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venerdì 20 marzo 2015

Di primavere, odissee ed eclissi

E così è di nuovo primavera.
Che stai lì ad attendere per mesi che l'inverno finisca e poi una mattina non te ne sei accorto e già sono spuntati i primi timidi fiori e le ragazze, ad un flebile raggio di sole, ti rapiscono di nuovo con la pelle non ancora abbronzata... "Nausicaa dalle bianche braccia" ricordi le traduzioni dal greco dell'Odissea?
Che è la prima volta senza Pino, che condivideva con me l'ansia mista a sgomento di fronte ai cambiamenti inevitabili e pure così densi di aspettative da non dover essere per forza frustrate.
"Che paura 'a primmavera, nun sai cchiù che t'aspettà e che succere", questa frase tratta da Bella 'mbriana ha campeggiato per anni sulla parete della mia casa di studente a Lancusi, scritta sulla gamba di un jeans della mia ragazza di allora appeso al muro come un'opera postmoderna, l'epigrafe dell'incolmabile iato fra quel che dev'essere e quel che sarà realmente.
 Quando le montagne che vedo da qui ancora spoglie e brulle si copriranno di verde compatto come muschio su una pietra di fiume, e il mio cuore ancora una volta avrà capito che ci sono già dentro e tocca aspettare la prossima, allora mi volterò indietro a chiedermi se questo timido sole che oggi ha pensato di eclissarsi per un po' non stesse semplicemente concedendo una nuova occasione a chi come me è sempre in ritardo e si accorge della primavera quando ormai è estate, si è già suonato, nuotato, sudato e settembre dietro l'angolo non sembra una sfida bensì un rifugio sicuro...
Invece ora che primavera è nell'aria, come cantava quel poeta, ogni profumo, respiro, anelito di vita che rinasce è un'occasione da mancare rigorosamente, un bicchiere mezzo rotto, una mano scivolosa che prova ad afferrarti, una bellezza così intensa e struggente che è opportunità ma pure prigione.
Benvenuta, primavera, amata stagione.

