammenti di indicibile bellezza. Certo, miracoli non ne fa. 

Ma neppure il vostro, mi sa. 

Soprattutto ultimamente.

venerdì 10 dicembre 2021

Basta che sia pace

Nelle difficoltà ci diciamo di essere forti, di superare le avversità. Agli amici che devono affrontare una prova consigliamo di fare del loro meglio, di lottare. 

Ma, stavo pensando, non sarebbe molto meglio arrendersi? Alzare le mani, ammettere di aver perso. 

Quando il predatore ti rincorre, già lo sai che ti raggiungerà, è più veloce, più forte, puoi solo ritardare con fatica l’inevitabile.

E allora mangiami, se vuoi, ti aspetto qui. Mordimi, solitudine. Sbranami, sfortuna. Divorami, destino. 

No, non fingerò di essere morto, quella sarebbe una strategia.

Neppure mi piegherò come fa il giunco in attesa che finisca la piena. Io voglio arrendermi e basta. Voglio accettare di aver perso prima ancora che l’arbitro fischi, rientrare negli spogliatoi e bere qualcosa di caldo. 

Non voglio conquistare ciò che desidero ma non mi appartiene.

Non voglio riconquistare quello che ho perduto.

Voglio che la guerra finisca, cedere i territori contesi, parlare la lingua del vincitore, accettarne le leggi, la religione. 

Basta che sia pace.

sabato 13 novembre 2021

Il posto delle cose perdute

Cercavo una cosa che avevo perduto. Ovviamente nel posto sbagliato.

Per caso però ho ritrovato delle agende di un po’ di tempo fa, le ho sfogliate. Ho sempre avuto bisogno di appuntare quello che faccio, forse perché, rileggendo, possa illudermi di aver fatto qualcosa.

Nasciamo e per un po’ l’unica data di rilievo è quel giorno. Poi accadono cose. Cose che ci segnano, ed altre che infatti dobbiamo segnarci altrimenti svaniscono.

Il primo bacio. Non ho idea di quando sia stato. E nemmeno la prima volta che ho fatto l’amore. Forse per un po’, i primi tempi, lo sapevo, poi non più. Ricordo, invece, alcuni ultimi baci, e molto bene quelli non dati. Mi pare ne parlasse anche un poeta.  

La data della laurea, il 24 aprile. Ma solo perché era facile, il giorno prima della Liberazione.

Quella del matrimonio era il 21 ma l’ho sempre confusa con l’11 settembre. Chissà perché.

Il compleanno di mia figlia, ma solo perché è il giorno prima del mio. E lei forse il suo allo stesso modo. In pratica siamo cappellai matti, festeggiamo i non-compleanni.

Invece ho nitido il giorno in cui una ragazza che mi piaceva al liceo non volle uscire con me. Il 28 marzo. Forse anche lei, per la stessa ragione mia della laurea. Il giorno della Liberazione. Dal mio corteggiamento.

Ricordare. Riportare al cuore.

Dimenticare, togliere dalla mente.

Forse alcune cose che ci capitano si sistemano da una parte, altre dall’altra.

E io come al solito le cose perdute le cerco nel posto sbagliato.

venerdì 20 agosto 2021

Leggimi tra le righe

Dando per assunto che tutti passiamo dei momenti di profonda tristezza (tranne il mio amico Francesco, che si sorprendeva sempre del mio umore malinconico, e non solo di quello, una volta mi chiese di descrivergli il mal di testa, che lui non aveva mai provato) ognuno ha un suo modo per cercare di superarli. 

Ci concentreremo qui su quegli stati aspecifici, non dettati da un singolo evento (come ad esempio un lutto) ma facenti parte di un mood depressivo ricorrente, spesso vagamente orientati su questioni amorose irrisolte, senso della vita, incapacità di godere del presente, insoddisfazione perenne. 

Il modo più semplice e più gettonato nei consigli è aspettare che passi. 

