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sabato 27 dicembre 2014

Ghost lifer

Non vali nulla? E' il mondo giusto per te!

Uno dei drammi dei nostri tempi è l'assenza di meritocrazia. A tutti i livelli, persino nei sentimenti. Ho appena letto in un illuminante stato su facebook che "è scientificamente provato che i bei ragazzi stanno con le cesse". Cosa abbiano fatto queste ultime per meritarsi l'amore degli uomini più ambiti non si spiega se non con delle raccomandazioni. Non ci stupiremmo affatto se le cesse in questione fossero parenti di qualche politico! 

Non sai scrivere? Avrai un grande successo editoriale.

Conosco tante persone che scrivono da Dio, inventano storie affascinanti, non soffrono di congiuntivite, eppure le loro opere rimangono forzatamente nel cassetto perché sono dei perfetti sconosciuti, il loro nome non tira. Al loro posto, negli scaffali delle librerie e nelle classifiche di vendita, trovi volumi scritti da squallidi personaggi televisivi pubblicati dalle migliori case editrici nonostante quando parlino non sappiano neppure mettere in fila due parole senza intervallarle con un rutto. Però la gente li conosce e dunque quando vede il loro faccione in copertina (perché, in assenza di contenuti che possano attrarre, in copertina mettono proprio il loro faccione) ne compra i libri.

Nuove schiavitù e vecchi fantasmi.

Corollario di quanto sopra è lo sfruttamento. Del professionista ignorante che nonostante tutto riceve incarichi prestigiosi in virtù delle sue conoscenze, e per svolgerli si rivolge a collaboratori onesti e sottopagati, che lavorano nell'ombra e destinati ad un perenne oblio. O dello scrittore analfabeta che grazie alla sua improvvisa fama per qualche apparizione televisiva ad un reality ottiene un contratto per la pubblicazione della sua autobiografia e però non essendo in grado di scrivere altro che io naqqui e ogi sono tando canosciuto, si serve di un ghost writer, cioè di uno di quei bravi autori di cui parlavo in precedenza, penalizzati per non essere nessuno (per il mondo editoriale) e che in questo modo passano da nessuno in senso tecnico a Nessuno in senso Omerico: persone che compiono delle azioni significative ma per il gioco del fato (leggi: mercato) il loro nome non viene tramandato ma solo le loro gesta, attribuite ad altri dalla Doxa. Che non è la società di sondaggi, ma la Fama, che - perfetto esempio di adattamento ai tempi - invece di premiare chi lo merita torna sempre dove era già stata. I proverbi non sbagliano mai. I soldi vanno da chi ha altri soldi. Il cane morde lo stracciato. 
E la Fama è cosa diversa dalla Fame, una esclude l'altra.

Vivere? E' passato tanto tempo...

Certo, queste riflessioni sembrano fuori posto in questi giorni di festa. Ma non erano volute. Il tutto nasceva - come quasi tutti i miei post - da un gioco di parole pensato in una notte insonne, sul quale costruisco un articolo. Questa volta, parafrasando l'espressione ghost writer, mi era venuto in mente che in certe occasioni più che uno che scriva al posto tuo, occorrerebbe uno che vivesse al posto tuo.
Un ghost lifer, neologismo inesistente (lifer è più propriamente il condannato a vita).
Utile a salvarti dal colesterolo nei cenoni natalizi, a rispondere per te a quelle insensate catene di auguri fintissimi che ricevi su whats'app o tramite sms, in modo da lasciarti il tempo di rispondere personalmente a quei pochi, veri amici che ti hanno inviato auguri sinceri, quelli pensati apposta per te, che menzionano te e la tua famiglia per nome, che sanno cosa vuoi lasciarti indietro di questo anno passato e cosa desidereresti accadesse nel nuovo. 
E utile a scrivere questi insensati post natalizi sul tuo blog che nessuno legge e che ti facevano perdere un sacco di tempo per rispettare il proposito di scrivere sempre e comunque un post a settimana. Mentre tu col tempo guadagnato dal non avere scritto questo post te ne vai in giro a consolare le belle ragazze sole e disperate da quando è stato scientificamente provato che i bei ragazzi stanno tutti con le cesse. E' il tuo momento, Giovanni! 

