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sabato 12 marzo 2016

Monetine

Passeggiando in Piazza Navona, a Roma, in una sera di marzo in cui il tempo batteva inesorabile il suo ritmo, mi capitò di sentire una melodia amica.
Un gruppo di musicisti, di quelli che trovi solo a Piazza Navona, trasandati ma geniali, stava eseguendo una magnifica versione acustica di Sultans of swing dei Dire Straits. Un brano al quale non solo i bravi chitarristi ma anche chi strimpella appena come me è molto legato, per via di quell’assolo infinito inserito da Mark Knofpler a due terzi del pezzo, splendido e irripetibile, eppure da tutti provato a rifare non appena si imbraccia una chitarra e si impara a suonare l’accordo in re minore al quinto tasto.
Perché è un riff magico, un giro irresistibile appoggiato su tre soli accordi, che ti cattura e vorresti non finisse mai, e chissà quanti come me, all’apparire del genio della lampada, si troverebbero indecisi fra desiderare l’immortalità o saper suonare alla perfezione l’assolo di Sultans of swing. Forse perché, in fondo, quando si usa l’espressione “suonare da Dio” c’è un fondo di verità, solo una divinità può creare, col semplice movimento delle dita su delle corde di metallo, un miracolo simile.
E quella sera, forse, il chitarrista di quel gruppo improvvisato doveva chiamarsi davvero Aladino, perché le sue mani, appoggiate al barré del quinto, facevano fluire limpida dalla chitarra la magia di quel brano senza alcuna imprecisione o intoppo, che sarei stato lì per ore ad ascoltarli.
Ma ero in compagnia di mia moglie e mia figlia, esiste anche un video sul mio cellulare che immortala per i posteri, insieme all’esecuzione perfetta della canzone, l’indifferenza totale delle mie donne, per altri versi così sensibili, a quell’incantesimo.
Così quando mi avvicinai, alla fine del brano, per lasciare un piccolissimo obolo nella cassettina dei musicisti per ringraziarli del dono che mi avevano fatto, non sospettavo neppure lontanamente l’errore che stavo commettendo.
Infatti, quel misero euro e cinquanta con cui avevo indegnamente ripagato il regalo di compleanno che mi aveva fatto quella band di strada, guarda caso erano gli unici soldi che avevamo con noi, e così facendo avevo privato mia moglie della possibilità di un caffè, provocando una reazione umorale che può comprendere soltanto chi abbia avuto accanto, alternativamente, un tossicodipendente all’ultimo stadio di astinenza o, appunto, una moglie che vuole prendere un caffè e tu non glielo offri in quell’istante.
Ora non voglio farla apparire come una persona incline al vizio o alle reazioni eccessive – anche perché potrebbe leggere questo scritto… - e dunque dirò che la colpa fu senza dubbio mia che, del tutto ignaro degli effetti della carenza di caffeina (giacché non prendo né droghe né caffè), mi azzardai a dire che, tutto sommato, avevamo almeno ascoltato una canzone eseguita deliziosamente.
L’assolo, da quel momento, mi disse, potevo considerarlo linea guida della mia futura vita amorosa.
Ma non finì neppure qui, niente affatto.