Solo che da Confucio in poi, e io abito accanto a un fiume, mai sentito che l’attesa di veder passare il cadavere del nemico tra i flutti sia stata premiata, figuriamoci quella di veder magicamente arrivare un sorriso per il solo fatto di aver sfogliato il calendario. Al massimo passa quel pensiero perché surclassato da altri ancora peggio. Alcuni provano a risolvere con la cioccolata, che pare metta buonumore, o bevendo, che dovrebbe far dimenticare. Altri più comodamente si rifugiano negli antidepressivi e buonanotte. Buonanotte si fa per dire, visto che chi attraversa queste fasi riesce davvero di rado a farsi una dormita come si deve. Se comunque si deve aspettare, restare inerti forse sarebbe meglio che essere lasciati liberi di agire, perché è proprio quello il momento in cui fioccano errori commiserevoli come contattare ex dimenticati, perdonare cose imperdonabili pur di essere parlati, corteggiare in maniera delirante e venire bloccati, farsi ridere appresso o spammare il proprio dolore a tutto l’elenco di whatsapp con messaggi patetici al confronto dei quali quelli di buon ferragosto o “che fai per capodanno?” sembrano un tampone negativo. Nello stadio più avanzato io, per esempio, dopo aver sperimentato invano quelli appena descritti, vado a tirare fuori vecchi diari per trovare periodi peggiori del presente, così da dirmi che se l’ho superata allora lo farò anche stavolta. Neanche a dirlo ritrovo gli stessi errori, e riscopro figuracce che avevo dimenticato, oppure amori per cui ero entusiasta mentre ora so come sono finiti e, insomma, non faccio che aggravare la situazione. Così mi rifugio nell’ultimo rimedio possibile, cercare di fare di tutto questo un racconto divertente, o che almeno vorrebbe esserlo, e scaricarci dentro tutte le mie angosce, quei cento piccoli niente che tutti insieme mi hanno di nuovo condotto qui, il silenzio che non mi spiego o la risposta che non volevo dare o avere, l’illusione delusa (io voglio vivere sempre nell’illusione, per favore non datemi mai certezze!), la noia (la noia la noia la noiaaaaa... cantava qualcuno) o semplicemente il tempo che passa e io non sono mai stato capace di leggere tra le rughe.

domenica 16 maggio 2021

Alzati e fai colazione!

Mentre faccio colazione, il suono delle campane mi ricorda che oggi è la festività cattolica dell’Ascensione. 

Il ritorno di Gesù al Padre quaranta giorni dopo la Pasqua. E io mi sono sempre chiesto perché? Non sarebbe stato meglio - una volta miracolosamente risorto - continuare a predicare, a lungo, dimostrando ai suoi nemici che non potevano nulla contro di lui e il messaggio che portava? Invece no. Muore, dopo tre giorni risorge e dopo qualche settimana se ne va definitivamente. Amen.

Lasciandoci con mille dubbi. Ad esempio sul valore dei miracoli come fonte di conversione. Deve bastarci che essi siano accaduti, come una inspiegabile magia, o per farci credere davvero occorre essi siano realmente efficaci? Ecco, su questo non ho letto analisi approfondite. Per esempio, il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci o dell’acqua in vino alle nozze. Di sicuro qualcosa di incredibile e meraviglioso, ma sarà stato anche realmente nutriente? Qualcuno si è chiesto se alla sera gli invitati abbiamo cenato? Di solito un pranzo di matrimonio è riuscito quando tornando a casa dal ristorante ci si sente dire: ma mica vuoi mangiare pure stasera? Per esempio io, in genere, ho sempre voluto qualcos’altro, però ero stato a Paestum, non a Cana.