sabato 14 marzo 2015

Schubert e l'espiazione

Sto cavalcando un focoso destriero lungo i viali alberati della mia tenuta di campagna quando un trillo mi strappa ai confortevoli meandri del sonno.
Riconosco la melodia, è una sonatina di Schubert. Probabilmente l’opera 137 n. 2, anche se l’esecuzione, molto meccanica, lascia a desiderare.
Non capisco subito da dove provenga, del resto nel castello a quest’ora del mattino c’è sempre una notevole animazione, l’attività quotidiana riprende ed ognuno è intento alle proprie occupazioni, i suoni si rincorrono. Non fosse stato per la sequenza inconfondibile di note avrei potuto pensare al maggiordomo che aveva pestato la coda di un gatto in cucina. Più probabilmente è mia figlia che sta esercitandosi col violino ed ha preso una stecca.
Sono indeciso se alzarmi oppure girarmi dall’altro lato e continuare il sogno interrotto – il cavallo sta sicuramente scalpitando per riprendere il galoppo! – quando si apre la porta della mia camera da letto.
“Chi è che si permette di entrare senza prima annunciarsi?”
Nessuna risposta. Ma sento dei passi. Qualcuno ha fatto ingresso e si avvicina al mio talamo. Le imposte sono ancora socchiuse, il sole che pure sarà già abbastanza alto si è fatto strada a malapena attraverso le fessure per cui la stanza giace in quella che fino a un momento fa era una piacevole penombra e ora è diventata invece nascondiglio ideale per un’insidia.
Sono già scampato in vita mia a più di un attentato. Non è per niente facile essere il signore di un feudo così esteso. Occorre usare il pugno di ferro con i sudditi, e io l’ho fatto. E perciò sono molti quelli che mi odiano e alcuni di loro hanno provato anche ad uccidermi, quando se n’è data loro l’occasione. Non è molto tempo che un villano eludendo le guardie si introdusse nel mio appartamento brandendo un coltellaccio e si avventò contro di me. Ma era privo di quell’esperienza di combattimento datami dai lunghi anni di accademia, così che non mi fu difficile scrollarmelo di dosso e con un gesto elegante trafiggerlo con la mia daga.
Da allora nessuno più aveva più osato.
Eppure adesso c’è quest’ombra inquietante.
Calcolo la distanza fra il letto e la porta. Troppa, per essere certo di poter fuggire incolume. E poi scappare non è nel mio carattere. Come un capitano non abbandona la propria nave, neppure io abbandonerò mai il mio castello.
Ma la porta si apre di nuovo, altre piccole ombre fanno ingresso nel mio sancta sanctorum.
Gli occhi si stanno abituando all’oscurità e mi accorgo con sollievo che riesco ora ad individuare quelle figure, a scorgerne i contorni, a capire la loro posizione e dunque a potermi difendere.
Non sono invece sicuro che loro mi stiano vedendo. Sebbene di certo armati di cattive intenzioni nei miei confronti, piuttosto che dirigersi alla mia volta percorrono la stanza lungo il tappeto che si srotola da una porta all’altra. Sembrano disorientati quasi come me, si guardano intorno, osservano gli arredi e i quadri alle pareti.
Scivolo silenziosamente al lato del letto, provo a nascondermi, ma continuo a osservare da oltre il bordo del materasso. Non l’avessi mai fatto! Le mie pupille dilatate rimandano un’immagine a dir poco soprannaturale che mi fa contorcere dallo spavento. A me, che pure ho affrontato nemici terribili.
Perché non si tratta di uno sporco villico armato, di quelli che solitamente vogliono la mia vita e che ho fatto giustiziare a grappoli.
Nel buio vedo brillare due occhi di bambino.
Il corpo è diafano, emana una luce fredda. Ne distinguo il contorno, esaltato da una minuscola fiaccola – almeno così mi sembra – che la piccola anima reca con sé, ma che contrariamente ad ogni legge fisica invece di illuminare lo spazio circostante illumina soltanto il suo esile corpicino. Un fuoco fatuo. Uno spettro, certamente.
Nella mia esistenza ho affrontato vittoriosamente ogni genere di insidie, ma sono stato sempre un seguace del positivismo, non ho mai creduto ai fantasmi. Solo che, a differenza di molti, questo mio scetticismo non mi ha generato disincanto rispetto a fenomeni apparentemente senza spiegazione, tutt’altro, ne sono stato sempre sanamente terrorizzato.
Così, invece di reagire come avrei fatto in altre occasioni, mi rannicchio ancora di più accanto al letto. Dev’essere l’anima di un fanciullo. Forse il figlio di uno di coloro che ho mandato a morte. Torna a vendicarsi. E i fantasmi non puoi trafiggerli con la spada. Provo anche a brandirla, è ancora accanto al baldacchino, ma non ci riesco, sembra sfuggirmi, un miraggio anch’essa?
Sconvolto, sono preso da un mancamento, perdo per un attimo conoscenza.
Non sono più a cavallo del mio destriero. Ora sono il mio falco, al quale il falconiere ha tolto il cappuccio per lanciarlo verso la luce. Le mie braccia sono ali, penne la mia armatura, le mie mani artigli pronti a ghermire la preda.
Sorvolo il castello, ne apprezzo le forme regolari, geometriche, le mura possenti dalle quali ho fatto scagliare frecce micidiali, le torri merlate donde le mie guardie osservano i movimenti nelle valli circostanti e prevengono ogni pericolo.
Sono un falco, volo più in alto di tutti gli altri uccelli. Disegno ampie volute nel cielo, ora sono sulla torre dell’orologio, gli altri volatili fuggono atterriti, come hanno sempre fatto tutti i poveracci al mio passaggio pensando che la morte avesse scelto il loro turno.
Con la mia vista fenomenale scorgo un movimento molti metri più in basso, nel cortile, nei pressi della splendida fontana monumentale. Un pettirosso che sta chinando il collo per abbeverarsi. Sarà quella la mia preda di oggi.
Sono un falco, reclino le ali in modo da fendere l’aria e scendo in picchiata.
Non vedo più le nuvole, le torri, le mura, i merli, le campagne, nei miei occhi soltanto la preda, un filo invisibile ci unisce da quando l’ho eletta a mio obiettivo e quel filo sto percorrendo alla velocità del suono, gli artigli già in posizione per afferrarla, quando il pettirosso si volta verso di me e i suoi occhi…
… i suoi occhi sono gli stessi del bambino!