Perché proseguendo nella passeggiata verso Castel Sant’Angelo, mia figlia undicenne adocchiò un mendicante ai bordi del ponte. Un tizio senz’arte né parte, privo di particolari patologie quantomeno visibili, che chiedeva la carità in un punto strategico molto frequentato dai turisti, quindi certamente messo lì dal racket delle elemosine, altrimenti col cavolo che poteva occupare quell’incrocio.
Bisogna dire che anche in questo caso l’esecuzione lamentosa era pregevole, e, vero o finto che fosse il suo disagio, una moneta gliel’avrei pur data, anche su incitamento di mia figlia che infatti mi strattonava invitandomi a farlo, lei che è particolarmente sensibile a qualsiasi causa umanitaria.
Ma non avevo altri soldi, glielo dissi, gli ultimi li avevo dati ai musicisti.
Apriti cielo! Che persona malefica che ero, rifiutavo di aiutare un povero storpio (che secondo me in realtà corre tranquillamente i tremila siepi), e invece avevo dato volentieri del denaro a quei suonatori da strapazzo! Ed hai voglia a fornire tutte le giustificazioni possibili, quando una figlia ti mette il broncio, la vacanza può essere rovinata definitivamente. Le provai tutte, mi ridussi io stesso a mendicare la sua comprensione, ma, guarda un po’, a differenza del tizio sul ponte, io non la impietosii neppure un pochettino. Si girò sdegnata e si avviò verso l’albergo senza avere la minima idea di dove fosse, guidata da un navigatore interno che aveva come destinazione programmata quella di andare comunque il più lontano possibile dal padre. La indirizzai a fatica verso il percorso corretto, che però conduceva di nuovo attraverso Piazza Navona.
Passammo così ancora davanti a quegli alter ego dei Dire Straits, in quel momento stavano suonando alla grande un altro pezzo storico, ma appena mi volsi mia moglie sarcastica faceva il segno della tazzina del caffè e mia figlia con sguardo torvo tendeva la mano, così non rallentai neppure. O meglio, per un attimo pensai di farlo, ipotizzai di distrarli in qualche modo, riprendere il mio euro e cinquanta dalla cassettina e scappare via fra la folla. Ma quella sera compivo quarantasette primavere, anzi, era l’autunno quello che stava arrivando nella mia vita, e non potevo tradire proprio allora i ricordi della mia gioventù che l’ascolto di quella vecchia canzone mi aveva suscitato. Di quando sognavo che un giorno sarei stato davvero su un palco a suonare, novello Mark Knopfler, quell’assolo geniale, con la folla in visibilio ai miei piedi. Forse lo sognavano anche quegli stagionati musicisti, e la vita li aveva traditi nonostante il talento. O forse l’avevano scelto proprio loro di essere liberi, di suonare in una piazza, di regalare il loro talento ai passanti in cambio, quando andava bene, di qualche monetina o di un timido applauso. E dunque feci solo un lieve saluto al loro indirizzo e non rallentai il mio passo, addio, o meglio, alla prossima. Quando giuro che mi riempirò le tasche di spiccioli, e mentre mia moglie con quei soldi si inietterà caffeina endovena e mia figlia risolleverà i destini di tutti i derelitti, veri o finti, che vagano per Roma, mi siederò di fronte al chitarrista e, mimando con le dita gli accordi, ad occhi socchiusi, duetterò finalmente insieme a lui come un vero Sultano dello swing.