E il miracolo più esaltante, la resurrezione di Lazzaro? Mai nessuno prima aveva vinto la morte. Eppure le scritture non parlano della vita di Lazzaro dopo quell’evento. Sarà stata lunga e felice, ne sarà valsa la pena? O più di una volta si sarà detto, come talvolta capita a noi nei momenti di sconforto, magari fossi morto allora? O lo avranno detto addirittura i parenti che aspettavano di dividersi i suoi beni? Ecco, credo che un attento monitoraggio delle condizioni successive di Lazzaro sarebbe stato necessario, non per niente, giusto per essere precisi.

Intanto, anche se io non prendo caffè, qualcuno ha moltiplicato le tazzine.




sabato 13 marzo 2021

Perdono (un monologo).

“Perdono... Se quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa…”

Ah ah ah, chissà come m’è tornata in mente ‘sta canzone? Adesso Tiziano Ferro non lo seguo più, ma quand’ero ragazzina, con le compagne, facevamo pure la coreografia!

(Canticchia ancora)

E poi (sorridendo) se ricordo bene non era nemmeno “perdono”, ma c’era la X, il “per” insomma: ics dono. Come se uno volesse un regalo qualsiasi, un dono x (ancora una risata, che sfuma in malinconia).

Quanti anni sono passati, però. Forse venti, mamma mia. Sembra ieri…

A volte penso che andando avanti si diventa presbiti non solo con gli occhi, ma anche con la mente, coi ricordi. Le cose vicine sfumano, si comprendono a fatica. Mentre quelle lontane le vedi chiare, quasi le potessi toccare. E’ qua, la bambina che faceva il balletto cantando “perdono”, potrei darle la mano (pausa).

E ora sono io, quella bambina. Come una scena inquadrata in soggettiva, vedo le mie gambe sottili che provano i passi, le braccia che disegnano forme nell’aria, sento la mia voce che canticchia la stessa canzone (ora la canta con una voce bambina).

Io perdono con facilità. Mi sembra molto più faticoso tenere il broncio. Mi scappa da ridere. A volte volevo tenere il punto con mia madre, per qualche rimprovero che ritenevo ingiusto. E glielo dicevo, “non ti parlo più!”. Pensavo di punirla, così. Come farà senza di me? Sarà costretta e chiedermi scusa! E la prossima volta ci penserà due volte, a sgridarmi. Solo che poi questa strategia infallibile nei pensieri, si scontrava con la realtà. Mamma sembrava del tutto indifferente alla mia decisione, continuava a fare tranquillamente i fatti suoi, allora io le andavo intorno di proposito per farle notare che muso lungo tenevo!

Mi sedevo al tavolo mentre lei faceva i piatti, incrociavo le braccia e restavo zitta, muta, non respiravo neppure, per renderle insopportabile quel silenzio, l’assenza delle mie brillanti e continue considerazioni.

Solo che bastava che si girasse un secondo, anche casualmente, nella mia direzione, e io mi ripetevo frenetica “nonriderenonriderenonridere” perché già lo sapevo come andava a finire. Diventavo rossa, trattenevo il fiato, iniziavo a essere scossa da sussulti, finché sbottavo in una risata irrefrenabile e correvo ad abbracciarla. E lei scuoteva un po’ la testa, mentre la guardavo da sotto in su, stretta al suo petto, desiderosa di una parola di pace. Allora stringeva un po’ gli occhi allargava le labbra in quel meraviglioso sorriso che ancora oggi se ci penso gli occhi mi si riempiono di lacrime. “E’ passata ‘a paccìa?” diceva ironica, chiedendomi in dialetto se la mia follia si fosse allontanta. E io nascondevo la faccia nel suo seno, timidissima.

Quanto tempo che non ripensavo a quei momenti… Non so perché, associo al ricordo di mia madre il profumo del sapone di marsiglia. Non le tenui fragranze dei suoi profumi, anche se li ricordo tutti. Quello col boccettino dal piccolo tappo amaranto, a cui teneva tanto, non so perché. Non sappiamo nulla dei nostri genitori, a pensarci. Almeno, non direttamente. Una madre e un padre restano sempre una madre e un padre, anche quando, crescendo, non vediamo più intorno a loro quell’aura di infallibilità che fino a una certa età ci porta a pensare non possano mai sbagliare. Poi col passare degli anni capiamo che in realtà sbagliano anche loro, come tutti. Anzi, più degli altri, perché i loro sbagli, o quelli che crediamo tali, si ripercuotono direttamente su di noi. Le proibizioni, le imposizioni. Ma anche quello che ci hanno consentito di fare, quando sbagliando si sono fidati di noi.