Mi risveglio affannato, il cuore sembra esplodermi nel petto.
Sono rotolato sotto all’alcova, e da lì mi vedo circondato da tanti piedini.
Le piccole anime mi hanno finalmente individuato.
Ora il pettirosso sono io e loro i falchi.
Portatemi con voi, anime del purgatorio! Fatemi scontare una volta per tutte le mie malefatte! Siete i figli morti di fame perché diventati orfani. Siete i rami potati quando l’albero è stato stroncato. Siete i fiori mai sbocciati, i frutti deturpati dalla siccità e dal terribile uragano. Leggetemi la sentenza, condannatemi ad espiare la morte prematura e violenta dei vostri genitori per mano mia!
Sono qui. Come il capitano non abbandona la nave, io non abbandonerò mai il castello, perché qui devo pagare per le mie colpe. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.
Poi di nuovo un trillo, questa volta non è Schubert ma un motivo che non conosco. Forse la musica dell’inferno, il sabba che mi stanno preparando. Un ritmo tribale, straniante, che sale, cresce sempre più forte. E io, sconvolto, perdo di nuovo coscienza. Questa volta sono un serpente, scivolo via in una fenditura fra le rocce.
Ma tornerò, non lascerò mai il mio castello.

“Massimo, per piacere, rispondi a quel dannato telefono! Hai scelto una suoneria davvero orribile!”
“Mi scusi signora maestra, è il telefono di mio fratello grande, forse è una canzone di Marilyn Manson… Lo sa che quello è fissato con il death metal!”
“Che tempi! Capisco che ormai ‘sti cellulari ve li portate dovunque, pure qui in gita al museo del castello dove invece dovreste solo imparare, ma almeno fate come Sabrina, che si è messa la suoneria di musica classica. Che era, Schubert?”
“Ah, non lo so mica, forse era Lupèn, Sciopèn, come si chiama lui, è una cosa che l’ha messa papà, duepalle, appena posso la cambio. E poi questa stanza è in penombra, dobbiamo tenere accesi i telefonini per farci luce.”
“E’ per creare atmosfera, questa era la camera da letto del feudatario. Si narra fosse una persona assai sanguinaria con i propri sudditi, ma si trattava bene, guardate che stanza elegante, osservate, avvicinatevi al letto, così, tutt’intorno, che arazzi, che sfarzo…”
“Davvero forte, signora maestra, e che letto morbido, non sembra una cosa di due secoli fa, sembra che ci abbiano appena dormito! Uh, e guarda lì, c’è ancora la spada…”
“Sapete? Morì in un attentato avvenuto proprio in questa stanza: un contadino al quale, per rubare i campi, aveva fatto trucidare la famiglia lo aggredì mentre era a letto. Il duca riuscì a ucciderlo proprio con quella spada, ma morì anch’egli per le ferite riportate”.
“Brrr, che paura…”

“i'm not a slave to a god that doesn't exist…”


“Massimo, ‘sto diavolo di telefono lo vuoi spegnere una buona volta?”