sabato 13 dicembre 2014

L'assassino dei tempi morti

Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo. Sì, ma a che pro? Per scoprire la polvere che c'è sotto? Non è meglio continuare a mantenere lo status quo? E perché oggi mi vengono in mente tante domande, incluso questa? Forse perché ogni giorno che passa le nostre certezze svaniscono, quando i media ci rimbalzano continuamente notizie difficilmente comprensibili. Madri che uccidono i propri figli senza alcuna ragione (come se potesse mai essercene una) e continuano a negare di averlo fatto, violando di nuovo la memoria della carne della propria carne. Cantanti che muoiono su un palco chiedendo scusa, e persone che filmano la scena e inescusabili la pubblicano dovunque, incuranti del fatto che si nasce e si muore soli e che se è successo davanti ad una folla è stato soltanto un incidente non un evento da perpetuare ad libitum. Politici nuovi che fanno rimpiangere i vecchi, che già ci facevano rimpiangere quelli più vecchi ancora, con la paura che un giorno dovremo dire si stava peggio quando si stava meglio ed accettare ancora una volta di consegnarci armi e bagagli a chi ci porterà, come settantacinque anni fa, verso un baratro ancora più grave di quello economico, morale e sociale che già viviamo. Mondi di mezzo che noi che viviamo in mezzo al mondo ce n'eravamo accorti da decenni che il marcio non era soltanto in Danimarca, che se non dici minchia ma cazzo non vuol dire che non sei mafioso. E allora ti dici che c'è poco da rimboccarsi le maniche, che è davvero meglio che i progetti che avevi sul tavolo li torni a chiudere nel cassetto, che c'è poco da rammaricarsi, come facevi una volta, delle giornate prive di sogni e di ideali, in una parola del tempo sprecato, di quando pensavi sono vivo e perciò lo scrivo. Ormai faccio il contrario, lascio che il tempo scorra e mi illuda che non è soltanto una convenzione. Scrivo per sentirmi vivo anche se non serve a niente. Scappo dalla gente, fingo che sia composto di voci reali il coro che sento nella mia testa, quello che leggo a margine delle mie futili parole. E mi illudo ancora una volta che non sia colpa mia il vuoto che avverto. Anche se in alcuni momenti di lucidità, come questo, sono consapevole che per certi versi sono io stesso l'assassino dei miei tempi morti