Io ho preso il vizio del fumo per colpa di mio padre. Perché non mi vietava mai nulla. Era sicuro di avermi fornito gli insegnamenti sufficienti a distinguere quel che è giusto da quel che è sbagliato; che avrei scelto per il meglio.

Ed è stato lui a non capire che stava sbagliando. Evidentemente era lui a non avere avuto gli insegnamenti sufficienti a capire che un figlio devi indirizzarlo (sorriso amaro). O almeno così avrei fatto io, al posto suo.

Facile parlare, ora, mi direte.

E quando avrei dovuto parlare? Prima che le cose accadessero cosa ne sapevo?

Del senno di poi sono piene le fosse, si dice. Ma esiste, il “senno di prima”? Ne avete mai sentito parlare?

No. Non funziona così. Le stronzate non le puoi evitare. Mentre le vivi, non ti sembrano stronzate, altrimenti non le faresti. O meglio, in certi momenti il sospetto ti viene pure, ma sei convinto che alla fine andrà bene. E’ quella che in diritto si chiama la “colpa cosciente”. Per quella, alla fine, hai uno sconto di pena. Invece il dolo eventuale è l’atteggiamento di chi, nel commettere la medesima stronzata, se lo prefigura benissimo che potrà andare malissimo ma accetta il rischio. Vada come vada.

E quello, non te lo perdona nessuno.

E torniamo da dove avevamo iniziato, al perdono.

A quello che io elargisco con generosità, un po’ per egoismo e un po’ perché ho paura.

Paura di restare da sola.

L’ho perdonato troppe volte, e credo di averlo fatto per questo, in fondo.

Perché ogni volta sembrava l’ultima. E se lo fosse stato davvero? Lo avrei lasciato, restando sola, proprio quando invece potevo finalmente avere un po’ di pace? No, mi dicevo. Non voglio fare come quella barzelletta che mi dissero una volta alle elementari. Del tizio che per uscire di prigione doveva superare cento cancelli. Ma arrivato al novantanovesimo, visto che era stanco, pensò vabbè, torno indietro.

E se li fece tutti a ritroso.

Chissà perché una storiella così scema mi è rimasta tanto impressa.

Questa, e quell’altra. “Un signore entra in un caffè. Splash.”

E ridevo. Ma mica l’avevo capito il gioco di parole. Per me il signore entrava proprio nella tazzina.

Perciò ridevo.

Ridevano anche gli altri. Chissà se lo facevano perché l’avevano capita, o erano anche loro come me.

O piuttosto ridevano di me?

Forse era così. Ma tanto, ormai l’avrete capito, io li avrei perdonati comunque.

A me, però, nessuno mi ha mai perdonato.

Per me ogni cattiveria nei miei confronti non è mai tale. Ci sono mille sfumature.

Come gli eschimesi, che secondo la leggenda, hanno tante parole diverse per definire la neve.

Invece, per chi deve giudicare me, è tutto bianco o nero. Spesso nero.

Nessuno mi ha perdonato quando me ne sono andata.

Le mie ragioni non le ha volute ascoltare nessuno.

E ora sto qui, davanti al mare, a pensare cosa resta del passato.

Osservo questo ammasso di blu e ancora una volta mi perdo nelle sfumature e nei ricordi.

Nelle sinestesie.

Ancora un profumo, quello dell’astuccio nuovo il primo giorno di scuola, quello dei pastelli Giotto, di legno.