venerdì 16 gennaio 2015

La parabola dei sentimenti

La vita è una serie di parabole.
Sì, pure come quelle che raccontava un tale in Palestina, duemila anni fa. Ma non solo.
Parabole intese come curve.
Sì, pure come quelle del nostro percorso accidentato, o di quella ragazza appariscente, ricordi?, allora ti piacevano così, ma eri un ragazzo, gli ormoni erano i tuoi dittatori, mentre ora sono al massimo impronte giganti sul bagnasciuga delle tue lacrime. 
Ma torniamo a noi, io parlavo di parabole come di quelle curve che si tracciano sulle ascisse e le ordinate, la x e la y, quelle cose lì, quei picchi che una volta raggiunti calano di colpo e poi ci vuole tempo perché risalgano verso il punto più alto, per poi precipitare di nuovo.
Dicevo, la vita è una serie di parabole.
E capita davvero raramente che l'incremento e il decremento della tua curva coincidano con quello della persona con la quale, in quel momento, vorresti intrecciare le ascisse.
Perché come al solito, quando tu hai proprio voglia di sentirla, le scrivi, ci metti tutto te stesso a inventarti le cose divertenti, quelle tenere, quelle interessanti, quelle che stimolano una risposta.
Che, invariabilmente, l'attendi a lungo e poi è solo due righe sfiatate, o peggio un pollice all'insù.
E a te, di colpo, ti cade tutto all'ingiù, perché non c'è nulla di peggio delle attese frustrate.
Poi mi criticano quando dico che il bello della vita è l'attesa!
Ma non bisogna fargliene una colpa, all'altra parte di questo dialogo.
Perché semplicemente in quel momento la sua parabola era nel punto più basso.
Quel punto dove, in una relazione, non ti resta che risalire.
O metterti a scavare.
Tu sicuramente ti sarai comportato nello stesso modo decine, ma che dico?, centinaia di volte, quando hai ricevuto lettere interessanti e articolate, complimenti normalmente graditi e stuzzicanti, e però a tua volta il tuo karma aveva perso la calma e si era incamminato verso la tangente, oltre l'asse delle ordinate, verso quel punto x che a volte indica il baule del tesoro e più spesso l'incognita di una relazione che, per te pessimista per tradizione, pur se nata e proseguita sotto i miglior auspici sarà, comunque, un giorno, destinata a finire.
E non capisci che è solo per l'ordine naturale delle cose, tutto passa, lo diceva pure il solito Eraclito (poveraccio, chissà quante belle cose interessanti avrà enunciato, e ci ricordiamo soltanto di questo banale pàntarèi...), e le cose belle dovresti godertele, non iniziare a rimpiangerle quando ancora le hai e, addirittura, niente lasci presagire che tu possa perderle.
Qualsiasi psicologo da discount saprebbe spiegare meglio di me quel che sto cercando di esporre, annaspando. Che quando una cosa non l'hai ancora ottenuta ti pare che ti butteresti nel fuoco pur di averla, ma che un attimo dopo che ci sei riuscito, ti verrebbe di buttarla nel fuoco.
O di buttartici tu, nel fuoco, perché ti pare che a quel punto la tua vita ha perso il senso che aveva fino ad allora.
Ricordo quanto mi segnò, da ragazzino, la scena di un film di Luciano De Crescenzo, credo fosse Così parlo Bellavista, nel quale vi era la gag ripetuta di un tizio che da una cabina telefonica aveva l'intenzione di minacciare anonimamente un tale che doveva avergli fatto uno sgarro. Solo che continuava a sbagliare numero e a minacciare persone che non c'entravano nulla, e montava sempre di più la sua rabbia fino a quando, quasi sorprendendolo, gli rispose finalmente colui che cercava; affannosamente si ricompose e gli sgranò quelle minacce lungamente preparate e ormai prive di mordente. Poi riattaccò, pensando di essere più che soddisfatto. Ma non era così. 
Perché, ancora nella cabina dove aveva passato quasi l'intero film, si guardò intorno desolato e si chiese: "e adesso?". Non aveva più la sua ragione di vita.
E allora altro che Eraclito, forse la filosofia giusta per non trovarsi spiazzato è proprio quella esposta da Marco Ferradini nella canzone Teorema.
Che quando con una persona va tutto come vogliamo noi non c'è sfizio, ti disamori subito.
Meglio essere presi a pesci in faccia. Vuoi mettere?
Chissà. Forse l'errore è generalizzare.
Come ho fatto io in questo post. Che sono partito che mi sembrava di avere tanto da dire, e invece dopo poche righe non ne avevo più tanta voglia e allora ho proseguito di mestiere.
Perché se c'è una verità in tutto questo sproloquio è che la vita è una parabola soprattutto con noi stessi. Certe volte ci piacciamo tanto, altre ci stiamo amabilmente sulle scatole.
E in quelle occasioni magari non siamo all'altezza delle aspettative di chi ci vuol bene.
Ma la colpa è solo nostra. 
Riproviamo?

sabato 27 dicembre 2014

Ghost lifer

Non vali nulla? E' il mondo giusto per te!