domenica 30 novembre 2014

Amori a chilometri zero

Dopo una lunga ricerca (i documenti disponibili sono pochissimi) ho composto l'albero genealogico della mia famiglia a partire dalla seconda metà del 1700.
Un dato interessante salta all'occhio. In un centinaio e più di miei antenati in linea retta, in almeno sei generazioni, non c'è nessuno che sia originario di un paese diverso, tutti membri di famiglie del mio piccolo comune di appena mille anime. Eppure non è un centro isolato, anzi è contiguo a diversi altri di maggiori dimensioni, gli scambi commerciali avrebbero dovuto essere frequenti, e così le occasioni di intrecciare relazioni interpersonali.
Invece non è andata così, i miei avi si sono interessati sempre e solo alla vicina di casa.
Non mi risulta neppure, salvo rarissimi casi, che vi siano state nozze fra parenti (quantomeno fra parenti di rilievo giuridico). Le mie innegabili tare non posso addebitarle a questo.
Eppure i miei antenati non sono stati affatto pigri. Tanto per dire, fra di essi si annoverano garibaldini e briganti, gente che ha viaggiato più volte fra Italia ed America, lavoratori instancabili, carbonari, soldati, vedove che hanno tirato su da sole intere famiglie, donne che hanno sfidato i pregiudizi. Gente umile ma non rassegnata alla propria condizione, persone che hanno creduto in un ideale, disposte ad emigrare oltreoceano, a combattere battaglie senza compenso, ad unirsi ad una guerra mondiale finita con una vittoria di Pirro e ad un'altra persa in partenza.
Ma le donne e gli uomini della mia famiglia, nel loro intricato percorso, hanno voluto accanto a sé sempre e soltanto uomini e donne dello stesso paese, quelli che sai a chi appartengono, quelli che non ti sorprendono ma neppure ti deludono, quelli che non li riconosci col nome e cognome (che in un piccolo paese come il nostro spesso erano e ancora sono tutti uguali), ma col soprannome, per un vizio, un vezzo, un colore dei capelli, un modo di dire particolare.
Abbiamo sempre amato il nostro paese, se siamo stati costretti a lasciarlo è stato a malincuore, e quando abbiamo potuto siamo sempre ritornati. Perché c'era sempre qualcuno che ci aspettava.
Perché la nostra metà l'abbiamo scelta sempre fra chi viveva accanto a noi, in modo che nulla potesse convincerci ad abbandonare il luogo in cui siamo nati.
Così oggi mi affaccio dal mio balcone e vedo ancora una volta il panorama che vedeva il mio trisnonno. Il castello, il campanile, e il fiume che scorre proprio sotto casa mia e che conduce verso quel mare e quell'orizzonte che vedo in lontananza, nel quale il mio sguardo talvolta si perde, è vero, ma rimango saldo all'albero maestro, insensibile al canto delle sirene.
Perché il legame con le nostre radici è saldo e sincero.
E i nostri amori, da sempre, a chilometri zero.

domenica 16 novembre 2014

No, viaggiare

C’è un’estetica del viaggio. La scoperta di nuovi posti, il fascino che sprigiona la conoscenza di un luogo “altro” rispetto a quelli consuetamente frequentati.
Il mondo verticale di Manhattan, la biodiversità australiana, la lentezza nordafricana. Mete attrattive che probabilmente non vedrò mai, accontentandomi del mondo orizzontale di villette a due piani, gatti randagi e frenesia fine a se stessa.

C’è anche un’etica del viaggio. La positiva inquietudine che ci fa crescere, lo scambio di esperienze, il mettere in discussione il proprio piccolo mondo per poi tornarvi cambiati riuscendo ad arricchirlo con idee mutuate dal confronto con realtà diverse.

Io dei miei viaggi ricordo per lo più le stazioni.
L’etica e l’estetica dello stare nella sua più intima etimologia.
L’attesa, che non è ancora né meta e neppure percorso, ma in potenza lo è entrambi.
La macchina che si mette in moto. Il treno quando è ancora fermo eppure sembra muoversi, il senso ingannato dalla partenza dei vagoni del convoglio di fianco al finestrino; l’esatta metafora del mio viaggio ideale. Con la mente già predisposta, convinta, eppure, di fatto, ancora fermo.
Al sicuro. E con ancora la possibilità di non partire affatto.
Perché partire è un po’ morire.
Ma rimanere è morire del tutto, obietterà qualcuno.
La frase mi piace, spero sia mia, anche se non ne sono sicuro, visto che la penso diversamente. Ma non è un argomento definitivo, sono un avvocato, sono costituzionalmente portato a difendere anche tesi nelle quali non credo troppo.

Non lo nego, ci sono stati viaggi che mi son piaciuti.
Quei giorni che finiscono troppo presto, e nei quali ti trovi a fare il paragone impietoso fra il viaggio d’andata, denso di aspettative, e quello di ritorno, che non nasconde, ahinoi, sorprese: il solito noioso tran tran.
Ma è bastato, anche in quelle occasioni, rivedere le strade consuete, quelle in cui per sbagliare non hai più bisogno del navigatore, per sentire quel profumo nelle narici, che alcuni chiamano aria di casa mia.
Ma sarebbe una visione del tutto superficiale, perché il mio piacere di ritornare non è quello di rivedere i luoghi familiari ma più propriamente quello di riavere il mio punto di osservazione. Quello che puoi godere soltanto stando, non andando.