P.S. Scusatemi, Genny e Rosaria. Solo una piccola licenza poetica per colorire la storia. So bene che in realtà voi assecondate con dolcezza tutte le mie fisime. Soprattutto dopo aver bevuto il caffè, e quando non ci sono in giro mendicanti…





domenica 21 febbraio 2016

L'Eco di uno scontrino

Quando, all’incirca dieci anni fa, mi affacciai al mondo del blogging, si trattava di un universo in piena espansione. Erano state create svariate piattaforme ed ognuna di esse accoglieva un numero esagerato di blog, la gran parte dei quali, pur presentando contenuti assolutamente banali – o forse proprio per questo – aveva un notevolissimo seguito. Si trattava di veri e propri diari, in cui quotidianamente si raccontavano le proprie riflessioni e descrivevano eventi capitati a casa, sul lavoro, nei rapporti amorosi. Ogni post suscitava una caterva di commenti del medesimo tenore, creando un interscambio basico per l’epoca assolutamente originale e voyeuristicamente attraente. Potremmo paragonare il successo di quei pionieri a quello della prima edizione del Grande Fratello televisivo, quando ci tennero a milioni incollati davanti al teleschermo le vicende di più che ordinaria quotidianità sentimentale che coinvolgevano Pietro Taricone, Marina La Rosa e gli altri abitanti della “Casa”. Ulteriore elemento intrigante (e che maggiormente distingue il fenomeno del blogging dai più recenti facebook e twitter) era l’assoluta libertà di anonimato. La maggior parte dei bloggers usava nickname, le immagini erano spesso avatar grafici, e i riferimenti alla vita privata, se pure espliciti, interessavano per il fatto in sé, non per l’autore, atteso che nel 99,99% dei casi i blogger e i lettori (quasi sempre blogger a loro volta) non si conoscevano affatto, prima.
In realtà, rispetto a quest’ultima considerazione, la mia potrebbe sembrare un’eccezione, in quanto fui introdotto a quel mondo da una blogger mia amica. Ma siccome non si trattava di una ragazza che frequentavo ma che avevo conosciuto in una chat e non ci eravamo mai visti, probabilmente anche il mio caso rientrava nella consuetudine. Appassionato da sempre di scrittura creativa, da principio ebbi difficoltà ad uniformarmi allo stile imperante del “web log” (poi contratto in blog), cioè del diario online. Non ero abituato a scrivere di me, soprattutto non ne avevo voglia, almeno non in maniera diretta. Così pensai di riflettere me stesso negli argomenti trattati, notizie, cinema, televisione, politica, il tutto senza realmente approfondire quanto commentato, ma soltanto come spunto per parlare di me. Insomma, una scrittura yo-yo, che lanciavo srotolando il filo dei miei pensieri e mi ritornava accresciuta da quelli dei miei lettori che anch’essi commentavano la notizia ma, in realtà, parlavano di me e insieme di loro. E il successo fu notevole, Glaurito divenne un nome noto fra i blogger di Splinder, la piattaforma su cui scrivevo.
Il riferimento, certamente troppo alto, che avevo voluto prendere come esempio, era quello delle Bustine di Minerva pubblicate da Eco sull’Espresso. Per avvicinarmi ancora di più al modello che aveva intitolato la rubrica con quel nome, che richiamava le scatoline di fiammiferi sul cui retro si usava appuntare nomi, indirizzi o numeri di telefono, io, non fumatore, avevo pensato di chiamare il mio blog “Il retro dello scontrino”. L’enorme distanza, anche di classe, fra i due titoli, mi distolse da quell’idea malamente scopiazzata e il blog si chiamò “il Contrario di tutto”, nome che resiste tutt’ora se non nell’intestazione, nell’indirizzo web di questo più recente blog.
Poi il tempo passò, i blog si ridussero sempre più di numero e visitatori (passato il momento di euforia, la gente che non era abituata a scrivere e a leggere tornò alle sue abitudini), soppiantati dai più semplici e meno impegnativi social media, e rimasero in auge soltanto quelli più settoriali.
Io stesso scrivo qui, ormai, molto più di rado quanto vorrei. Abituato, anzi, al microblogging di fb e twitter, mi capita di sentirmi privo di allenamento ad una composizione più lunga e poi, diciamocela tutta, è inevitabile seguire la moda. La gente va dove sta altra gente. I ristoranti vuoti sono sempre più vuoti e quelli pieni sempre più pieni. Un’applicazione ancestralmente radicata nel nostro DNA di animali da branco. Un post scritto qui ha una diffusione di molto inferiore a quella che può avere su facebook. Anzi, sono convinto che tra queste Caramelle potrei nascondere anche il pin del mio bancomat e non se ne accorgerebbe nessuno. E se invece accadesse, non mi dispiacerebbe affatto. Innanzitutto perché di questi tempi pure i soldi sui conti correnti hanno fatto la fine dei blog, ma soprattutto in quanto chi mi segue, e spesso sono persone che lo fanno da tanto, sono da considerarsi ormai davvero degli amici; Amici veri, non come quelli di facebook che ti conoscono solo di vista o al massimo cuggino del cuggino. Qui la gente ti conosce nell’anima.
E allora questo post, scritto sul balcone godendo di un primo timido sole, quasi primaverile, è per voi, e per me. Per ricordare en passant quel Grande Maestro scomparso ieri lasciando un vuoto davvero incolmabile, e perché, in fondo, le mode sono come un cerchio, sono tornati i pantaloni a zampa di elefante, torneranno anche i bei tempi dei blog.
E allora tanto vale star qui, attendere, e guardare la collina.
E’ così bella.