Uno dei drammi dei nostri tempi è l'assenza di meritocrazia. A tutti i livelli, persino nei sentimenti. Ho appena letto in un illuminante stato su facebook che "è scientificamente provato che i bei ragazzi stanno con le cesse". Cosa abbiano fatto queste ultime per meritarsi l'amore degli uomini più ambiti non si spiega se non con delle raccomandazioni. Non ci stupiremmo affatto se le cesse in questione fossero parenti di qualche politico! 

Non sai scrivere? Avrai un grande successo editoriale.

Conosco tante persone che scrivono da Dio, inventano storie affascinanti, non soffrono di congiuntivite, eppure le loro opere rimangono forzatamente nel cassetto perché sono dei perfetti sconosciuti, il loro nome non tira. Al loro posto, negli scaffali delle librerie e nelle classifiche di vendita, trovi volumi scritti da squallidi personaggi televisivi pubblicati dalle migliori case editrici nonostante quando parlino non sappiano neppure mettere in fila due parole senza intervallarle con un rutto. Però la gente li conosce e dunque quando vede il loro faccione in copertina (perché, in assenza di contenuti che possano attrarre, in copertina mettono proprio il loro faccione) ne compra i libri.

Nuove schiavitù e vecchi fantasmi.

Corollario di quanto sopra è lo sfruttamento. Del professionista ignorante che nonostante tutto riceve incarichi prestigiosi in virtù delle sue conoscenze, e per svolgerli si rivolge a collaboratori onesti e sottopagati, che lavorano nell'ombra e destinati ad un perenne oblio. O dello scrittore analfabeta che grazie alla sua improvvisa fama per qualche apparizione televisiva ad un reality ottiene un contratto per la pubblicazione della sua autobiografia e però non essendo in grado di scrivere altro che io naqqui e ogi sono tando canosciuto, si serve di un ghost writer, cioè di uno di quei bravi autori di cui parlavo in precedenza, penalizzati per non essere nessuno (per il mondo editoriale) e che in questo modo passano da nessuno in senso tecnico a Nessuno in senso Omerico: persone che compiono delle azioni significative ma per il gioco del fato (leggi: mercato) il loro nome non viene tramandato ma solo le loro gesta, attribuite ad altri dalla Doxa. Che non è la società di sondaggi, ma la Fama, che - perfetto esempio di adattamento ai tempi - invece di premiare chi lo merita torna sempre dove era già stata. I proverbi non sbagliano mai. I soldi vanno da chi ha altri soldi. Il cane morde lo stracciato. 
E la Fama è cosa diversa dalla Fame, una esclude l'altra.

Vivere? E' passato tanto tempo...

Certo, queste riflessioni sembrano fuori posto in questi giorni di festa. Ma non erano volute. Il tutto nasceva - come quasi tutti i miei post - da un gioco di parole pensato in una notte insonne, sul quale costruisco un articolo. Questa volta, parafrasando l'espressione ghost writer, mi era venuto in mente che in certe occasioni più che uno che scriva al posto tuo, occorrerebbe uno che vivesse al posto tuo.
Un ghost lifer, neologismo inesistente (lifer è più propriamente il condannato a vita).
Utile a salvarti dal colesterolo nei cenoni natalizi, a rispondere per te a quelle insensate catene di auguri fintissimi che ricevi su whats'app o tramite sms, in modo da lasciarti il tempo di rispondere personalmente a quei pochi, veri amici che ti hanno inviato auguri sinceri, quelli pensati apposta per te, che menzionano te e la tua famiglia per nome, che sanno cosa vuoi lasciarti indietro di questo anno passato e cosa desidereresti accadesse nel nuovo. 
E utile a scrivere questi insensati post natalizi sul tuo blog che nessuno legge e che ti facevano perdere un sacco di tempo per rispettare il proposito di scrivere sempre e comunque un post a settimana. Mentre tu col tempo guadagnato dal non avere scritto questo post te ne vai in giro a consolare le belle ragazze sole e disperate da quando è stato scientificamente provato che i bei ragazzi stanno tutti con le cesse. E' il tuo momento, Giovanni! 