Non è una contraddizione con la mia visione tolemaica il fatto che io ami o abbia amato i buoni reportage di viaggio, dal Kilimangiaro di Hemingway all’Italia girata in bicicletta o in 500 nei libri di Paolo Rumiz.
Il libro è, infatti, solo un’appendice sensoriale del mio osservatorio, che mi consente di vivere mediatamente le emozioni narrate, ma in genere elaborandole soggettivamente, e trasformandole a loro volte – complici la mia fantasia e la mia scarsa memoria – in aneddoti che mi capita di raccontare come storie vissute da me.
E magari ne sono anche convinto.

Spesso nelle stazioni mi soffermo ad osservare i partenti e gli arrivanti, categorie che difficilmente si possono confondere, tanto trasfuse anche in esse i caratteri peculiari dell’attesa e dell’abbandono.
Molto più complesso è individuare quelli come me, coloro che stanno.
In inglese siamo quelli con un –ing nella desinenza, a volte siamo participi presenti, quando ancora la nostra natura di stanti dura da pochi istanti.
In quei momenti, mi scuserete il gioco di parole, siamo distanti.
Siamo appena arrivati o non siamo ancora partiti. Siamo in cerca di una scusa per non farlo o per giustificare quel che faremo. Ci limitiamo ad osservare.
E a chi ci notasse possiamo suscitare impressioni diverse.
Siamo quelli perplessi, che cercano informazioni e non sanno come ottenerle.
Siamo quelli stranieri, anche nel proprio paese.
Siamo quelli alieni alle sorprese.
Siamo come la Vergine sgomenta di fronte al mistero. Stabat mater.

E poi ci trasformiamo in gerundi. La potenza si muta in atto.
Allora siamo quelli che stanno stando.
Smettiamo la nostra comoda ignavia solo per ignavia.
Siamo quelli che leggono il cartellone delle partenze sperando in un congruo ritardo che ci possa far visitare con calma la libreria.
Che non hanno fame ma è comunque ora di pranzo.
Siamo come l’anziano San Giuseppe nella canzone di De Andrè, che prendono un’iniziativa solo perché stanchi di essere stanchi.

Ma c’è un’estetica anche nello stare.
Quante persone ho conosciute che pure loro stavano qualcosa.
E lo facevano da Dio, credetemi. Si sceglievano i posti migliori, quelli in prima fila.
Stavano su una terrazza panoramica a Ravello. Una volta ho bevuto un caffè con una che stava in un caffè vista mare, le svolazzano i capelli come su una cabriolet degli anni ’50 e non c’era un filo di vento.

E non manca neppure un’etica, nello stare.
Perché a stare da soli ci vuole una certa attenzione prima di abituarsi, perché non è facile, basta un attimo e ti trasformi in uno che va, o in uno che torna.
Quando poi stai da solo da parecchio tempo allora capita che non ci fai più neppure caso, può darsi che giri a vuoto, come in moto a luogo circoscritto, e intimamente ti sei convinto che quella sia la regola, non l’eccezione, che anche quelli che vedi camminare insieme abbracciati siano in realtà due che stanno da soli. Così quando ti capita di incontrare un’altra persona, una che magari davvero ci crede nel viaggio, che ti parla di altri nomi, altri luoghi, altre vite, tu lo credi soltanto un rappresentante, uno che ti mostra depliant che a loro volta mostrano soltanto palcoscenici, scenari di cartapesta. Perché ormai ti sei fatto una ragione che lo stare non è solo uno stato d’animo, ma un’esigenza condivisa, e che chi si affanna a spendere i propri risparmi per un’altra settimana di vacanza in posti esotici non è né più né meno che un drogato che vuole farsi il suo trip, e magari quel viaggio sarebbe ancora più comodo e banalmente rilassante rispetto a quello in macchina, in treno o in aereo; mezzi di trasporto faticosi e certamente assai meno efficaci di un’endovena.