P.S. 51313


venerdì 5 febbraio 2016

Il giorno che diventammo una foto in bianco e nero

"...Quando vaghe di lusinghe innanzi a me non danzeran l'ore future..."
(da "I sepolcri" di U. Foscolo)
La morte. Ecco il tema di oggi, ragazzi miei.
Quel contagio dal quale nessuno di noi è immune, la méta che da sempre attrae ed inquieta, la consapevolezza, propria dell'uomo, della sua caducità.
La puoi provare ad esorcizzare con la religione, con la filosofia, con l'eutanasia.
O con una fotografia.
Vivo in un paesino di mille abitanti, e altre mille anime di quello stesso paese ho conosciuto nei decenni trascorsi della mia vita, persone con cui ho diviso una carezza, un tratto di strada, una partita a carte o a pallone, magari solo un saluto, un sorriso o un semplice buonasera. E che non ci sono più.
Su una pagina creata di recente su facebook sono state pubblicate centinaia di fotografie dei tempi andati, scolaresche, processioni, feste. In quelle sbiadite immagini ho rivisto persone indimenticabili eppure dimenticate. Volti che hanno accompagnato la mia infanzia, di ognuna di esse si ricordano aneddoti, soprannomi, virtù e, perché no, vizi, ché il nostro è un paesino, l'altra medaglia del conoscersi tutti è sapere i fatti di tutti, come in un'eterna telenovela.
Eppure, dopo un primo accenno di malinconia, quelle fotografie non mi hanno messo tristezza, anzi. Quella stessa piazza dove si affollavano centinaia di persone per un evento, esiste ancora. Le persone sono altre, è vero, ma spesso nei loro occhi, nei tratti somatici di famiglia (la pétena, nel nostro dialetto) si scorge a chi "appartengono", come pure in quelle antiche foto rimani stupito, quasi spiazzato tanto da pensare ad un fotomontaggio. Sembrano persone attuali e poi guardi meglio e ti accorgi che sono i loro padri, i nonni alla stessa età degli uomini e donne di ora.
Insomma, ci si sente in compagnia anche fra estranei, capisci, o almeno ti sembra di intuire il vero significato dell'eterno ritorno, una mescolanza di geni che si ricompone in nuove forme, come in un puzzle, e ciononostante trova sempre un'unità, una compiutezza della quale anche chi non c'è più continua a fare parte e ti rende più accettabile anche il pensiero del trapasso. Che non a caso un sinonimo di fotografare è immortalare...
Di converso, penso a volte a quanto possa essere spersonalizzante la vita in una grande città. Non è un elogio alla provincia, però quando io imbocco la via del centro storico che porta a casa mia - ne ho scritto tempo fa proprio su questo blog - oltre a salutare, riconoscendola, ogni persona che incontro, posso ricordare ad ogni porta chi ci viveva e chi ci vive ora, anche se la percorro da solo alla fioca luce di un lampione, è illuminata dal ricordo di tanti volti e facce a me noti se non proprio cari. Posso ricordare la loro voce, il tocco caldo della loro mano, in altre parole l'umanità. In una città, del vicinato posso conoscere al massimo l'inquilino dell'appartamento sul mio pianerottolo, in un susseguirsi di persone, negozi, attività che cambiano di continuo e il cammino di quelle vite mi diventa immediatamente estraneo, non ne conosco l'alfa, non ne conoscerò mai l'omega.
Ho studiato a lungo, per passione, la storia della mia terra. Oltre alle persone che ricordo, mi pare di conoscerne tante altre di cui in realtà ho appreso soltanto dai libri, dai registri di nascita e morte, dagli archivi, dai resoconti, dalle lettere che mi hanno raccontato stralci delle vite di un tempo. Ed anche dalle epigrafi sulle tombe. Quella alla fine del vecchio cimitero, un tempo elegante di marmi di una famiglia nobile funestata da lutti, in cui l'anziano barone scapolo, ingiustamente sopravvissuto a fratelli più giovani e nipoti, nella solitaria vecchiaia aveva lasciato ai posteri la sua desolazione, auspicandosi, nell'iscrizione in cui ricordava i suoi cari, di raggiungerli quanto prima.
Visitare i cimiteri è un esercizio che può anche ritemprare. Come per il Foscolo, del quale citavo sopra la frase così musicale e struggente che mi è rimasta impressa sin dal liceo, anche a me è capitato perdermi nella contemplazione degli antichi sepolcri. Da quelli monumentali come il Verano, muta città-oasi nella confusione romana, a quello Acattolico nei pressi della Piramide. Incisioni che ricordano poeti maledetti, giovani innamorati infelici, o semplicemente uomini dalla vita anonima resi però immortali da una frase.
Come quella che ho lasciato detto ai miei cari di far iscrivere sulla mia lapide, quando sarà.
Due semplici parole. Un augurio o forse una minaccia.
"A presto".

mercoledì 23 dicembre 2015

Di chitarre, anni, foto e Natale alle porte.