sabato 13 dicembre 2014

L'assassino dei tempi morti

Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo. Sì, ma a che pro? Per scoprire la polvere che c'è sotto? Non è meglio continuare a mantenere lo status quo? E perché oggi mi vengono in mente tante domande, incluso questa? Forse perché ogni giorno che passa le nostre certezze svaniscono, quando i media ci rimbalzano continuamente notizie difficilmente comprensibili. Madri che uccidono i propri figli senza alcuna ragione (come se potesse mai essercene una) e continuano a negare di averlo fatto, violando di nuovo la memoria della carne della propria carne. Cantanti che muoiono su un palco chiedendo scusa, e persone che filmano la scena e inescusabili la pubblicano dovunque, incuranti del fatto che si nasce e si muore soli e che se è successo davanti ad una folla è stato soltanto un incidente non un evento da perpetuare ad libitum. Politici nuovi che fanno rimpiangere i vecchi, che già ci facevano rimpiangere quelli più vecchi ancora, con la paura che un giorno dovremo dire si stava peggio quando si stava meglio ed accettare ancora una volta di consegnarci armi e bagagli a chi ci porterà, come settantacinque anni fa, verso un baratro ancora più grave di quello economico, morale e sociale che già viviamo. Mondi di mezzo che noi che viviamo in mezzo al mondo ce n'eravamo accorti da decenni che il marcio non era soltanto in Danimarca, che se non dici minchia ma cazzo non vuol dire che non sei mafioso. E allora ti dici che c'è poco da rimboccarsi le maniche, che è davvero meglio che i progetti che avevi sul tavolo li torni a chiudere nel cassetto, che c'è poco da rammaricarsi, come facevi una volta, delle giornate prive di sogni e di ideali, in una parola del tempo sprecato, di quando pensavi sono vivo e perciò lo scrivo. Ormai faccio il contrario, lascio che il tempo scorra e mi illuda che non è soltanto una convenzione. Scrivo per sentirmi vivo anche se non serve a niente. Scappo dalla gente, fingo che sia composto di voci reali il coro che sento nella mia testa, quello che leggo a margine delle mie futili parole. E mi illudo ancora una volta che non sia colpa mia il vuoto che avverto. Anche se in alcuni momenti di lucidità, come questo, sono consapevole che per certi versi sono io stesso l'assassino dei miei tempi morti

domenica 30 novembre 2014

Amori a chilometri zero

Dopo una lunga ricerca (i documenti disponibili sono pochissimi) ho composto l'albero genealogico della mia famiglia a partire dalla seconda metà del 1700.
Un dato interessante salta all'occhio. In un centinaio e più di miei antenati in linea retta, in almeno sei generazioni, non c'è nessuno che sia originario di un paese diverso, tutti membri di famiglie del mio piccolo comune di appena mille anime. Eppure non è un centro isolato, anzi è contiguo a diversi altri di maggiori dimensioni, gli scambi commerciali avrebbero dovuto essere frequenti, e così le occasioni di intrecciare relazioni interpersonali.
Invece non è andata così, i miei avi si sono interessati sempre e solo alla vicina di casa.
Non mi risulta neppure, salvo rarissimi casi, che vi siano state nozze fra parenti (quantomeno fra parenti di rilievo giuridico). Le mie innegabili tare non posso addebitarle a questo.
Eppure i miei antenati non sono stati affatto pigri. Tanto per dire, fra di essi si annoverano garibaldini e briganti, gente che ha viaggiato più volte fra Italia ed America, lavoratori instancabili, carbonari, soldati, vedove che hanno tirato su da sole intere famiglie, donne che hanno sfidato i pregiudizi. Gente umile ma non rassegnata alla propria condizione, persone che hanno creduto in un ideale, disposte ad emigrare oltreoceano, a combattere battaglie senza compenso, ad unirsi ad una guerra mondiale finita con una vittoria di Pirro e ad un'altra persa in partenza.
Ma le donne e gli uomini della mia famiglia, nel loro intricato percorso, hanno voluto accanto a sé sempre e soltanto uomini e donne dello stesso paese, quelli che sai a chi appartengono, quelli che non ti sorprendono ma neppure ti deludono, quelli che non li riconosci col nome e cognome (che in un piccolo paese come il nostro spesso erano e ancora sono tutti uguali), ma col soprannome, per un vizio, un vezzo, un colore dei capelli, un modo di dire particolare.
Abbiamo sempre amato il nostro paese, se siamo stati costretti a lasciarlo è stato a malincuore, e quando abbiamo potuto siamo sempre ritornati. Perché c'era sempre qualcuno che ci aspettava.
Perché la nostra metà l'abbiamo scelta sempre fra chi viveva accanto a noi, in modo che nulla potesse convincerci ad abbandonare il luogo in cui siamo nati.
Così oggi mi affaccio dal mio balcone e vedo ancora una volta il panorama che vedeva il mio trisnonno. Il castello, il campanile, e il fiume che scorre proprio sotto casa mia e che conduce verso quel mare e quell'orizzonte che vedo in lontananza, nel quale il mio sguardo talvolta si perde, è vero, ma rimango saldo all'albero maestro, insensibile al canto delle sirene.
Perché il legame con le nostre radici è saldo e sincero.
E i nostri amori, da sempre, a chilometri zero.