L’ideale, lo so, è trovare una persona con la quale stare davvero insieme, non per caso.
Con la quale trascorrere un intero weekend a stare nei posti più belli del mondo.
A girare per i mercatini d’antiquariato delle città d’arte, confondendosi con la folla di Porta Portese a Roma o del Balùn a Torino, scherzando sulle manie di quei turisti che vanno e vanno in continuazione senza portare davvero indietro con sé nulla se non fotogrammi di un passato che non è mai stato presente, perché quelle foto non hanno nulla di vero, sono pose create per avere un ricordo.
Ma un ricordo falso che ricordo è?
Invece noi, che in quel momento stiamo insieme, avremo sempre un testimone che potrà affermare che ci siamo stati.
E le foto lo confermano, ma non le nostre.
Noi siamo quelli che stanno sullo sfondo delle vostre.
Quelli che mentre vi affannavate a fotografarvi, stavano semplicemente lì.
E sembravano felici.
Come se quello fosse l’album del loro viaggio di nozze.

domenica 9 novembre 2014

Coazione da Tiffany

Scendete dal letto sempre con lo stesso piede?
Nient'altro che scaramanzia. Superstizione.
Ma non dovrebbe aver ragione d'essere, stolido retaggio apotropaico.
Che porta alcuni scettici ad affermare che "la superstizione porta sfortuna" (Raymond Sullivan)

Scendete dal letto sempre con lo stesso piede, ma facendo almeno sette saltelli e ripetendoli per sette volte nel caso in cui sbagliate la sequenza?
Avete un disturbo ossessivo compulsivo. D.O.C.
E io di D.O.C. sono un caso doc. Consumo interruttori e lampadine a forza di accendere e spegnere luci non convinto di averlo fatto, suole di scarpe nel tentativo obbligato di ripercorrere sequenze predeterminate di percorsi lungo i bordi o gli incroci delle mattonelle. E mille altre piccole cose. Che non mi complicano la vita più di tanto, per fortuna (ma la fortuna esiste davvero?), semplicemente talvolta me la rallentano un po', e non è detto sia una male. Anzi, se il D.O.C. di giornata mi costringe a pestare una cacca, la cosa potrebbe anche portare inattesi sviluppi positivi, se dopo sono costretto ad entrare in casa di una persona che mi sta amabilmente sulle scatole.
Dai diamanti non nasce niente, ecc. ecc.
Poi c'è l'aneddoto non so più se vero o inventato che racconto da troppo tempo, delle due strade che portano entrambe allo stesso posto ma una ben più lunga e tortuosa ma che mi sento costretto per le ragioni di cui sopra a percorrere, e però mi salva la vita perché proprio in quel momento sull'altra si abbatte un albero dal ciglio della strada, e che mi avrebbe sicuramente investito.
E in quei casi come fai a disfarti più dei tuoi compagni di viaggio?
Perché è così che io li vedo. Simpatici attenti folletti (gli angeli custodi hanno compiti più importanti), che mi guidano a girare da destra e non da sinistra di una poltrona, a saltare l'ultimo scalino, a calpestare quel tombino e non quell'altro... Che ne so io delle linee di forza che in tal modo evito di infrangere, dell'equilibrio del mondo e del mio essere che in tal modo contribuisco a mantenere integro? Se me lo dicono loro che fanno parte del piccolo mondo sarà sicuramente giusto, una condotta da seguire senza alcun dubbio e senza troppi ripensamenti.
Perché, ripeto (ah ah ah!), sinora mi è sempre andata bene con questa coazione a ripetere gli stessi gesti.
Se fossero stati cattivi consiglieri, mi avrebbero spinto a compiere gesti inconsulti.
Tipo comprare costosi gioielli alle persone amate ad ogni ricorrenza, come fanno alcuni uomini di mia conoscenza o si aspetterebbero donne di mia conoscenza. 
Cose che per fortuna i miei spiritelli non mi fanno fare mai, o quasi mai. 
E quella volta che è capitato, è stato un unicum.
Nessuna coazione da Tiffany.