Dimmi, senza me come ti va?
Questa domanda senza risposta girava in loop in una mia canzone di più di vent'anni fa.
Brano dedicato ad una ragazza che era stata mia, o forse lo era ancora, chissà, è passato così tanto tempo che i ricordi si confondono e confondono il corretto fluire del tempo.
Sono certo soltanto che c'eravamo io, una chitarra, la foto di lei, e un manuale di diritto che mi guardava storto, muoviti, studia, che il tempo passa!
Ma per me il tempo era già passato, le parole di quella canzone mi proiettavano nel futuro in cui io, ripensando a quei giorni, mi sarei chiesto di lei, della sua vita proseguita senza di me.
Perché il nodo è sempre questo, la mia assoluta incapacità di vivere il presente.
C'è stato un attimo in cui mi sono sentito felice, una fessura, una crepa.
E subito ho pensato che sarebbe stato bello morire.
La morte migliore, mentre sei felice.
Ma poi mi sono chiesto: passiamo la vita a rincorrere qualche attimo di gioia e proprio allora vogliamo andarcene? Non dovrebbe essere invece lo stimolo per vivere con ancora maggiore intensità, consapevoli che quel minuscolo attimo ci ha dato la prova che in fondo la felicità esiste ed è  a portata di mano?
Non sono riuscito a darmi una risposta, la crepa si era già richiusa, l'occasione perduta.
La chitarra è sempre con me. Ho strimpellato due strofe di quella canzone, davanti a me nessuna foto a sorridermi con dolcezza, nessun manuale a minacciarmi, solo un piccolo calendario a ricordarmi che il tempo è passato fregandosene altamente di me e delle mie fisime.
Tra due giorni è Natale, non va bene e non va male.
Ecco la risposta.

lunedì 30 novembre 2015

Vacanze romane

Nella vita non sei così come sembri leggendoti.
Lei, con questa frase, mi poneva di fronte ad un'equazione che non avevo mai considerato: che pur mettendo tutto me stesso nei miei scritti, altri potessero comunque percepire di me un'immagine distorta, o in ogni caso diversa dal vero. 
Scrivere e vivere son cose diverse.
Potevo scherzarci, su questa frase, o fare il filosofo, declinare l'ovvio. 
Ma che bastasse un sottile foglio di carta a frapporre uno iato così ampio fra l'apparire e l'essere mi lasciava spiazzato.
Perché lei non parlava di differenze "estetiche", non era questione pirandelliana di nasi inaspettatamente pendenti o di essere più o meno fotogenici. 
quell'affermazione che mi aveva così colpito andava a radicarsi nelle profonde insicurezze che spacciavo per contenuti di qualità dei miei testi sempre ironicamente autobiografici. 
Mentre la gente continuava a passare frenetica al di là della vetrina del caffè, da noi il tempo rimase per qualche istante sospeso. 
In quella sincope ripensai ad Escher, pesci che si facevano uccelli che si facevano cielo. Con il medesimo tratto di matita. Questioni di prospettive e di percezioni, immagini nelle quali ciascuno vede quel che vuole vedere. Anzi, quel che l'artista vuole si veda.
Le sue labbra erano lievemente schiuse. Non che io sapessi se stessero per parlare ancora o lo avessero appena fatto.
Comunque fosse, la precedetti.
È come un trompe l'oeil, risposi, ricomponendo la crasi.
Il tempo riprese a scorrere anche tra di noi, continuammo a parlare di quel che c'era stato prima e di quel che c'era stato dopo quel prima.
Poi provai ad offrire per entrambi ma lei non volle. Siamo a Roma e si fa alla romana. Uscendo, le nostre strade si divisero. Una coppia di ragazzi giapponesi proprio davanti al locale si stava scattando un improbabile selfie e colse in uno di noi due che andava un sorriso che era una promessa, ma che l'altro forse non fece in tempo a notare.
Ma il lettore può solo immaginare chi fu, anche se una volta ancora fidarsi dello scrittore può essere solo un inganno.

venerdì 13 novembre 2015

I sogni son desideri

E se un genio (o il papa al quale hai tolto una spina dal piede) ti chiedesse di esprimere un desiderio, cosa chiederesti? E via a pensare, l'immortalità forse, ma anche la salute perché se stai di merda e non muori mai, insomma... E però così son due desideri, non si può! Allora la pace nel mondo? Vabbè vorrei vedere se hai un solo desiderio  e c'è Scarlett Johansson che può aspettarti a letto con indosso solo Chanel n. 5 quanto te ne può fregare dei bombardamenti in Krakhozia!! Allora il sesso? Ma se deve essere così poco spontaneo, allora non serve il genio, basta la carta di credito... L'amore, allora? E però dovrebbe essere eterno, e poi torna il problema della salute... Insomma, chissà quanti si saranno fatti qualche volta questa domanda, nel corso dei secoli, e la risposta giusta non è stata mai trovata, ma forse era a portata di mano, ed era: che cazzo ci pensiamo a fare, mica accadrà mai che un genio (o il Papa) ci daranno questa opportunità. Sono solo giochetti per ingannare la mente, come parlare del tempo, candy crush, le religioni.
Ma se davvero dovessimo darla questa risposta, io mi rifarei a quanto sentii in una puntata dei Simpson (quella in cui al bar, ubriachi, ipotizzavano appunto che il Papa, tolta la spina, desse loro questa opportunità). Donne, immortalità, pace nel mondo, tutte opzioni che non li convincevano appieno.
Fino a quando, alla illuminante proposta di Homer, si trovarono finalmente d'accordo.
Camicie ben stirate.