Su ognuno di loro era scritto il colore. E il blu ne aveva tante.

Il blu di prussia.

Il blu dei lividi, a cui non voglio pensare più.

Il blu oltremare.

Quel mare che oggi è proprio un olio, un olio blu.

Il blu della cinquecento di mio padre.

(Canta)

“Che cosa resta del passato
Forse una 500 blu
E un giradischi rovinato
Che ormai non va più”

giovedì 10 dicembre 2020

Di tanto amore


Avevo interrotto da qualche giorno la lettura di un giallo, e quando l’ho ripreso non ricordavo quasi nulla delle cento pagine già lette, così ho dovuto sfogliarlo daccapo. Nel farlo mi sono accorto di tanti particolari che non avevo colto la prima volta. Un po’ per la maggiore attenzione, soprattutto perché lo leggevo “col senno di poi”, cioè avendo già una certa conoscenza di quel che sarebbe accaduto. Ciò mi permetteva di cogliere piccoli indizi nascosti dallo scrittore e che prima non potevo notare.


Sto ascoltando Fossati, mentre scrivo questo post. “Di tanto amore”, una delle canzoni che amo di più, e che però ho scoperto da poco tempo, insieme a tante altre. Lo vidi in concerto alla fine degli anni novanta, a Palinuro. Fece un lungo set acustico suonando un magnifico piano a coda al centro del palco. Chissà se fra queste c’era anche Di tanto amore? Non lo ricordo. Non conoscendola, non la notai. Mentre ora chissà che piacere sarebbe poterlo ascoltare e cantare insieme a lui. Ma lui si è ritirato, l’occasione è sfumata. Non posso rileggere questa storia come ho fatto con il romanzo.


Ed è pure capitato di conoscere una persona per la prima volta, diventare intimi, indispensabili, e per caso scoprire di essere stati nello stesso posto in una medesima occasione tempo addietro, magari a una festa, un concerto, un viaggio, ovviamente non conoscendosi non c’è stata alcuna interazione. Eppure potendo rivivere quel momento, quella stessa occasione avrebbe occupato tutt’altro posto nella memoria, avremmo focalizzato la nostra attenzione su di lei, come se in un film una comparsa diventasse d’un tratto protagonista. Ma questo si può solo immaginare.

Come si può solo immaginare di cambiare le cose. Illudersi che sapendo in anticipo cosa accadrà, potrai cambiare il destino, capire un piccolo sintomo ed evitare l’insorgere della malattia, cogliere nello sguardo della persona che ti è accanto quel vuoto che porterà la vostra storia alla fine, e provare a riempirlo prima che sia troppo tardi.


Non si può. Il giallo che sto leggendo non cambierà finale anche se ora, tornando dall’inizio ho più informazioni. La storia è già stata scritta. Al massimo capirò prima chi sarà il colpevole, tutto qui. 

venerdì 16 ottobre 2020

La stagione dell'amore

 

Piove.

- Me lo presti lo stesso, il motorino, Federico? Mi vergogno di gironzolare a piedi sotto casa sua, così faccio finta che passo per caso e vedo se sta là davanti con le amiche mi fermo un po’.

- Ma che vuol essere uscita? Lorè, piove.

- E magari da lei no.

- Lorè, quella, casa sua, sta a duecento metri da qua. Se piove qua, piove pure là.

- Me lo presti o no?

- Che capo tosta che tieni, vai, ma ti inzupperai d’acqua.

- Quando mai, quello mo’ scampa.

La pioggia di oggi, acqua di ottobre, mi ricorda quante volte sono passato “per caso” nel posto dove volevo andare.

Col motorino, per non far sembrare fossi lì per lei.

Con le parole delle canzoni, dette per non dire le mie.

Con i Ti amo ma non è vero, come puoi pensarlo, ahahahah.

Con i sì che mi imbarazzano e mi fanno cambiare discorso.

Con le ragioni dei no che dico per primo per non sentirmeli dire.