Saltello.
Saltello.
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giovedì 30 ottobre 2014

Proust e la conserva di pomodoro.

Non è una novità. Ci aveva pensato il buon Proust nella Recherche, inzuppando nel te' e nell'immaginario collettivo di milioni di lettori le sue petit madeleine dotate del potere magico di sprigionare il ricordo di attimi già vissuti, già visti. Dejà vu.

Non è una novità, però ogni volta che accade questo piccolo miracolo si rimane colpiti dalla nitidezza della visione del passato che, come in una macchina del tempo, scaturisce da un gesto, un profumo, un oggetto, scrigni di antiche sinestesie che d'incanto ci riportano a quel tempo ormai perduto ma tanto ricercato.

Non è una novità, ma quel che mi è capitato credo abbia i connotati dell'eccezionalità.
Perché la mia occasionale petit madeleine ha svolto la sua funzione rievocatoria non solo per me ma anche per altri, da un punto di vista diametralmente opposto. E questo il buon Marcel non so proprio se l'avesse ipotizzato.

Ho ripreso la mia vecchia Fiat 500 del '69, per lunghi anni rimasta parcheggiata in garage, in realtà meritevole - con i suoi 350.000 km - di quel dignitoso pensionamento che a me, della sua stessa età, le riforme che si susseguono rendono sempre più utopistico. Così, per evitare questa ingiustificata disparità di trattamento ho pensato di farla tornare sulla breccia, forte dei suoi consumi ridotti e della sua capacità innata di trovare parcheggio dove non si sospetterebbe. Certo, la capote faceva acqua da tutte le parti, la ruggine si stava impadronendo della carrozzeria, il motore necessitava di un'aggiustatina, ma all'interno quel profumo, ragazzi, quel profumo... Quello buono di decine di viaggi Salerno - Milano e Salerno - Roma, con me incastrato nei mille pacchi e pacchettini con i quali i miei genitori la caricavano di ogni ben di Dio tutte le volte che, finite le vacanze, dal paese si ritornava in città. Quell'afrore di olio, vino, patate novelle, conserve, bottiglie di sugo di pomodoro, biscotti fatti in casa, e insieme di infanzia felice, di nonni, di bontà, di tanta vita davanti.

E poi, rimessa a nuovo, l'ho lanciata ancora una volta, dopo tanti anni, per le nostre piccole strade, dove all'inizio le persone che incrociavo a bordo delle loro non mi riconoscevano, abituati a vedermi in una macchina diversa, ma poi... poi è capitato che una persona dell'età di mio padre mi ha avvicinato raccontandomi la sua emozione nel rivedere in pista la gloriosa 500, la cui apparizione improvvisa l'aveva riportato ai felici momenti in cui, ormai quarant'anni fa, il suo caro amico Domenico tornava da Roma e il passaggio di quella macchinina simboleggiava qualche settimana di spensierate chiacchierate, partite a carte, passeggiate in montagna in cerca di funghi ma in fondo soltanto scuse per ritrovarsi e raccontarsi le loro vicende quotidiane di amici separati dall'emigrazione e dalle vicende della vita.
"Avvocà, che sciddico re còre, m'è parso ca tornava n'ata vota Minicuccio..."
No, ero soltanto io, ma l'emozione ce la siamo goduta insieme. Doppia.
Ed è stata l'occasione per giocare ancora una volta lo sport che mi riesce meglio: i tuffi nel passato.
Dai quali come al solito esco con gli occhi rossi.
Di pianto o di sugo, stavolta non importa.