P.S.
Siccome l'ho provato stanotte, lo consiglio a tutti. Un desiderio da esprimere, se mai dovesse capitarvi, è svegliarvi sempre dai brutti sogni.

martedì 27 ottobre 2015

Il nodo di scambio


Avevo già i miei dubbi, ma fu esattamente dieci anni fa che realizzai che la politica non era fatta per me. Quel periodo in cui, giovane avvocato intriso di concetti etici, mi illudevo che la disponibilità, l’impegno, la passione, fossero carburante sufficiente a spingere la macchina del consenso. Dovetti invece accorgermi che le cose non stavano affatto così, che ciò che conta per la gran parte degli elettori è ben altro. Potreste pensare al voto di scambio, all’opportunità di un posto di lavoro che, nel nostro sud flagellato dalla disoccupazione, è sicuramente stimolo più forte dei meri ideali. Magari fosse stato solo questo, lo avrei ben compreso e accettato. C’era dell’altro.

Avevo radunato alcuni amici, più o meno della mia età, quelli con cui avevo trascorso la giovinezza al paese e, davanti ad una pizza, provavo ad illustrare il senso della mia candidatura alle elezioni amministrative che si sarebbero svolte di lì a pochi mesi; parlavo di condivisione, di speranza, di necessità di “entrare nel palazzo” perché solo dall’interno era possibile imprimere una svolta concreta, di lotta contro l’immobilismo atavico che frenava ogni possibilità di sviluppo del nostro paese ancora fermo, nella mentalità, al secondo dopoguerra.

Così chiedevo il loro voto, per provare a cambiare le cose, per “guardare avanti” (era questo il mio slogan). Uno di loro, però, che era rimasto silenzioso, al mio invito ad esprimere le proprie perplessità, mi rispose che sì, le cose che dicevo erano valide, però lui “doveva” votare per l’altro candidato, verso il quale aveva un forte debito di riconoscenza. Mi chiesi cosa mai gli avesse fatto di così importante, anche perché ricordo che veniva da me per ogni problema legale (aveva una piccola attività imprenditoriale) che io gli risolvevo, peraltro sempre gratis. Lui non volle rispondermi, e dopo i convenevoli, andò via. Qualche giorno dopo un altro di coloro che erano con me quella sera mi disse che gli aveva rivelato le ragioni del perché non intendeva votare per me ma per l’altro candidato. Perché questi gli aveva insegnato a fare il nodo della cravatta, e anzi, quando c’era un matrimonio e lui doveva mettersela, era persino andato a casa sua a stringerglielo.

Tralasciando il fatto che in quel momento se lo avessi avuto fra le mani gliel’avrei stretto io come si deve quel nodo intorno al collo, davvero non potevo crederci, ma l’amico davanti a me mi confermò che era proprio così, che nel raccontarglielo quello era assolutamente serio.

Colsi da quell’evento auspici negativi. Se un giovane si lascia convincere a votare per un candidato che rappresenta il passato per una ragione assurda come questa, non c’è speranza. A maggior ragione in quanto io, il mio amico, non l’avevo mai visto con una cravatta! Non è che si trattasse di un’esigenza primaria e quotidiana, eppure…

Gli auspici negativi si realizzarono, io persi le elezioni e insieme a loro ogni mia speranza di un cambiamento che, infatti non c’è mai stato.

Quell’amico lo reincontrai qualche anno dopo. Eravamo ad un matrimonio. Lo salutai ma non mi rispose, emise solo un grugnito. Si era mezzo assopito su una poltrona dopo aver onorato il menu e soprattutto la cantina del ristorante. Sulla camicia chiazzata scivolava, come un boa constrictor con la scoliosi, una cravatta a pois che a malapena arrivava sul suo addome prominente. La parte anteriore ben più corta della posteriore, che invece penzolava libera lungo un fianco. Il nodo, allentato, ricordava uno scarafaggio sorpreso dietro uno scaffale e schiacciato con una ramazza.

E intanto il suo “mentore”, eletto con il suo voto e quello di tanti altri, stava beatamente amministrando perpetuando l’andazzo degli ultimi cinquant’anni, dall’alto dei suoi meritevoli favori, come quello di aver insegnato da par suo al mio amico come annodarsi la cravatta.