domenica 16 novembre 2014

No, viaggiare

C’è un’estetica del viaggio. La scoperta di nuovi posti, il fascino che sprigiona la conoscenza di un luogo “altro” rispetto a quelli consuetamente frequentati.
Il mondo verticale di Manhattan, la biodiversità australiana, la lentezza nordafricana. Mete attrattive che probabilmente non vedrò mai, accontentandomi del mondo orizzontale di villette a due piani, gatti randagi e frenesia fine a se stessa.

C’è anche un’etica del viaggio. La positiva inquietudine che ci fa crescere, lo scambio di esperienze, il mettere in discussione il proprio piccolo mondo per poi tornarvi cambiati riuscendo ad arricchirlo con idee mutuate dal confronto con realtà diverse.

Io dei miei viaggi ricordo per lo più le stazioni.
L’etica e l’estetica dello stare nella sua più intima etimologia.
L’attesa, che non è ancora né meta e neppure percorso, ma in potenza lo è entrambi.
La macchina che si mette in moto. Il treno quando è ancora fermo eppure sembra muoversi, il senso ingannato dalla partenza dei vagoni del convoglio di fianco al finestrino; l’esatta metafora del mio viaggio ideale. Con la mente già predisposta, convinta, eppure, di fatto, ancora fermo.
Al sicuro. E con ancora la possibilità di non partire affatto.
Perché partire è un po’ morire.
Ma rimanere è morire del tutto, obietterà qualcuno.
La frase mi piace, spero sia mia, anche se non ne sono sicuro, visto che la penso diversamente. Ma non è un argomento definitivo, sono un avvocato, sono costituzionalmente portato a difendere anche tesi nelle quali non credo troppo.

Non lo nego, ci sono stati viaggi che mi son piaciuti.
Quei giorni che finiscono troppo presto, e nei quali ti trovi a fare il paragone impietoso fra il viaggio d’andata, denso di aspettative, e quello di ritorno, che non nasconde, ahinoi, sorprese: il solito noioso tran tran.
Ma è bastato, anche in quelle occasioni, rivedere le strade consuete, quelle in cui per sbagliare non hai più bisogno del navigatore, per sentire quel profumo nelle narici, che alcuni chiamano aria di casa mia.
Ma sarebbe una visione del tutto superficiale, perché il mio piacere di ritornare non è quello di rivedere i luoghi familiari ma più propriamente quello di riavere il mio punto di osservazione. Quello che puoi godere soltanto stando, non andando.

Non è una contraddizione con la mia visione tolemaica il fatto che io ami o abbia amato i buoni reportage di viaggio, dal Kilimangiaro di Hemingway all’Italia girata in bicicletta o in 500 nei libri di Paolo Rumiz.
Il libro è, infatti, solo un’appendice sensoriale del mio osservatorio, che mi consente di vivere mediatamente le emozioni narrate, ma in genere elaborandole soggettivamente, e trasformandole a loro volte – complici la mia fantasia e la mia scarsa memoria – in aneddoti che mi capita di raccontare come storie vissute da me.
E magari ne sono anche convinto.