lunedì 13 ottobre 2014

L'ultima ora

Ascoltare un notturno di Chopin t'induce alla meditazione.
Il fatto che fuori ci sia il sole e che sia un autunno ben più caldo dell'estate appena trascorsa può essere solo un dettaglio, in certi giorni in cui ti sorprendi a pensare che il tuo presente non sia altro che passato. Che tu, pur permanendo ancora su questo piano di esistenza, non sei in realtà un contemporaneo. Il mondo è andato avanti (e se avete mai letto la saga della Torre Nera di S. King potreste sapere che non è necessariamente un progresso, anzi) e tu non te ne sei accorto, hai creduto di essere ancora al passo, che il tuo essere brillante (sempre a detta del protagonista dei tuoi selfie) fosse segno di attualità e non soltanto il luccichio della cromatura di un'auto d'epoca tirata a lucido per una serata particolare, per una sfilata, e poi di nuovo parcheggiata in garage a crogiolarsi nelle illusioni delle curve delle donne di una volta e ora solo dei propri parafanghi.
Perché scioccamente ho sempre visto l'essere fuori tempo come una qualità, una particolarità, un segno distintivo, come l'essere parte di coloro i quali potevano affermare cantando "non è tempo per noi e forse non lo sarà mai", e non come un semplice anacronismo.
E allora mi nascondo dietro pensieri altri, fingo ancora una volta di essere in grado di dire la battuta tranchant, di essere simpatico, intelligente e non soltanto strano, quando chiedo ai miei amici se hanno presente quei giochi in cui intrecciando le mani in un certo modo puoi ingannare le percezioni neurosensoriali per cui ti sembra di muovere l'anulare è invece è il medio. E poi quando hanno capito, inizio a raccontare di come quella mattina mentre mangiavo un grissino ero andato a fare pipì.
E se qualcuno per caso la capisce e invece di andarsene si mette a ridere cresce il mio ego.
Ed evito di confondere almeno quello con un grissino.
E poi succede quella cosa che improvvisamente la ragazza che ti sembra attraente invece di dirti "ciao" come a un coetaneo ti saluta con un "buonasera" (ed è successo già diversi anni fa!), che poco ci manca si offra di aiutarti ad attraversare la strada.
E poi succede che passi davanti al tuo vecchio liceo, osservi le sbarre alle finestre della tua classe del ginnasio al piano terra, attraverso le quali il salumiere lì di fronte ci passava il panino alla ricreazione e quasi lo senti ancora il profumo di quel pane fragrante e di quella pancetta tagliata sottile e poi ti volti e quell'alimentari non c'è più, sostituito da un outlet, e mentre sei lì a rimuginare l'occhio ti fugge dentro a quell'aula e tutto è uguale e tutto irriconoscibile, come un film di serie b, quelli che il personaggio improvvisamente non conosce più nessuno e nessuno lo riconosce nonostante i luoghi siano gli stessi. Infatti non sono io quello in seconda fila, la ragazza con i capelli biondi al primo posto davanti alla cattedra si volta e sorride ma non è Maria, lei sarà in un altro multiverso, retta parallela che non incontrerò mai e forse è meglio così, perché sarebbe soltanto uno specchiarsi nelle rughe dell'altro. Ci saluteremmo da lontano, come faccio con quella ragazza ricambiando il sorriso, magari mi ha scambiato per il genitore di qualche suo compagno. Anche con lei rette parallele. Non ci incontriamo mai, al limite un saluto da lontano se la maledetta geometria almeno questo lo permette.
Mi allontano rapidamente e mi consolo pensando che in fondo forse la scuola la possiamo mitizzare soltanto quando sono passati decenni, mentre allora, come tutti credo, l'ora di lezione preferita era sempre l'ultima.
Ascolto un notturno di Chopin e m'illudo di essere anch'io attuale come lo è anche dopo due secoli quel meraviglioso compositore polacco. Ma mentre lui è assolutamente senza tempo, il mio è passato senza accorgermene. "Ed è tutto tempo sprecato", cantava l'autore di questo post ormai più di vent'anni fa, ventenne e già interamente calato nella sua parte di protagonista non del film ma soltanto dell'intervallo fra i due tempi. O meglio, come quello che esce nella pausa a comprare le patatine e trova un sacco di fila e quando rientra in sala il secondo tempo è già inoltrato e nonostante s'impegni da quel momento in poi non capisce una mazza.