E continua a piovere. E’ stagione, in fondo.

La stagione dell’amore, che viene e va.

Aspettiamo un raggio di sole. Aspettiamo un altro entusiasmo che ci faccia pulsare il cuore.

Piove da te? Che mi faccio prestare il motorino.

domenica 6 settembre 2020

Porte girevoli


A volte mi perdo a pensare a quante persone ho conosciuto. Provo addirittura a contarle, i compagni di scuola dalle elementari alla maturità, quelli dell’università, e gli amici di Roma e quelli del paese, in pratica tutti gli abitanti, e tanti che non ci sono più, e poi i colleghi, i clienti, e l’elenco sarebbe ancora lungo, come gli anni passati, ahimè.

E in mezzo a questi le persone che mi hanno voluto bene, a cui ho voluto bene, quelle che hanno lasciato tracce che vorrei non si cancellassero mai. L’esistenza è fatta di porte girevoli, si dice. Persone entrano ed escono di continuo, niente dura per sempre, dovrei rassegnarmi. E invece non lo faccio, sprango le porte, provo a non perdere nessuno, mi aggrappo ai ricordi, li tengo vivi, li nutro, li riscrivo, ne faccio storie, io faccio sempre storie, per ogni cosa. Ma più si va avanti con gli anni più capitano certi giorni che basta ritrovare un biglietto, una foto, ascoltare una canzone, e i ricordi rischiano di soffocarti. Allora esco di soppiatto, e li chiudo dentro. Fuori c’è aria limpida e fresca, sul tardi. Settembre, quando vuole, sa fingere di essere inizio e non fine.

E allora fingo anch’io, che ci vuole.

giovedì 6 agosto 2020

Il lampadario





 

La nostra camera da letto, quando ci sposammo, era in realtà ancora quella dei miei. All’epoca lavoravo solo io, guadagnavo quanto bastava a vivere dignitosamente ma senza voli pindarici. Avendo già speso molto per le nozze, preferimmo conservarla ancora per un po’. Io, poi, ci ero affezionato.

Era in puro stile motel anni settanta. Le linee geometriche, le curve ardite e le risalite (il lettone era basso e senza sponde e da piccolo cadevo spesso). Fu solo diversi anni dopo, che la cambiammo prendendone una nuova. Era ormai tempo, e poi la nostra situazione economica era molto migliorata. Così comprò quella che più le piaceva, e io non misi bocca. Aveva accettato per anni di dormire in quella dei miei genitori, ora la decisione doveva essere solo sua.

Fu mia solo quella del lampadario.

Per la verità, andammo insieme a comprarlo, ma quello che volevo io piacque anche a lei e così fummo subito d’accordo. Lo guardavamo insieme, a volte, mentre stavamo sul letto, e pur essendo quasi paccottiglia ci dicevamo che era stata proprio una scelta azzeccata, una delle poche fatte insieme senza discutere a lungo prima. Quando il sole ci si rifletteva, si trasformava in un prisma, e che bell’effetto faceva sulle curve del suo corpo nudo!

Ci ho fatto l’amore con un’altra ragazza, in quella stanza.

Non mi sono venuti in mente significati particolari, un letto è un letto, una camera vale l’altra. Mentre siamo ancora distesi, nudi, in penombra, un raggio di sole filtra dalle imposte socchiuse e attraversa i cristalli del lampadario per poi proiettarsi nella stanza.

“È molto bello”, mi dice lei, guardando il soffitto.

E io ripenso a quella volta, nel negozio, a quell’unica scelta condivisa. Quando mai avrei immaginato che, un giorno, quella luce avrebbe illuminato un corpo che non era il suo.

“Grazie”, le rispondo, fingendo di non aver capito, “è bello anche per me essere qui con te”.

Sorride, mi abbraccia. La risposta le va bene.

Una nuvola copre il sole, il riflesso scompare. Le cose tornano a essere cose, oggetti inanimati, senza passato. Beate loro.