Spesso nelle stazioni mi soffermo ad osservare i partenti e gli arrivanti, categorie che difficilmente si possono confondere, tanto trasfuse anche in esse i caratteri peculiari dell’attesa e dell’abbandono.
Molto più complesso è individuare quelli come me, coloro che stanno.
In inglese siamo quelli con un –ing nella desinenza, a volte siamo participi presenti, quando ancora la nostra natura di stanti dura da pochi istanti.
In quei momenti, mi scuserete il gioco di parole, siamo distanti.
Siamo appena arrivati o non siamo ancora partiti. Siamo in cerca di una scusa per non farlo o per giustificare quel che faremo. Ci limitiamo ad osservare.
E a chi ci notasse possiamo suscitare impressioni diverse.
Siamo quelli perplessi, che cercano informazioni e non sanno come ottenerle.
Siamo quelli stranieri, anche nel proprio paese.
Siamo quelli alieni alle sorprese.
Siamo come la Vergine sgomenta di fronte al mistero. Stabat mater.

E poi ci trasformiamo in gerundi. La potenza si muta in atto.
Allora siamo quelli che stanno stando.
Smettiamo la nostra comoda ignavia solo per ignavia.
Siamo quelli che leggono il cartellone delle partenze sperando in un congruo ritardo che ci possa far visitare con calma la libreria.
Che non hanno fame ma è comunque ora di pranzo.
Siamo come l’anziano San Giuseppe nella canzone di De Andrè, che prendono un’iniziativa solo perché stanchi di essere stanchi.

Ma c’è un’estetica anche nello stare.
Quante persone ho conosciute che pure loro stavano qualcosa.
E lo facevano da Dio, credetemi. Si sceglievano i posti migliori, quelli in prima fila.
Stavano su una terrazza panoramica a Ravello. Una volta ho bevuto un caffè con una che stava in un caffè vista mare, le svolazzano i capelli come su una cabriolet degli anni ’50 e non c’era un filo di vento.

E non manca neppure un’etica, nello stare.
Perché a stare da soli ci vuole una certa attenzione prima di abituarsi, perché non è facile, basta un attimo e ti trasformi in uno che va, o in uno che torna.
Quando poi stai da solo da parecchio tempo allora capita che non ci fai più neppure caso, può darsi che giri a vuoto, come in moto a luogo circoscritto, e intimamente ti sei convinto che quella sia la regola, non l’eccezione, che anche quelli che vedi camminare insieme abbracciati siano in realtà due che stanno da soli. Così quando ti capita di incontrare un’altra persona, una che magari davvero ci crede nel viaggio, che ti parla di altri nomi, altri luoghi, altre vite, tu lo credi soltanto un rappresentante, uno che ti mostra depliant che a loro volta mostrano soltanto palcoscenici, scenari di cartapesta. Perché ormai ti sei fatto una ragione che lo stare non è solo uno stato d’animo, ma un’esigenza condivisa, e che chi si affanna a spendere i propri risparmi per un’altra settimana di vacanza in posti esotici non è né più né meno che un drogato che vuole farsi il suo trip, e magari quel viaggio sarebbe ancora più comodo e banalmente rilassante rispetto a quello in macchina, in treno o in aereo; mezzi di trasporto faticosi e certamente assai meno efficaci di un’endovena.

L’ideale, lo so, è trovare una persona con la quale stare davvero insieme, non per caso.
Con la quale trascorrere un intero weekend a stare nei posti più belli del mondo.
A girare per i mercatini d’antiquariato delle città d’arte, confondendosi con la folla di Porta Portese a Roma o del Balùn a Torino, scherzando sulle manie di quei turisti che vanno e vanno in continuazione senza portare davvero indietro con sé nulla se non fotogrammi di un passato che non è mai stato presente, perché quelle foto non hanno nulla di vero, sono pose create per avere un ricordo.
Ma un ricordo falso che ricordo è?
Invece noi, che in quel momento stiamo insieme, avremo sempre un testimone che potrà affermare che ci siamo stati.
E le foto lo confermano, ma non le nostre.
Noi siamo quelli che stanno sullo sfondo delle vostre.
Quelli che mentre vi affannavate a fotografarvi, stavano semplicemente lì.
E sembravano felici.
Come se quello fosse l’album del loro viaggio di nozze.